1.5 …la
moda e l’industria
La parabola beatlesiana, quindi, coincide per
il grande pubblico agli anni 1963-70. Chiaramente,
la loro collaborazione inizia prima e tra l’altro,
è segnata come ogni gruppo, dal ricambio
dei componenti. Paul McCartney e John Lennon
sono, comunque, il nucleo originario fondante.
In ogni caso, per loro, e vorrei sottolinearlo,
furono sufficienti quei sette anni per cambiare
la musica e l’ordine sociale. Il loro
sound trasudava voglia di vivere: venivano esaltate
la bellezza, l’amore e l’amicizia,
si credeva fortemente nella capacità
immaginifica della mente umana. La gioia era
l’ingrediente segreto, questa gioia consisteva
nel godere dei piaceri della vita. Tutto ciò
ebbe un grande ascendente sulle masse, così
come lo ebbe il loro modo di porsi, sempre un
po’ stravagante. Ne fu esempio a primo
impatto il loro modo di ‘acconciarsi’.
In effetti, tra le innovazioni che portarono,
non può essere ignorato il loro influsso
sulla moda giovanile. Il giornalista Fernando
Fratarcangeli ci informa che era rivolta una
grande attenzione ai cambiamenti che la band
proponeva ai giovani beat, ne furono esempio
i capelli lunghi, gli stivaletti con il tacco,
le giacche senza collo e in seguito i baffi.
Partendo dalla testa…questi ragazzi avevano
scelto di non costringere più i capelli
in alcun modo: mentre li lasciarono crescere
come i rockers che li avevano preceduti, gettarono
pettine e brillantina nel cestino. Avevano delle
lunghe frange sulla fronte e un morbido casco
di capelli incolti che scendevano fino al collo,
che i quattro di Liverpool, dicevano di sistemarsi
solo scuotendo il capo. Eresia in un tempo in
cui, i ragazzi perbene, erano tosati a dovere.
Toni Sheridan, cantante rock che con i Beatles
condivise la gavetta ad Amburgo, afferma però
che, quando arrivarono per la prima volta in
Germania, avevano una pettinatura normale ma,
i soldi erano pochi e che nessuno voleva tagliarglieli
per quattro lire, ed è per questo che
i Beatles si fecero crescere i capelli! Come
si suol dire, fecero di necessità virtù.
Questa piccola scelta di look portò un
diffondersi a macchia d’olio di adolescenti
‘capelloni’. Forse inconsapevolmente,
i Beatles avevano scelto quella che, secondo
Angela Vattese, è la parte più
facilmente manipolabile del corpo umano e pertanto,
quella che si presta meglio a quel genere di
comunicazione che precede quella verbale e si
impone a livello percettivo, visivo: senza dubbio
in quanto a comunicazione i Fab Four non ebbero
eguali, ed è per questo che ebbero un
così forte impatto.
I giovani fan, prima di farsi crescere i capelli,
scelsero la via più semplice, quella
della parrucca. L’industria cercò
di adeguarsi, iniziarono presto a diffondersi
pubblicità sul genere: “Wow, ecco
i Beatles! La sola autentica parrucca da Beatles”
. A tal proposito, Fulvio Paloscia e Luca Scarlini,
ci raccontano che nel 1963 una fabbrica di Bethmal
Green, vicino Londra, andò in tilt non
riuscendo a soddisfare la grande richiesta di
parrucche stile Beatles: i fan si arresero e
nonostante il rischio di far irritare oltremodo
i propri genitori, decisero di farsi allungare
i capelli. Ancora la Vattese, ci fa notare come
non si possa trascurare il “legame tra
questa ‘forma simbolica’ della testa
e l’inedita libertà dei costumi,
sessuali ed etici, di cui i Beatles furono i
primi testimoni nelle comunicazioni di massa”
. In effetti i Beatles divennero gli epigoni
di una moda che si faceva pensiero attivo, secondo
Simone Arcagni, di un gusto che si proponeva
come modello sociale e politico di riferimento.
Quanto all’abbigliamento, gli Scarafaggi
erano abbastanza ‘classici’ all’inizio,
indossavano sempre giacca e cravatta. Ben presto
però, vollero personalizzare anche i
propri abiti. Il loro sarto e stilista, Dougie
Millings, ricorda: “Mi dissero: facci
qualcosa di diverso. Non farci sembrare gli
‘Shadows’. Così ce ne venimmo
fuori con lo scollo tondo. Non dico di averlo
inventato io, ma noi aggiungemmo un tocco personale:
il polsino scampanato col gemello e i quattro
bottoni davanti” ; inoltre, su ogni completo
che indossavano, c’erano ricamati sopra
i nomi dei componenti del gruppo. Millings,
si preoccupava anche delle calzature che, ordinava
dai calzolai Anello & Davide, italiani esperti
in scarpe da ballo. Addirittura, alcuni di questi
stivaletti, venivano fatti confezionare con
la stessa stoffa dell’abito con il quale
sarebbero stati indossati. A detta dei calzolai,
quando circolò la voce che i Beatles
si rifornivano da loro, furono invasi dai giovani
acquirenti arrivando a vendere 300 paia di scarpe
al giorno. Ma non solo, il Ministro inglese
dell’economia, li ringraziò pubblicamente
perché grazie a loro si era risollevata
l’industria del velluto… Ed ecco
qua il nuovo stile dei quattro scarafaggi e
di conseguenza di tutti i giovani che li seguivano
perché, se volevi essere beat e quindi
alla moda, dovevi vestire come i Beatles. Successivamente
alle esperienze lisergiche, al loro vestiario
si aggiunse un'altra caratteristica: una gran
varietà di colori sgargianti e fantasie
psichedeliche iniziarono ad invadere le stoffe
dei loro abiti. Inutile dire che anche questo
fenomeno non rimase isolato.
In seguito, lo stile Beatles si estese anche
agli studenti universitari e bisogna dire a
tal proposito che, molto raramente succede che
un gruppo amato dagli adolescenti, veda tra
i suoi seguaci anche ragazzi più maturi.
Quando i Quattro ampliarono i loro orizzonti
però, furono accolti di buon cuore, come
abbiamo già detto, da tutte le sfere
sociali. Nei campus, senza alcun dubbio, fu
l’occhialetto tondo alla John Lennon a
straripare.
In ogni caso, una così grande attenzione
al dettaglio non mancò di dare adito
alle solite polemiche. I Beatles spesso furono
accusati di essere solo un buon prodotto commerciale
che, si prestava bene ad essere venduto e soprattutto,
a far vendere. Erano visti come una pubblicità
che cammina, un frutto dell’industria
capace di gonfiare i portafogli di qualunque
cosa ruotasse attorno a loro. Il loro successo
era giustificato dall’astuzia di coloro
che si preoccupavano dei loro interessi. Senza
dubbio, la loro immagine aggiunse molto al loro
successo, ma sono in molti ad essere in disaccordo
con questo genere di teorie, e ancora una volta
io stessa voglio ripetere che la grandezza della
loro opera smentisce senza troppe difficoltà
queste illazioni. Erano prima di tutto dei grandi
artisti e delle grandi personalità, che
poi avessero trovato nelle scelte di abbigliamento,
un modo per trasmettere e comunicare, non può
assolutamente sminuire il loro valore. E non
possono neanche essere colpevolizzati per il
fatto che fossero così legati alle ragioni
del mercato, in primo luogo perché, la
causa di ciò, sta innanzitutto nella
società di massa che come sappiamo, ha
trasformato tutto, arte compresa, in merce e
poi ancora, nell’influsso che ebbero attraverso
la loro musica e le loro idee, un influsso così
involontario e straripante che non mancò
di infastidire loro per primi. La verità
è che iniziarono ad essere imitati dai
giovani che in loro si rispecchiavano e di conseguenza,
ad essere sfruttati dall’industria: i
prodotti brevettati dai Beatles hanno fruttato
milioni e milioni di dollari solo in America,
hanno risollevato completamente l’economia
inglese in crisi a quei tempi, hanno creato
un giro di contanti inimmaginabile ma, non sono
stati proprio loro a volere tutto questo, e
soprattutto, come dimostrano i problemi economici
che li toccarono, a goderne i frutti. Senza
dubbio il loro produttore, George Martin, e
il loro manager Brian Epstein ebbero un ruolo
molto più importante in tal senso: sicuramente
li sfruttarono oltremodo (e con sfruttare, non
intendo per forza l’accezione negativa
del termine), ma, lo fecero perché credevano
fermamente in questi ragazzi che avevano reso
grandi e che volevano ancor più elevare.
In effetti, i rapporti tra queste due personalità
e i Fab Four furono soprattutto d’amicizia
e di stima, lo dimostra l’affermazione
di Brian Epstein “Non ho mai firmato un
contratto con i Beatles. Ho dato la mia parola
su quello che intendevo fare, e questo bastava”
, e lo dimostra più di ogni altra cosa,
l’affetto dimostrato dai quattro quando
Epstein perse la vita a causa di un’overdose
di barbiturici a soli 37 anni. Fu uno shock
per i Beatles perché, oltre a perdere
un grande amico con il quale avevano condiviso
tantissime esperienze, avevano perso la persona
che per prima credette in loro, “Questi
ragazzi esploderanno e molto presto. Sono convinto
che un giorno diventeranno più importanti
di Elvis Presley” . Inoltre va notato
che, fu in seguito alla sua morte che iniziarono
le discussioni all’interno del gruppo
il che significa che, il loro manager, faceva
anche da paciere, e non solo stemperando i malumori
ma anche, assicurandosi che nessuno cercasse
di prendere il sopravvento sugli altri con la
propria personalità. Comunque, furono
molte le critiche mosse ad Epstein e sono ancora
in tanti ad essere dubbiosi sul suo modo di
operare.
Quanto a George Martin, condivideva con la band
soprattutto la passione per la musica: li accompagnò
in sala d’incisione fin dall’inizio,
collaborò ai loro album non solo suonando
qualche strumento quando serviva, ma principalmente,
nelle fasi di missaggio. Sembra sia da accreditare
a lui il fatto che Sgt Pepper appaia come un
concept album: fu lui a cucire l’uno all’altro
i pezzi, creando quel senso di unità
che li collega, oltre ad essere stato lui a
realizzare concretamente, molte delle estrose
pensate dei Beatles perché, aveva dalla
sua parte, una grande preparazione riguardo
le tecniche di studio oltre che, una conoscenza
della musica a tutto campo.
Resta il fatto che, i Quattro di Liverpool costituirono
un fenomeno ineguagliabile, anche dal punto
di vista economico, e non solo per le vendite
dei propri album che, raggiunsero record a dir
poco invidiabili ma anche e soprattutto, per
i proventi ricavati da tutto ciò che
a loro si riferiva: dalle tirature dei giornali
che dedicavano ai Fab Four degli articoli, all’audience
dei programmi radiofonici o televisivi che li
ospitavano; dalle marche di strumenti che utilizzavano
agli oggetti che acquistavano, dai locali che
frequentavano ai quartieri in cui vivevano,
oltre, come abbiamo già detto, a tutti
quei prodotti che brevettarono, dalle parrucche
alle t-shirt, dalle tazze da tè ai portauovo!1.6
…i media
Risulta molto interessante notare come, nonostante
gli Scarafaggi fossero regolarmente attaccati
dai media, l’attrazione reciproca che
questi due giganti del nostro secolo provavano,
non si affievolì mai. Erano molto frequenti
interpretazioni dei loro testi che insinuavano
il dubbio di una propaganda ad abitudini ed
atteggiamenti negativi, ma erano numerosi anche
i testi il cui messaggio era così pulito
e universale da riuscire a quietare ogni diaspora.
In effetti, esclusa qualche sporadica censura,
i quattro ragazzi di Liverpool vennero stimati
moltissimo, in ogni ambiente, dalla cultura
alta in quanto artisti, alla cultura popolare
in quanto idoli. Divennero onnipresenti: sembrava
che stampa, televisione e radio, non potessero
fare a meno di loro, era un continuo ricircolo
di notizie, immagini, musica. Ma anche i Beatles
amavano i media, ed era come se si corteggiassero
vicendevolmente.
Specchio e riflesso della neonata società
di massa era la televisione che, come abbiamo
già avuto modo di dire, in questo periodo,
acquisisce un ruolo sempre più di peso
nei confronti degli altri media. La sua enorme
diffusione porta con se un espandersi di mondi
conoscibili e immaginabili da cui saccheggiare
miti e modelli. Espressione della cultura popolare,
la televisione diventa contenitore di sogni
e ambizioni e la fonte prima di conoscenza della
realtà circostante.
I Beatles, che erano figli della televisione,
mantennero con essa un rapporto molto stretto:
oltre a prenderne spesso spunto per le proprie
composizioni, la frequentarono costantemente,
nel senso che, oltre ad essere continuamente
al centro dell’informazione proprio a
causa del loro enorme successo, non disdegnavano
affatto partecipare a programmi di vario genere.
Tra il ’62 e il ’65 il quartetto
partecipò a ben 52 trasmissioni della
BBC, le più importanti si intitolavano
Please Please Me, From Us To You e Saturday
Club. Quest’emittente televisiva, negli
anni Sessanta, produceva con complessi emergenti,
dei veri e propri show in cui poter vedere materiale
originale eseguito dal vivo, ripreso da qualche
concerto o registrato per l’occasione.
Anche la conquista dei mercati americani, che
inizialmente si erano dimostrati tiepidi nei
loro confronti, è attribuibile ad una
celebre apparizione televisiva, quella all’Ed
Sullivan Show del 9 Febbraio 1964.
Ebbero modo anche di parlare di religione, in
un programma televisivo nel settembre del 1967.
La trasmissione in questione era The Frost Report
in onda in tarda serata in diretta, ma l’apice
della loro ‘carriera televisiva’
fu raggiunto il 25 giugno di quell’anno
quando, presero parte, alla prima trasmissione
televisiva in mondovisione. Il programma che
durava 125 minuti, sarebbe stato trasmesso in
simultanea in ventisei paesi diversi, con il
contributo attivo delle reti nazionali di diverse
nazioni dell’Europa, della Scandinavia,
dell’America Settentrionale e Centrale,
del Nord Africa, del Giappone e dell’Australia.
Per l’occasione, venne chiesto ai Beatles
di comporre un brano dal testo semplice, che
potesse essere capito dai telespettatori di
tutte le nazioni: il risultato fu All You Need
Is Love, una canzone che con le sue parole voleva
diffondere un messaggio positivo in tutto il
mondo e che, in effetti, divenne quasi l’inno
dell’Estate dell’Amore in quanto,
rispecchiava nel migliore dei modi, le aspirazioni
dei giovani di tutto il globo. Ciò che
i telespettatori ebbero modo di vedere quel
giorno in Our World, fu la riproduzione di una
tipica seduta d’incisione dei Beatles,
nei loro studi di registrazione, nello specifico,
lo Studio Uno di Abbey Road. Le basi erano state
registrate qualche giorno prima, le parti dal
vivo venivano aggiunte istantaneamente, e mixate
per la trasmissione. Nella stanza era stato
ricreato quasi un clima di festa: oltre ai festoni,
palloncini e cartelloni inneggianti la pace
e l’amore, erano presenti tanti ospiti
celebri tra cui Mick Jagger, Marianne Faithfull,
Eric Clapton e Keith Moon.
Diffondere lo stesso messaggio, fu lo scopo
di un’altra celebre impresa mediatica
che nonostante annoveri la sola presenza di
John Lennon e della sua neosposa Yoko Ono, non
può non essere menzionata. Si tratta
del bed-in realizzato ad Amsterdam nei giorni
successivi al matrimonio. La coppia, invece
che andare in luna di miele, decise di ospitare
nella propria stanza d’albergo rappresentanti
della stampa, ogni giorno, per sette giorni,
dalle 10 alle 22: in queste lunghe sedute di
conferenza stampa, i due rispondevano a qualunque
domanda, purché seria, venisse posta
loro, l’argomento principale fu la pace,
e il risultato, delle lunghe interviste trasmesse
in diretta via radio, e un documentario privato
di sessanta minuti.
Già dall’inizio degli anni Sessanta,
era tipico che le pop star che avessero raggiunto
un discreto successo di pubblico, si dilettassero
nella realizzazione di film ispirati alle proprie
canzoni, è un esempio Elvis Presley.
Anche i Beatles lo fecero, portando alla luce
il lato più scanzonato della band, attraverso
produzioni non troppo impegnate. Sono cinque,
in totale, le esperienze cinematografiche beatlesiane:
A Hard Day’s Night (1964), Help! (1965),
Magical Mistery Tour (1967), Yellow Submarine
(1968) e Let It Be (1970).
Il primo, la cui regia é di Richard Lester,
è un film dal ritmo incalzante e dalle
riprese fantasiose che, rispecchia pienamente
la vivacità del pop. L’intenzione
alla base del progetto era rappresentare il
fenomeno della Beatlesmania insieme alla fatica
del gruppo causata dall’enorme successo;
in effetti, la trama consiste nella continua
fuga dei musicisti dall’assalto dei fan.
La colonna sonora, come per gli altri film,
è stata scritta prima dell’inizio
delle riprese ma con la più totale indipendenza
dalla sceneggiatura di Alun Owen, che non era
stata ancora visionata dalla band. Il risultato
finale è buono, soprattutto grazie alle
scelte registiche; Lester molto modestamente
affermerà che non aveva fatto altro che
lasciare che la cinepresa si muovesse a tempo
di musica. In ogni caso, questo lungometraggio
rappresenta bene l’epoca in cui fu girato,
è pertanto un contributo non trascurabile.
Help! È il secondo film a soggetto dei
Beatles e vanta anch’esso la regia di
Lester, ma non soddisferà affatto il
gruppo. La trama è semplice quanto improbabile:
Ringo, protagonista del film, viene inseguito
in tutto il mondo dagli adepti di una setta
indù, che vogliono riprendersi l’anello
sacro scomparso, di cui egli è in possesso.
Le riprese, tutte girate con i ragazzi sotto
l’effetto della Marijuana, non esaltano.
Sono invece buone le musiche così come,
i mezzi impiegati. L’aspetto più
interessante resta il passaggio dal bianco e
nero del primo film, ai caldi colori della ‘Swinging
London’ del secondo.
Magical Mistery Tour e Yellow Submarine sono
due progetti diversi e a sé stanti ma,
sono quasi contemporanei nella lavorazione.
Il primo dei due, scritto, diretto e prodotto
dai Beatles non ebbe i risultati sperati e infatti,
fu stroncato dalla critica, forse anche per
il fatto che, la tv inglese, lo mandò
in onda in bianco e nero, togliendo praticamente
tutta la magia psichedelica alla pellicola.
Sembra però che, in seguito sia stato
molto rivalutato, al punto da essere studiato
nelle scuole di cinema per il suo sperimentalismo.
I cinquanta minuti di film, mostrano una folle
scampagnata nelle campagne inglesi nel corso
della quale, i partecipanti subiscono deformazioni
e visioni lisergiche. L’euforia regna
chiaramente e le musiche sono senza dubbio le
più folli e psichedeliche scritte dal
gruppo, anche se, purtroppo, non vennero mai
raccolte in un unico album.
Yellow Submarine, un film d’animazione
a soggetto la cui regia è di George Dunning,
non fu un progetto partito dai Beatles ma, li
interessò molto, forse anche perché
non gli era dispiaciuta l’idea di vedersi
trasformati in cartoni animati. La trama è
semplice: nel regno di Pepperland, arriva su
un sottomarino giallo la banda, la cui missione
è salvare il paese dalla conquista dei
malvagi Blue Meanies che odiano amore, musica
e colore, tutto ciò che basterà
al gruppo per riuscire a sconfiggerli. Anche
se non rappresenta una pietra miliare nel campo
del cinema d’animazione, questo film fu
apprezzato dal pubblico in quanto accontentava
grandi e piccini, i primi attraverso battute
fulminanti, i secondi grazie a musiche e colori.
Let It Be più che per scelta, fu girato
per non mancare all’impegno già
preso con la United Artist attraverso un contratto.
Dopo varie controversie e indecisioni, il film
fu pensato come un documentario che ricreasse
i processi creativi dei Beatles, ciononostante,
rappresenta molto meglio la situazione poco
felice che si era venuta a creare all’interno
del gruppo. Completamente diverso dai lungometraggi
precedenti proprio per gli umori che emergono,
il film, la cui regia, nonché idea, è
di Michael Linsday-Hogg, è composto di
tre parti: la prima parte mostra le prove del
gruppo ai Twickenham Film Studios; la seconda,
le registrazioni presso gli Apple Studios; il
terzo spezzone, il concerto dal vivo tenuto
dalla band sul tetto degli uffici londinesi
della Apple il 30 gennaio 1969. Il documentario
non venne presentato che nel maggio 1970 in
contemporanea con un cofanetto comprendente
l’omonimo album, e un libro. Triste dirlo,
ma Let It Be rappresenta la parola fine della
parabola beatlesiana.
1.7
Beatlesmania
Gli Scarafaggi diedero vita a un fenomeno nuovo
nella musica, quello dell’isterismo di
massa, ovvero l’entusiasmo che si trasforma
in follia. Fin dalle prime apparizioni ad Amburgo,
ma soprattutto a partire dalle esibizioni al
Cavern Club di Liverpool al loro ritorno, i
Beatles provocavano uno stato di eccitazione
smodato in chi li ascoltava, le loro voci trasmettevano
adrenalina pura agli spettatori. Il fatto che
un fenomeno locale si fosse trasformato in fenomeno
nazionale, e in seguito internazionale, divenne
evidente durante la loro performance nell’ottobre
1963 allo show televisivo Sunday Night at the
London Palladium, occasione in cui fu coniato
il termine ‘Beatlesmania’. All’esterno
del teatro e sotto gli occhi di quindici milioni
di telespettatori, si erano accalcati un numero
esorbitante di fan urlanti e in preda a crisi
isteriche. Secondo lo storico Eric J. Hobsbawm,
“La Beatlesmania ha coinvolto enormi masse
di giovani che trovarono espresso, nella musica
e nei comportamenti di questo complesso, il
senso della loro vita e delle loro aspirazioni”
. Ancora, a detta di Piero Scaruffi, storico
del rock “Trasferirono semplicemente in
musica l’entusiasmo delle masse e, di
ritorno, vengono acclamati con entusiasmo dalle
stesse masse; il ciclo rasenta il moto perpetuo”
. Ciò che emerge da queste affermazioni,
così come dall’intera storia dei
Beatles, è che questi ragazzi come tutti
quelli del globo, avevano tanta voglia di divertirsi
ed evadere, voglia di uscire dalle convenzioni
e dalle imposizioni, per affermare solo la propria
giovinezza e voglia di vivere. Senza più
alcuna costrizione, come in parte era successo
con il rock anni Cinquanta, i ragazzi iniziano
a dimenarsi come ossessi, infischiandosene della
buona educazione e del contegno. Questa la Beatlesmania:
una schiera di giovani che ballano, urlano,
si strappano i capelli, svengono. Non appena
i Fab Four apparivano, un delirio collettivo
senza limiti e fine si manifestava. Nonostante
i genitori cercassero in ogni modo di tenere
a freno i loro figli, quando li accompagnavano
agli eventi del gruppo, questi comunque impazzivano,
non avevano più regola al punto che molti,
arrivavano a provocarsi danni fisici anche consistenti.
Ad Amsterdam, ad esempio, tantissimi ragazzi
si gettarono nei canali per raggiungere l’imbarcazione
su cui viaggiavano i Beatles rischiando di affogare,
in Italia, durante un concerto a teatro, alcuni
giovani cercarono di buttarsi giù dagli
spalti per raggiungere i loro idoli sul palco.
Non era affatto inconsueto vedere ragazze che
si scarnificavano il viso e le braccia in preda
all’isterismo, o che battessero la testa
contro il muro o mordessero chi cercava di fermarle.
All’arrivo in Francia, il treno su cui
viaggiavano fu distrutto completamente dai fan
impazziti che si accalcavano e percuotevano
i vagoni. Erano soprattutto le donne a perdere
la testa per il quartetto, anche se i maschi
non erano molti di meno. A tal proposito vorrei
citare l’angloamericanista Franco Minganti
che introduce un argomento molto importante
a partire da quegli anni, la sessualità,
e in particolare la sessualità femminile.
L’autore dice delle fan del gruppo “Giovani
teenager pronte a tutto (gridare per gridare,
svenire, farsela addosso), in evidente prossimità
con una sessualità non innocente, anzi
esplicita: ‘sono sexy’, dicono dei
Beatles le ragazzine” . In effetti in
questi anni, si risveglia una sessualità
intorpidita per troppo tempo dai pregiudizi
e dalle ipocrisie della Chiesa. Voglia di vivere
e amore non potevano che sfociare nel sesso
che, finalmente da allora, può essere
vissuto con libertà e spensieratezza.
Oltre ai fan ‘convenzionali’, c’era
una categoria di fan così dedite al loro
gruppo da essere costantemente piantonate davanti
gli studi in Abbey Road. Erano le ‘Apple
Scruff’, e tra queste, ce n’erano
di due tipi: quelle disposte a tutto pur di
entrare e quelle che si limitavano ad attendere
che i loro adoni uscissero per fotografarli,
chiedere autografi, toccarli, guardarli da vicino.
Ce ne furono alcune che riuscirono addirittura
ad entrare in vari modi nelle abitazioni dei
Quattro, rubando anche oggetti ai loro idoli
ormai letteralmente perseguitati. In effetti,
molto presto, i Beatles furono esausti di cotanta
euforia e lo dimostra il loro album Beatles
For Sale, in cui viene mostrato l’altro
lato della Beatlesmania: la stanchezza, la solitudine
e la depressione che accompagnava questi ragazzi,
la cui vita era stata sconvolta al punto da
essere divenuta invivibile. Al fenomeno della
Beatlesmania ricordiamo, è dedicato anche
il loro film A Hard Day’s Night il cui
scopo era ricrearne il delirio. La Beatlesmania
fu una delle cause della decisione del gruppo
di abbandonare le performance live.
In generale, a detta del gruppo, il loro ascendente
sulle masse fu in un certo qual modo causa di
delusione: loro desideravano far musica e divertirsi,
ma si erano trasformati in veri e propri santoni,
tutto ciò che da loro venisse detto o
fatto, immediatamente veniva imitato, preso
ad esempio. Si trovarono ad essere caricati
di pensieri e ideologie che non gli appartenevano,
ma non nel senso che non le condividessero,
nel senso che non era nelle loro intenzioni
esserne dei promotori, soprattutto perché,
almeno loro, rimasero consapevoli di non essere
perfetti. Si trovarono caricati di troppe responsabilità
da parte dei fan che, li volevano per forza
di cose fautori di una rivoluzione attiva, e
nello stesso tempo, furono additati troppe volte
dai benpensanti come causa di alcuni atteggiamenti
sbagliati che si diffondevano tra i giovani.
. continua>>>