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L’Essenza dei Beatles

1.5 …la moda e l’industria

La parabola beatlesiana, quindi, coincide per il grande pubblico agli anni 1963-70. Chiaramente, la loro collaborazione inizia prima e tra l’altro, è segnata come ogni gruppo, dal ricambio dei componenti. Paul McCartney e John Lennon sono, comunque, il nucleo originario fondante. In ogni caso, per loro, e vorrei sottolinearlo, furono sufficienti quei sette anni per cambiare la musica e l’ordine sociale. Il loro sound trasudava voglia di vivere: venivano esaltate la bellezza, l’amore e l’amicizia, si credeva fortemente nella capacità immaginifica della mente umana. La gioia era l’ingrediente segreto, questa gioia consisteva nel godere dei piaceri della vita. Tutto ciò ebbe un grande ascendente sulle masse, così come lo ebbe il loro modo di porsi, sempre un po’ stravagante. Ne fu esempio a primo impatto il loro modo di ‘acconciarsi’. In effetti, tra le innovazioni che portarono, non può essere ignorato il loro influsso sulla moda giovanile. Il giornalista Fernando Fratarcangeli ci informa che era rivolta una grande attenzione ai cambiamenti che la band proponeva ai giovani beat, ne furono esempio i capelli lunghi, gli stivaletti con il tacco, le giacche senza collo e in seguito i baffi.
Partendo dalla testa…questi ragazzi avevano scelto di non costringere più i capelli in alcun modo: mentre li lasciarono crescere come i rockers che li avevano preceduti, gettarono pettine e brillantina nel cestino. Avevano delle lunghe frange sulla fronte e un morbido casco di capelli incolti che scendevano fino al collo, che i quattro di Liverpool, dicevano di sistemarsi solo scuotendo il capo. Eresia in un tempo in cui, i ragazzi perbene, erano tosati a dovere. Toni Sheridan, cantante rock che con i Beatles condivise la gavetta ad Amburgo, afferma però che, quando arrivarono per la prima volta in Germania, avevano una pettinatura normale ma, i soldi erano pochi e che nessuno voleva tagliarglieli per quattro lire, ed è per questo che i Beatles si fecero crescere i capelli! Come si suol dire, fecero di necessità virtù. Questa piccola scelta di look portò un diffondersi a macchia d’olio di adolescenti ‘capelloni’. Forse inconsapevolmente, i Beatles avevano scelto quella che, secondo Angela Vattese, è la parte più facilmente manipolabile del corpo umano e pertanto, quella che si presta meglio a quel genere di comunicazione che precede quella verbale e si impone a livello percettivo, visivo: senza dubbio in quanto a comunicazione i Fab Four non ebbero eguali, ed è per questo che ebbero un così forte impatto.
I giovani fan, prima di farsi crescere i capelli, scelsero la via più semplice, quella della parrucca. L’industria cercò di adeguarsi, iniziarono presto a diffondersi pubblicità sul genere: “Wow, ecco i Beatles! La sola autentica parrucca da Beatles” . A tal proposito, Fulvio Paloscia e Luca Scarlini, ci raccontano che nel 1963 una fabbrica di Bethmal Green, vicino Londra, andò in tilt non riuscendo a soddisfare la grande richiesta di parrucche stile Beatles: i fan si arresero e nonostante il rischio di far irritare oltremodo i propri genitori, decisero di farsi allungare i capelli. Ancora la Vattese, ci fa notare come non si possa trascurare il “legame tra questa ‘forma simbolica’ della testa e l’inedita libertà dei costumi, sessuali ed etici, di cui i Beatles furono i primi testimoni nelle comunicazioni di massa” . In effetti i Beatles divennero gli epigoni di una moda che si faceva pensiero attivo, secondo Simone Arcagni, di un gusto che si proponeva come modello sociale e politico di riferimento.
Quanto all’abbigliamento, gli Scarafaggi erano abbastanza ‘classici’ all’inizio, indossavano sempre giacca e cravatta. Ben presto però, vollero personalizzare anche i propri abiti. Il loro sarto e stilista, Dougie Millings, ricorda: “Mi dissero: facci qualcosa di diverso. Non farci sembrare gli ‘Shadows’. Così ce ne venimmo fuori con lo scollo tondo. Non dico di averlo inventato io, ma noi aggiungemmo un tocco personale: il polsino scampanato col gemello e i quattro bottoni davanti” ; inoltre, su ogni completo che indossavano, c’erano ricamati sopra i nomi dei componenti del gruppo. Millings, si preoccupava anche delle calzature che, ordinava dai calzolai Anello & Davide, italiani esperti in scarpe da ballo. Addirittura, alcuni di questi stivaletti, venivano fatti confezionare con la stessa stoffa dell’abito con il quale sarebbero stati indossati. A detta dei calzolai, quando circolò la voce che i Beatles si rifornivano da loro, furono invasi dai giovani acquirenti arrivando a vendere 300 paia di scarpe al giorno. Ma non solo, il Ministro inglese dell’economia, li ringraziò pubblicamente perché grazie a loro si era risollevata l’industria del velluto… Ed ecco qua il nuovo stile dei quattro scarafaggi e di conseguenza di tutti i giovani che li seguivano perché, se volevi essere beat e quindi alla moda, dovevi vestire come i Beatles. Successivamente alle esperienze lisergiche, al loro vestiario si aggiunse un'altra caratteristica: una gran varietà di colori sgargianti e fantasie psichedeliche iniziarono ad invadere le stoffe dei loro abiti. Inutile dire che anche questo fenomeno non rimase isolato.
In seguito, lo stile Beatles si estese anche agli studenti universitari e bisogna dire a tal proposito che, molto raramente succede che un gruppo amato dagli adolescenti, veda tra i suoi seguaci anche ragazzi più maturi. Quando i Quattro ampliarono i loro orizzonti però, furono accolti di buon cuore, come abbiamo già detto, da tutte le sfere sociali. Nei campus, senza alcun dubbio, fu l’occhialetto tondo alla John Lennon a straripare.
In ogni caso, una così grande attenzione al dettaglio non mancò di dare adito alle solite polemiche. I Beatles spesso furono accusati di essere solo un buon prodotto commerciale che, si prestava bene ad essere venduto e soprattutto, a far vendere. Erano visti come una pubblicità che cammina, un frutto dell’industria capace di gonfiare i portafogli di qualunque cosa ruotasse attorno a loro. Il loro successo era giustificato dall’astuzia di coloro che si preoccupavano dei loro interessi. Senza dubbio, la loro immagine aggiunse molto al loro successo, ma sono in molti ad essere in disaccordo con questo genere di teorie, e ancora una volta io stessa voglio ripetere che la grandezza della loro opera smentisce senza troppe difficoltà queste illazioni. Erano prima di tutto dei grandi artisti e delle grandi personalità, che poi avessero trovato nelle scelte di abbigliamento, un modo per trasmettere e comunicare, non può assolutamente sminuire il loro valore. E non possono neanche essere colpevolizzati per il fatto che fossero così legati alle ragioni del mercato, in primo luogo perché, la causa di ciò, sta innanzitutto nella società di massa che come sappiamo, ha trasformato tutto, arte compresa, in merce e poi ancora, nell’influsso che ebbero attraverso la loro musica e le loro idee, un influsso così involontario e straripante che non mancò di infastidire loro per primi. La verità è che iniziarono ad essere imitati dai giovani che in loro si rispecchiavano e di conseguenza, ad essere sfruttati dall’industria: i prodotti brevettati dai Beatles hanno fruttato milioni e milioni di dollari solo in America, hanno risollevato completamente l’economia inglese in crisi a quei tempi, hanno creato un giro di contanti inimmaginabile ma, non sono stati proprio loro a volere tutto questo, e soprattutto, come dimostrano i problemi economici che li toccarono, a goderne i frutti. Senza dubbio il loro produttore, George Martin, e il loro manager Brian Epstein ebbero un ruolo molto più importante in tal senso: sicuramente li sfruttarono oltremodo (e con sfruttare, non intendo per forza l’accezione negativa del termine), ma, lo fecero perché credevano fermamente in questi ragazzi che avevano reso grandi e che volevano ancor più elevare.
In effetti, i rapporti tra queste due personalità e i Fab Four furono soprattutto d’amicizia e di stima, lo dimostra l’affermazione di Brian Epstein “Non ho mai firmato un contratto con i Beatles. Ho dato la mia parola su quello che intendevo fare, e questo bastava” , e lo dimostra più di ogni altra cosa, l’affetto dimostrato dai quattro quando Epstein perse la vita a causa di un’overdose di barbiturici a soli 37 anni. Fu uno shock per i Beatles perché, oltre a perdere un grande amico con il quale avevano condiviso tantissime esperienze, avevano perso la persona che per prima credette in loro, “Questi ragazzi esploderanno e molto presto. Sono convinto che un giorno diventeranno più importanti di Elvis Presley” . Inoltre va notato che, fu in seguito alla sua morte che iniziarono le discussioni all’interno del gruppo il che significa che, il loro manager, faceva anche da paciere, e non solo stemperando i malumori ma anche, assicurandosi che nessuno cercasse di prendere il sopravvento sugli altri con la propria personalità. Comunque, furono molte le critiche mosse ad Epstein e sono ancora in tanti ad essere dubbiosi sul suo modo di operare.
Quanto a George Martin, condivideva con la band soprattutto la passione per la musica: li accompagnò in sala d’incisione fin dall’inizio, collaborò ai loro album non solo suonando qualche strumento quando serviva, ma principalmente, nelle fasi di missaggio. Sembra sia da accreditare a lui il fatto che Sgt Pepper appaia come un concept album: fu lui a cucire l’uno all’altro i pezzi, creando quel senso di unità che li collega, oltre ad essere stato lui a realizzare concretamente, molte delle estrose pensate dei Beatles perché, aveva dalla sua parte, una grande preparazione riguardo le tecniche di studio oltre che, una conoscenza della musica a tutto campo.
Resta il fatto che, i Quattro di Liverpool costituirono un fenomeno ineguagliabile, anche dal punto di vista economico, e non solo per le vendite dei propri album che, raggiunsero record a dir poco invidiabili ma anche e soprattutto, per i proventi ricavati da tutto ciò che a loro si riferiva: dalle tirature dei giornali che dedicavano ai Fab Four degli articoli, all’audience dei programmi radiofonici o televisivi che li ospitavano; dalle marche di strumenti che utilizzavano agli oggetti che acquistavano, dai locali che frequentavano ai quartieri in cui vivevano, oltre, come abbiamo già detto, a tutti quei prodotti che brevettarono, dalle parrucche alle t-shirt, dalle tazze da tè ai portauovo!1.6 …i media
Risulta molto interessante notare come, nonostante gli Scarafaggi fossero regolarmente attaccati dai media, l’attrazione reciproca che questi due giganti del nostro secolo provavano, non si affievolì mai. Erano molto frequenti interpretazioni dei loro testi che insinuavano il dubbio di una propaganda ad abitudini ed atteggiamenti negativi, ma erano numerosi anche i testi il cui messaggio era così pulito e universale da riuscire a quietare ogni diaspora. In effetti, esclusa qualche sporadica censura, i quattro ragazzi di Liverpool vennero stimati moltissimo, in ogni ambiente, dalla cultura alta in quanto artisti, alla cultura popolare in quanto idoli. Divennero onnipresenti: sembrava che stampa, televisione e radio, non potessero fare a meno di loro, era un continuo ricircolo di notizie, immagini, musica. Ma anche i Beatles amavano i media, ed era come se si corteggiassero vicendevolmente.
Specchio e riflesso della neonata società di massa era la televisione che, come abbiamo già avuto modo di dire, in questo periodo, acquisisce un ruolo sempre più di peso nei confronti degli altri media. La sua enorme diffusione porta con se un espandersi di mondi conoscibili e immaginabili da cui saccheggiare miti e modelli. Espressione della cultura popolare, la televisione diventa contenitore di sogni e ambizioni e la fonte prima di conoscenza della realtà circostante.
I Beatles, che erano figli della televisione, mantennero con essa un rapporto molto stretto: oltre a prenderne spesso spunto per le proprie composizioni, la frequentarono costantemente, nel senso che, oltre ad essere continuamente al centro dell’informazione proprio a causa del loro enorme successo, non disdegnavano affatto partecipare a programmi di vario genere. Tra il ’62 e il ’65 il quartetto partecipò a ben 52 trasmissioni della BBC, le più importanti si intitolavano Please Please Me, From Us To You e Saturday Club. Quest’emittente televisiva, negli anni Sessanta, produceva con complessi emergenti, dei veri e propri show in cui poter vedere materiale originale eseguito dal vivo, ripreso da qualche concerto o registrato per l’occasione. Anche la conquista dei mercati americani, che inizialmente si erano dimostrati tiepidi nei loro confronti, è attribuibile ad una celebre apparizione televisiva, quella all’Ed Sullivan Show del 9 Febbraio 1964.
Ebbero modo anche di parlare di religione, in un programma televisivo nel settembre del 1967. La trasmissione in questione era The Frost Report in onda in tarda serata in diretta, ma l’apice della loro ‘carriera televisiva’ fu raggiunto il 25 giugno di quell’anno quando, presero parte, alla prima trasmissione televisiva in mondovisione. Il programma che durava 125 minuti, sarebbe stato trasmesso in simultanea in ventisei paesi diversi, con il contributo attivo delle reti nazionali di diverse nazioni dell’Europa, della Scandinavia, dell’America Settentrionale e Centrale, del Nord Africa, del Giappone e dell’Australia. Per l’occasione, venne chiesto ai Beatles di comporre un brano dal testo semplice, che potesse essere capito dai telespettatori di tutte le nazioni: il risultato fu All You Need Is Love, una canzone che con le sue parole voleva diffondere un messaggio positivo in tutto il mondo e che, in effetti, divenne quasi l’inno dell’Estate dell’Amore in quanto, rispecchiava nel migliore dei modi, le aspirazioni dei giovani di tutto il globo. Ciò che i telespettatori ebbero modo di vedere quel giorno in Our World, fu la riproduzione di una tipica seduta d’incisione dei Beatles, nei loro studi di registrazione, nello specifico, lo Studio Uno di Abbey Road. Le basi erano state registrate qualche giorno prima, le parti dal vivo venivano aggiunte istantaneamente, e mixate per la trasmissione. Nella stanza era stato ricreato quasi un clima di festa: oltre ai festoni, palloncini e cartelloni inneggianti la pace e l’amore, erano presenti tanti ospiti celebri tra cui Mick Jagger, Marianne Faithfull, Eric Clapton e Keith Moon.
Diffondere lo stesso messaggio, fu lo scopo di un’altra celebre impresa mediatica che nonostante annoveri la sola presenza di John Lennon e della sua neosposa Yoko Ono, non può non essere menzionata. Si tratta del bed-in realizzato ad Amsterdam nei giorni successivi al matrimonio. La coppia, invece che andare in luna di miele, decise di ospitare nella propria stanza d’albergo rappresentanti della stampa, ogni giorno, per sette giorni, dalle 10 alle 22: in queste lunghe sedute di conferenza stampa, i due rispondevano a qualunque domanda, purché seria, venisse posta loro, l’argomento principale fu la pace, e il risultato, delle lunghe interviste trasmesse in diretta via radio, e un documentario privato di sessanta minuti.
Già dall’inizio degli anni Sessanta, era tipico che le pop star che avessero raggiunto un discreto successo di pubblico, si dilettassero nella realizzazione di film ispirati alle proprie canzoni, è un esempio Elvis Presley. Anche i Beatles lo fecero, portando alla luce il lato più scanzonato della band, attraverso produzioni non troppo impegnate. Sono cinque, in totale, le esperienze cinematografiche beatlesiane: A Hard Day’s Night (1964), Help! (1965), Magical Mistery Tour (1967), Yellow Submarine (1968) e Let It Be (1970).
Il primo, la cui regia é di Richard Lester, è un film dal ritmo incalzante e dalle riprese fantasiose che, rispecchia pienamente la vivacità del pop. L’intenzione alla base del progetto era rappresentare il fenomeno della Beatlesmania insieme alla fatica del gruppo causata dall’enorme successo; in effetti, la trama consiste nella continua fuga dei musicisti dall’assalto dei fan. La colonna sonora, come per gli altri film, è stata scritta prima dell’inizio delle riprese ma con la più totale indipendenza dalla sceneggiatura di Alun Owen, che non era stata ancora visionata dalla band. Il risultato finale è buono, soprattutto grazie alle scelte registiche; Lester molto modestamente affermerà che non aveva fatto altro che lasciare che la cinepresa si muovesse a tempo di musica. In ogni caso, questo lungometraggio rappresenta bene l’epoca in cui fu girato, è pertanto un contributo non trascurabile.
Help! È il secondo film a soggetto dei Beatles e vanta anch’esso la regia di Lester, ma non soddisferà affatto il gruppo. La trama è semplice quanto improbabile: Ringo, protagonista del film, viene inseguito in tutto il mondo dagli adepti di una setta indù, che vogliono riprendersi l’anello sacro scomparso, di cui egli è in possesso. Le riprese, tutte girate con i ragazzi sotto l’effetto della Marijuana, non esaltano. Sono invece buone le musiche così come, i mezzi impiegati. L’aspetto più interessante resta il passaggio dal bianco e nero del primo film, ai caldi colori della ‘Swinging London’ del secondo.
Magical Mistery Tour e Yellow Submarine sono due progetti diversi e a sé stanti ma, sono quasi contemporanei nella lavorazione. Il primo dei due, scritto, diretto e prodotto dai Beatles non ebbe i risultati sperati e infatti, fu stroncato dalla critica, forse anche per il fatto che, la tv inglese, lo mandò in onda in bianco e nero, togliendo praticamente tutta la magia psichedelica alla pellicola. Sembra però che, in seguito sia stato molto rivalutato, al punto da essere studiato nelle scuole di cinema per il suo sperimentalismo. I cinquanta minuti di film, mostrano una folle scampagnata nelle campagne inglesi nel corso della quale, i partecipanti subiscono deformazioni e visioni lisergiche. L’euforia regna chiaramente e le musiche sono senza dubbio le più folli e psichedeliche scritte dal gruppo, anche se, purtroppo, non vennero mai raccolte in un unico album.
Yellow Submarine, un film d’animazione a soggetto la cui regia è di George Dunning, non fu un progetto partito dai Beatles ma, li interessò molto, forse anche perché non gli era dispiaciuta l’idea di vedersi trasformati in cartoni animati. La trama è semplice: nel regno di Pepperland, arriva su un sottomarino giallo la banda, la cui missione è salvare il paese dalla conquista dei malvagi Blue Meanies che odiano amore, musica e colore, tutto ciò che basterà al gruppo per riuscire a sconfiggerli. Anche se non rappresenta una pietra miliare nel campo del cinema d’animazione, questo film fu apprezzato dal pubblico in quanto accontentava grandi e piccini, i primi attraverso battute fulminanti, i secondi grazie a musiche e colori.
Let It Be più che per scelta, fu girato per non mancare all’impegno già preso con la United Artist attraverso un contratto. Dopo varie controversie e indecisioni, il film fu pensato come un documentario che ricreasse i processi creativi dei Beatles, ciononostante, rappresenta molto meglio la situazione poco felice che si era venuta a creare all’interno del gruppo. Completamente diverso dai lungometraggi precedenti proprio per gli umori che emergono, il film, la cui regia, nonché idea, è di Michael Linsday-Hogg, è composto di tre parti: la prima parte mostra le prove del gruppo ai Twickenham Film Studios; la seconda, le registrazioni presso gli Apple Studios; il terzo spezzone, il concerto dal vivo tenuto dalla band sul tetto degli uffici londinesi della Apple il 30 gennaio 1969. Il documentario non venne presentato che nel maggio 1970 in contemporanea con un cofanetto comprendente l’omonimo album, e un libro. Triste dirlo, ma Let It Be rappresenta la parola fine della parabola beatlesiana.

1.7 Beatlesmania

Gli Scarafaggi diedero vita a un fenomeno nuovo nella musica, quello dell’isterismo di massa, ovvero l’entusiasmo che si trasforma in follia. Fin dalle prime apparizioni ad Amburgo, ma soprattutto a partire dalle esibizioni al Cavern Club di Liverpool al loro ritorno, i Beatles provocavano uno stato di eccitazione smodato in chi li ascoltava, le loro voci trasmettevano adrenalina pura agli spettatori. Il fatto che un fenomeno locale si fosse trasformato in fenomeno nazionale, e in seguito internazionale, divenne evidente durante la loro performance nell’ottobre 1963 allo show televisivo Sunday Night at the London Palladium, occasione in cui fu coniato il termine ‘Beatlesmania’. All’esterno del teatro e sotto gli occhi di quindici milioni di telespettatori, si erano accalcati un numero esorbitante di fan urlanti e in preda a crisi isteriche. Secondo lo storico Eric J. Hobsbawm, “La Beatlesmania ha coinvolto enormi masse di giovani che trovarono espresso, nella musica e nei comportamenti di questo complesso, il senso della loro vita e delle loro aspirazioni” . Ancora, a detta di Piero Scaruffi, storico del rock “Trasferirono semplicemente in musica l’entusiasmo delle masse e, di ritorno, vengono acclamati con entusiasmo dalle stesse masse; il ciclo rasenta il moto perpetuo” . Ciò che emerge da queste affermazioni, così come dall’intera storia dei Beatles, è che questi ragazzi come tutti quelli del globo, avevano tanta voglia di divertirsi ed evadere, voglia di uscire dalle convenzioni e dalle imposizioni, per affermare solo la propria giovinezza e voglia di vivere. Senza più alcuna costrizione, come in parte era successo con il rock anni Cinquanta, i ragazzi iniziano a dimenarsi come ossessi, infischiandosene della buona educazione e del contegno. Questa la Beatlesmania: una schiera di giovani che ballano, urlano, si strappano i capelli, svengono. Non appena i Fab Four apparivano, un delirio collettivo senza limiti e fine si manifestava. Nonostante i genitori cercassero in ogni modo di tenere a freno i loro figli, quando li accompagnavano agli eventi del gruppo, questi comunque impazzivano, non avevano più regola al punto che molti, arrivavano a provocarsi danni fisici anche consistenti. Ad Amsterdam, ad esempio, tantissimi ragazzi si gettarono nei canali per raggiungere l’imbarcazione su cui viaggiavano i Beatles rischiando di affogare, in Italia, durante un concerto a teatro, alcuni giovani cercarono di buttarsi giù dagli spalti per raggiungere i loro idoli sul palco. Non era affatto inconsueto vedere ragazze che si scarnificavano il viso e le braccia in preda all’isterismo, o che battessero la testa contro il muro o mordessero chi cercava di fermarle. All’arrivo in Francia, il treno su cui viaggiavano fu distrutto completamente dai fan impazziti che si accalcavano e percuotevano i vagoni. Erano soprattutto le donne a perdere la testa per il quartetto, anche se i maschi non erano molti di meno. A tal proposito vorrei citare l’angloamericanista Franco Minganti che introduce un argomento molto importante a partire da quegli anni, la sessualità, e in particolare la sessualità femminile. L’autore dice delle fan del gruppo “Giovani teenager pronte a tutto (gridare per gridare, svenire, farsela addosso), in evidente prossimità con una sessualità non innocente, anzi esplicita: ‘sono sexy’, dicono dei Beatles le ragazzine” . In effetti in questi anni, si risveglia una sessualità intorpidita per troppo tempo dai pregiudizi e dalle ipocrisie della Chiesa. Voglia di vivere e amore non potevano che sfociare nel sesso che, finalmente da allora, può essere vissuto con libertà e spensieratezza.
Oltre ai fan ‘convenzionali’, c’era una categoria di fan così dedite al loro gruppo da essere costantemente piantonate davanti gli studi in Abbey Road. Erano le ‘Apple Scruff’, e tra queste, ce n’erano di due tipi: quelle disposte a tutto pur di entrare e quelle che si limitavano ad attendere che i loro adoni uscissero per fotografarli, chiedere autografi, toccarli, guardarli da vicino. Ce ne furono alcune che riuscirono addirittura ad entrare in vari modi nelle abitazioni dei Quattro, rubando anche oggetti ai loro idoli ormai letteralmente perseguitati. In effetti, molto presto, i Beatles furono esausti di cotanta euforia e lo dimostra il loro album Beatles For Sale, in cui viene mostrato l’altro lato della Beatlesmania: la stanchezza, la solitudine e la depressione che accompagnava questi ragazzi, la cui vita era stata sconvolta al punto da essere divenuta invivibile. Al fenomeno della Beatlesmania ricordiamo, è dedicato anche il loro film A Hard Day’s Night il cui scopo era ricrearne il delirio. La Beatlesmania fu una delle cause della decisione del gruppo di abbandonare le performance live.
In generale, a detta del gruppo, il loro ascendente sulle masse fu in un certo qual modo causa di delusione: loro desideravano far musica e divertirsi, ma si erano trasformati in veri e propri santoni, tutto ciò che da loro venisse detto o fatto, immediatamente veniva imitato, preso ad esempio. Si trovarono ad essere caricati di pensieri e ideologie che non gli appartenevano, ma non nel senso che non le condividessero, nel senso che non era nelle loro intenzioni esserne dei promotori, soprattutto perché, almeno loro, rimasero consapevoli di non essere perfetti. Si trovarono caricati di troppe responsabilità da parte dei fan che, li volevano per forza di cose fautori di una rivoluzione attiva, e nello stesso tempo, furono additati troppe volte dai benpensanti come causa di alcuni atteggiamenti sbagliati che si diffondevano tra i giovani. . continua>>>


 
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