|
“Se
è vero, come è vero, che
l’uomo ha bisogno di idoli, meglio
allora quei quattro ragazzi di Liverpool
che Hitler” |
| (Arrigo
Polillo) |
Tutti
i fan dei Beatles, parlano del loro avvicinamento
al gruppo come un contagio…è
comprensibile, io stessa sono stata contagiata.
Il trasporto che ancora oggi possiamo provare
attraverso i loro pezzi, spiega senza dubbio
questo fenomeno, questa malattia: l’obbligo
che si prova a dover ondeggiare la testa o
tutto il corpo è sicuramente il primo
sintomo che, si accompagna all’istinto
irrefrenabile di canticchiare. Ben presto
si passa a una fase più acuta della
patologia nella quale, si va alla ricerca
di canzoni specifiche, si diventa collezionisti
di album ma soprattutto si presentano preoccupanti
tremori simili al Parckinson: durante l’ascolto
dei brani si inizia a muovere il corpo, si
perde la padronanza degli arti che sembrano
ipnotizzati dalla musica come i serpenti dei
fachiri. Giunti a questa fase, la malattia
può degenerare rendendoci beatlesologhi
o mantenersi stabile nel tempo rendendoci
portatori sani della Beatlesmania.
Chiunque sa chi sono i Beatles. Non esiste
persona che non conosca almeno i pezzi che
più fanno parte della nostra cultura:
Yesterday, All you need is love, Hey Jude
o Help. Ma, solo coloro che entrano in contatto
con quei pezzi meno melodici e più
innovativi e sperimentali, ma anche meno impegnati
e quindi più ironici, vengono colti
dalla malattia.
Il mio contagio risale all’estate 2005.
Nonostante io fossi tra quelli che sanno chi
sono i Beatles, e conoscevo già un
po’ più della discografia di
base, essendo più una cinefila che
una appassionata di musica, non mi ero troppo
concentrata su di loro, così come,
in generale, non mi dedicavo troppo alla musica
(cosa che ora è cambiata). Molto semplicemente,
preferivo un film a un cd! Poi è bastata
un’auto in noleggio per girare la Sicilia,
pochi cd prestati dal padre di un amico ed
ecco che i Beatles diventano la colonna sonora
di un viaggio e di una vita. In effetti, se
i loro pezzi ascoltati singolarmente già
colpiscono, ascoltare gli interi album e quindi
anche canzoni meno conosciute, ci permette
di assaporare tutta la loro genialità
ed energia.
Ciò che è stato, almeno per
me, il fattore scatenante di tanta passione
e amore, è l’allegria di fondo
che li attraversa, nonostante qualche cenno
di pessimismo qua e là. E’ quel
modo sempre scherzoso di cantare, quel tono
che ci fa sembrare ironico ogni suono e strumento.
Questa è la vera allegria di cui parlo.
I Beatles ti fanno sentire sempre, come un
bambino che torna saltellante dal baracchino
dei gelati; in ogni momento tu li ascolti,
loro sono li per strapparti un sorriso, per
farti muovere come un clown che vuol far ridere,
per farti cantare come il parodista di un
cantante. Ascoltare la loro musica è
come guardare il tuo grande amore, i problemi
svaniscono, la tristezza non ha più
motivo d’essere, ci si può lasciare
andare a un’estasi fatta tutta di momenti
vissuti.
Esiste senza dubbio una produzione più
impegnata, meno allegra sia nei temi che nei
tempi, ma questa, non riesce a cambiare la
concezione della loro musica: riuscirono a
parlare di morte e sofferenza in modo nuovo
e semplice e, grazie al loro ottimismo di
base, riuscirono a rendere anche questo genere
di cose più piacevoli o forse accettabili.
Rimane il fatto che, i Beatles sono e resteranno
sempre e soprattutto, voglia di vivere! Per
rendersene conto basterebbe guardare il loro
terzo film, datato 1967, The Magical Mistery
Tour, che racconta di una compagnia di persone,
molto diverse tra loro, che partono su un
autobus per intraprendere un viaggio la cui
destinazione non conta, perché è
proprio sul mezzo che inizia la festa: come
ogni gita che si rispetti iniziano i canti,
l’allegria dilaga al punto che tutti
sembrano ubriachi, l’euforia traspare
dai volti e dai sorrisi dei personaggi. Poi,
si arriva in questa distesa d’erba,
ed è qui che gli ‘Scarafaggi’
ci regalano i momenti più divertenti
della loro filmografia. Sul Daily Telegrafh
apparve scritto, probabilmente in seguito
alle critiche mosse ai ragazzi, “Bisogna
essere un tipo scorbutico per non amare quei
matti, fracassoni, felici e bellissimi Beatles”,
io chiaramente mi trovo d’accordo.
I Fab Four ci hanno regalato un pezzo adatto
ad ogni momento vissuto; mi sento di poter
affermare che non sono solo l’espressione
dei loro tempi, infatti, ancora oggi ci rispecchiamo
nelle loro canzoni. Tra le favole più
belle mai ascoltate ci sono senza dubbio quelle
raccontate da loro, non si può non
riconoscergli di aver saputo colorare la fantasia
di milioni di persone. Ci sembra di conoscere
tutti quei personaggi che ci hanno descritto,
e possiamo scegliere a chi sentirci più
vicino: i loro ‘viaggi’ sono diventati
anche i nostri, grazie a loro, la nostra fantasia
si libera delle briglie ed inizia a cavalcare
come un cavallo selvaggio.
Questo è quello che i Beatles sono
per me, ora voglio vedere cosa sono stati
i Beatles per il mondo.
|
1.
Il lungo boom economico
Gli anni Sessanta, si caratterizzano come un fondamentale
periodo di transizione e trasformazione. Il fermento
che li contraddistingue, è rintracciabile a
ogni livello sociale già a partire dalla fine
degli anni Cinquanta, e i suoi effetti, si protrarranno
fin tutto il decennio successivo.
Finita la guerra, il mondo si fece pian piano testimone
di un benessere diffuso e prima quasi sconosciuto
che portò con sé, un crescere del desiderare
degli uomini, di certo sostenuto dalla disperazione
che l’aveva preceduto. Il lungo boom economico,
modificò radicalmente gli stili di vita e le
abitudini e, creò un certo livellamento all’interno
delle società; questo processo fu reso possibile
dall’aumento dei salari oltre che da una crescente
attenzione per le provvidenze sociali. Le maggiori
possibilità regalarono una nuova speranza di
vita, la pace ritrovata restituì agli uomini
il piacere di sognare. Le scoperte scientifiche e
tecnologiche promettevano un futuro migliore: la medicina,
negli anni di guerra, aveva fatto passi da gigante;
lo stesso era avvenuto nel campo delle comunicazioni
e delle forniture di energia. Il malessere e la povertà
degli anni di conflitto, furono nel giro di pochi
anni surclassati: se fino a poco prima era difficile
procurarsi anche solo i beni di prima necessità,
ora, soddisfatti quelli, ci si poteva allegramente
dedicare a tutti quei beni superflui che prima, sembravano
così inarrivabili. L’immancabile rovescio
della medaglia fu il consumismo, diffusosi anche grazie
alla società di massa che, proprio in questi
anni inizia a delinearsi.
Durante la guerra fu la radio, e non la stampa, a
rivestire il ruolo di maggior fonte di informazione;
di lì a poco le cose sarebbero cambiate. Le
numerose ricerche svolte nel campo delle telecomunicazioni
in quel periodo e negli anni a seguire, ne aumentarono
le potenzialità e la diffusione. L’avvento
della televisione, che fino agli anni Quaranta aveva
rappresentato un fenomeno ristretto, a partire dagli
anni Cinquanta si fece consistente al punto che, la
televisione, sostituì la radio quale principale
mezzo di intrattenimento. Il piccolo schermo, plasmò
completamente gli stili di vita o meglio, plasmò
e rispecchiò nello stesso tempo il gusto popolare:
divenne fondamentale per creare tendenze e fare pubblicità,
elementi essenziali della società dei consumi.
Vi fu anche un fiorire di telefoni ed elettrodomestici
nelle case, oltre che di televisioni. Quella degli
elettrodomestici fu una rivoluzione soprattutto per
le donne che ora, dovendo dedicare molto meno tempo
alle faccende casalinghe, avevano molto più
tempo libero da sfruttare per altri interessi. Crebbero
a dismisura la vendita di dischi e libri, di riviste
e fumetti : i 45 giri divennero tra gli oggetti più
ambiti dai ragazzi, una fetta consistente del mercato
a partire da quegli anni, e i paperback, edizioni
tascabili dei libri, si diffusero oltremodo. Il livello
di istruzione crebbe moltissimo anche se, questo è
dovuto pure al fatto che molti più ragazzi
avevano le possibilità economiche per dedicarsi
allo studio.
Ci fu anche un maggiore contatto con le altre culture,
grazie alla possibilità di viaggiare. Il miglioramento
delle reti stradali e ferroviarie avvenuto durante
la guerra, oltre che le possibilità offerte
dai voli aerei intercontinentali uniti alla diffusione
capillare delle automobili, crearono una sensazione
di restringimento delle distanze, ogni luogo sembrava
più facilmente raggiungibile. La maggiore disponibilità
economica e di tempo libero portarono ad una grande
mobilitazione, anche il week-end acquisì un
valore nuovo grazie alle gite domenicali.
Ciò che crebbe soprattutto però, e lo
dimostreranno i movimenti di fine anni Sessanta, fu
una voglia di affermazione e visibilità a cui
ora, si poteva finalmente ambire. In questi anni un
moto interiore spinge a rifiutare il già dato
e a cercare di creare, una realtà più
vicina all’essere umano, più a portata
anche dell’uomo comune: ci si vuole padroni
del proprio destino e si rivendicano i propri diritti.
Si assiste ad una rottura con il passato, ad un abbattimento
di frontiere e tabù, ad uno svecchiamento dei
valori istituiti; cambiarono non solo lo stile di
vita ma anche la concezione della vita stessa. Era
come se dopo tanta sofferenza, si iniziasse a vedere
che la vita era una cosa meravigliosa e, si iniziasse
a credere, che dovesse essere vissuta…goduta!
Ciò che risulta evidente, forse anche scatenante
riguardo a questo fenomeno, è il diffondersi
capillare di quei mass media, come appunto la televisione,
la radio e il cinema, che si fecero presto portatori
di nuovi immaginari: in effetti, era qui che i nuovi
miti venivano istituiti e istituzionalizzati. La visione
di questi mondi perfetti e alla portata di tutti,
indusse le persone a desiderare ciò che ora
si poteva avere e, di conseguenza, ad avere ciò
che si desiderava: nasce così il consumismo.
Acquisiscono un valore nuovo l’apparire, il
possedere, ma anche l’essere perché,
a parer mio, la società di massa se si identifica
con l’omologazione e la perdita di individualismo
per la maggior parte delle persone, d’altra
parte spinge anche alcuni individui a distinguersi
e ad emergere. Viene da se, che ciò accade
solo per quei soggetti che hanno saputo mantenere
intatta la propria personalità, senza cedere
alla pressione standardizzante della società.
2. I
giovani, la musica e le mode
Risulta essere molto interessante in questo processo,
la nascita della figura del giovane ma, soprattutto,
la ricettività che lo caratterizzò.
Prima di quegli anni, e la cosa era particolarmente
evidente in Italia, non esisteva una figura di mezzo
tra il bambino e l’adulto. I bambini, che venivano
educati come piccoli adulti, oltre che vestiti come
uomini in miniatura, iniziavano presto a lavorare
e a contribuire al sostentamento della famiglia, per
poi passare altrettanto presto, a crearsene una propria.
In un certo senso, l’esperienza lavorativa,
coincideva con il passaggio all’età adulta
ma, sul finire degli anni Cinquanta la situazione
cambia radicalmente quando l’istruzione diviene
un privilegio diffuso. Grazie alla nuova situazione
economica infatti, crebbe di molto il numero di ragazzi
che si dedicavano agli studi, di conseguenza era ritardato
l’accesso nel mondo del lavoro. Si venne a creare
quindi uno scarto nel passaggio dalla fanciullezza
all’età adulta; erano in molti ad identificarsi
con questa figura di mezzo, quella dell’adolescente.
I ragazzi, prima degli adulti, iniziarono a prendere
coscienza di questa fase della vita, ed iniziarono
a sentire l’esigenza di essere ascoltati in
quanto non più piccoli, anche se non ancora
grandi. Gli studi nel campo della psicologia di quegli
anni, aiutarono l’affermarsi di questa nuova
concezione delle fasi di sviluppo della personalità
dell’uomo. In ogni caso, ad avere un ruolo senza
dubbio da non sottovalutare nel creare una nuova identità,
furono i nuovi media e i modelli che diffusero.
Sarà fondamentale anche il ruolo della musica,
tra le arti forse quella più popolare, che
in quegli anni, porterà alla luce temi e problematiche,
oltre che sonorità, del tutto inaudite per
i tempi. Si diffondono i blue jeans e le minigonne,
le capigliature divengono ricercate ed estrose e il
tutto grazie al nascente rock & roll ma anche,
alla televisione, che permise il diffondere delle
immagini dei propri adoni musicali. In effetti, se
prima della televisione il cantante era solo il volto
sulla copertina del disco e la sua voce, ora, diventa
una persona in carne ed ossa dotata di una personalità
e di uno stile non solo musicale, ma anche di vita.
Presi come modelli dai giovani e demonizzati dagli
adulti, i rockers scossero lo stantio creato dalla
tradizione, furono la spinta a ribellarsi ai padri.
Con il rock, il giovane scopre la possibilità
di esprimersi e diversificarsi attraverso l’abbigliamento,
attraverso l’acconciatura dei capelli: succede
un po’ quello che era accaduto nel campo dell’arte
con gli Scapigliati o i Dandy.
Negli anni Sessanta l’industria discografica
conosce successi mai ottenuti. I risultati di vendita
fanno pensare che, nel decennio in questione, le aspettative
musicali fossero pienamente soddisfatte. Stando ai
dati emessi dalla Recording Industry Association of
America (RIAA), se nel 1959 erano stati venduti dischi
per un valore di 603 milioni di dollari, nel 1969
le vendite avevano raggiunto quasi 1,6 miliardi di
dollari, circa 1,230 milioni di euro. Questo fenomeno
è attribuibile non solo all’aumento di
giovani acquirenti, ma all’affermarsi del long-playing
(LP) come prodotto cui ambire. Infatti per tutti gli
anni ’50, l’album a 33 giri, era stato
il formato prediletto dagli adulti che, a differenza
dei giovani ascoltatori di rock, potevano permettersi
di spendere 5 dollari per un LP. Il 45 giri costava
meno di un dollaro e conteneva di solito due singoli;
senza dubbio era molto più accessibile per
i ragazzi. Circa a metà anni Sessanta la situazione
cambia radicalmente infatti, dal 1967, saranno soprattutto
gli adolescenti ad acquistare LP ed i repertori prevalenti
saranno il pop e il rock.
Questa svolta sembra attribuibile ai Beatles i cui
album, furono così apprezzati, da vendere tanto
quanto i singoli di successo. In effetti, il trionfo
universale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club
Band, considerato il primo concept album della storia,
ebbe profonde conseguenze nell’ambiente musicale:
non solo stimolò i cantanti a concepire gli
album come un’opera articolata in cui i singoli
pezzi divengono solo la parte di un intero, ma incrementò
anche le esigenze degli appassionati di musica che
ora, non potevano più accontentarsi dei singoli
e desideravano acquistare i long-playing. La grande
crescita del mercato discografico ebbe soprattutto
un interessante vantaggio: i musicisti avevano molta
più libertà di esprimersi, di sperimentare;
in un certo senso era aumentato il margine di rischio
concesso e questo, portò ad imprese artistiche
davvero memorabili come gli album doppi, le opere
rock, le collaborazioni rock sinfoniche. Anche l’attenzione
alla confezione, evidente in questi anni, è
un’ulteriore dimostrazione dell’accuratezza
e della dedizione con cui certe opere venivano portate
alla luce. Senza dubbio le copertine, gli inserti,
i testi delle canzoni scritti nei libricini interni
al disco, ne accrescevano ulteriormente il valore.
Inoltre c’è da dire che, anche se a ragion
veduta sono gli anni Settanta ad essere considerati
la decade del fiorire del video musicale, è
negli anni Sessanta che furono realizzati i primi
video musicali brevi, ne sono un esempio quelli girati
per Penny Lane dei Beatles o Unknow Soldier dei Doors.
Non bisogna poi dimenticare che, in questi anni, il
raggio d’azione della musica pop si espande
e, non solo in quanto a tecnica musicale ma anche
in rapporto ai temi trattati. Già nel 1962-1963,
argomenti fortemente politicizzati si facevano strada
ai vertici delle classifiche grazie ad album come
Freewheelin’ di Bob Dylan o gli LP di Peter,
Paul & Mary. A fine anni ’60 si vedevano
in posizioni alte delle classifiche brani che trattavano
temi quali la liberazione sessuale (Light My Fire
dei Doors), l’alienazione sociale e personale
(America di Simon & Garfunkel), i rapporti razziali
(Don’t Call Me Nigger, Whitey di Sly & The
Family Stones) e la chiamata alle armi.
Emerse anche un nuovo tipo di radio, mirato a soddisfare
le richieste del giovane pubblico e in generale, gli
amanti di musica rock. Nonostante la FM risalisse
agli anni ’40, fu negli anni ’60 che iniziò
ad acquistare un peso maggiore fino al punto che,
oggi, è divenuta la banda più usata.
Il motivo di tale espandersi è rintracciabile
nel fatto che, l’ampia offerta musicale di quegli
anni, non poteva essere contenuta dalle stazioni AM
più seguite anche perché, erano molti
i limiti imposti sia sulla durata dei brani, sia sugli
argomenti trattati in essi. Negli anni Sessanta nascono
tutta una serie di stazioni radio underground diffuse
in FM. Tali emittenti vengono presto dette AOR ovvero
Album-Oriented Rock, il pubblico cui si rivolgevano
era proprio quello spesso ignorato degli ascoltatori
del rock, la musica che diffondevano permise di conoscere
artisti di indubbia grandezza come Jimi Hendrix, i
Doors e i Led Zeppelin.
In ogni caso, il simbolo di questo periodo rimane
il juke-box, “grande emittente” della
musica rock, beat e pop, attorno al quale, si raccoglievano
un gran numero di ragazzi. Questo apparecchio, che
in poco tempo invase i luoghi di ritrovo, si fece
portatore della rivoluzione musicale in atto, permise
a milioni di ragazzi di fruire di buona musica a basso
prezzo e in compagnia. La bellezza di questo mezzo
consiste nel fatto che, dal momento in cui io scelgo
cosa ascoltare, decido anche cosa voglio che gli altri
ascoltino, il che ha più di un aspetto positivo:
intanto, aiuta ad avere una visione più ampia
del panorama musicale del momento, infatti, tramite
la scelta di un altro, io posso ascoltare qualcosa
che non conoscevo, potrò apprezzarlo o meno,
ma di certo non potrò far smettere di girare
il disco. Da qui arriva un altro punto a favore del
juke-box: questo strumento ci obbliga, ma anche ci
insegna, non solo ad aspettare il nostro momento,
ma anche a rispettare quello degli altri. Non è
la stessa cosa che avviene quando in un locale mandano
una stazione radio o un disco che a noi non piace,
lo si può ignorare volendo. Ma quando c’era
il juke-box (e io per fortuna lo ricordo, ora se ne
vedono veramente pochi) era un’altra cosa, era
una calamita, tutti impazzivano. Il volume era alto
e ti catturava: di certo avresti dovuto fare la fila
anche solo per inserire la moneta, e sicuramente era
impossibile riuscire a calcolare tra quanti pezzi
sarebbe arrivato il tuo, ma senza dubbio, anche tu
avresti potuto ascoltare la tua musica e non stando
in casa, ma fuori, con gli amici, ed è questo
che lo rende davvero unico. In quegli anni si scopre
il piacere della compagnia, della comitiva, il mondo
smette di essere abitato da lupi solitari.
Oggi, a causa del forte individualismo e della frenesia
della vita quotidiana, ci si è di nuovo rintanati
in casa e isolati dal mondo. Oggi, il juke-box non
piace più, si preferisce la pay-per-view. Eppure
io non capisco come mai, se puoi guardare un film
al cinema allo stesso prezzo, devi sederti sulla tua
poltrona per farlo! Voglio sperare che sia dovuto
alla fila; mi si scusi il sarcasmo! La fila, in questi
casi è una cosa così bella se ci pensa.
Dimostra l’impazienza di tanta gente di fruire
come noi di quello spettacolo, di quel film, di quella
performance musicale; sarà con la gente in
fila con te che si compirà la tua esperienza.
Ma forse, c’è chi preferisce stare da
solo…Io no!
Chiudendo questa piacevole parentesi, torniamo a parlare
del fatto che insieme ai giovani, nacquero le mode
giovanili che come prevedibile, divennero ben presto
le prede più ambite dal mercato; però
non si vuole far polemica qui, ciò che si intende
fare invece, è un quadro generale degli anni
in cui il fenomeno che analizzeremo, l’avvento
dei Beatles, si sviluppò, per poter poi vedere
fino a che punto possa essere considerato come emblema
di una generazione, rappresentazione di un’epoca.
Negli anni Cinquanta, il giovane ancora non si distingueva
per i meriti, tutt’altro. In effetti, si diffuse
una certa violenza tra di essi ed i tassi di delinquenza
giovanili raggiunsero livelli inauditi; il cinema
stesso si soffermò spesso su questo aspetto:
l’idea che si diffonde è quella della
‘gioventù bruciata’. Si affermano
miti come quello di James Dean o Marlon Brando, il
bello e dannato acquisisce un fascino nuovo e così,
la voglia di emanciparsi del giovane si trova a convivere
con reazioni forti e a volte di immotivata brutalità.
Per fortuna le cose nel giro di qualche anno cambiano
e il giovane diviene promotore di pace e amore. Si
giungerà anche in questo caso agli eccessi,
ma la spinta di questi ragazzi cambiò radicalmente
sia il loro valore sociale, sia la società.
Effettivamente fu negli anni Sessanta che i ragazzi
iniziarono ad essere considerati per le loro idee,
si imposero come entità pensanti meritevoli
di considerazione.
Questi giovani, la cui rivoluzione si giocava nella
vita quotidiana e non solo nel mondo dell’arte,
decisero di cambiare il mondo: iniziarono a lottare
per tutto ciò in cui credevano, le rivolte
iniziate nelle Università e che riguardavano
prima l’Istituzione stessa, si estesero per
andare ad abbracciare tutta una serie di cause che,
hanno portato a un’emancipazione molto significativa
sia per la società che per i diritti degli
individui. Hanno portato avanti la Rivoluzione francese
del loro secolo! Il loro credere così fortemente
nell’amore, nella pace, nella giustizia e nel
rispetto, fu la spinta per occuparsi e occupare contro
la guerra, per i diritti delle donne, per i diritti
anche dei lavoratori, degli omosessuali e di loro
stessi…i giovani. Sono gli anni delle occupazioni
appunto, delle manifestazioni, degli scontri con la
polizia, delle fughe da casa. Ma sono anche gli anni
dei grandi concerti, dei prati affollati di giovani
danzanti, gli anni in cui la nudità non sarà
più un’oscenità e in cui il sesso
è vissuto come un piacere godibile. Ma sono,
anche e purtroppo, gli anni in cui la droga dilaga
oltre il concepibile, le malattie si diffondono facilmente,
la famiglia inizia a disgregarsi. E così purtroppo
molti figli dei fiori sono appassiti, altri si sono
persi, altri sono stati strappati via. Ma ogni guerra
ha i suoi caduti e tra tutte le rivoluzioni che ho
studiato questa è senza dubbio la più
bella: niente pianificazioni militari o interessi
economici, nessuno stato da conquistare, alcuna materia
prima da accaparrarsi, nessun desiderio di potere,
niente schiavi, dittatori o re. Solo il desiderio
di svecchiare una società che viveva nell’ipocrisia
e nella sopraffazione del più debole, in cui
gli obblighi erano di gran lunga di più dei
diritti, una società in cui il piacere era
vissuto nell’ombra del peccato, in cui il giudizio
altrui pesava più di quanto non pesasse l’individuo
stesso.
Mi piace pensare che in tutto questo processo, i Beatles
abbiano avuto un ruolo fondamentale visto che, la
loro esperienza risale, proprio a quegli anni e abbraccia
tutto ciò di cui si è finora parlato:
la semplicità delle loro canzoni unita alla
purezza dei sentimenti che li animava, si è
diffusa in ogni angolo della terra contagiando quei
giovani che, cresciuti con la loro musica, si sentirono
di dover cambiare il mondo. Mi piace anche pensare
che altre persone la vedano come me perciò,
userò anche le loro parole per insistere su
questa teoria: due cultori teen, Francesco Denti e
Fabrizio Saulini, affermano “L’impatto
dei Beatles sulla loro epoca è stato tale da
far tramontare l’idea che possano essere interpretati
alla luce della Storia e delle vicende degli anni
Sessanta. Sembra piuttosto che gli anni Sessanta vadano
spiegati alla luce dei Beatles” ; il poeta Fernando
Bassoli, dice “Ci hanno regalato una rivoluzione
culturale sublime, ponendo le idee e le emozioni al
centro di ogni ragionamento, portando la fantasia
al potere e trasformando i sogni in realtà”
, e ancora “I quattro ‘scarafaggi’
avevano scritto nel loro destino di cambiare la storia
del costume europeo attraverso la musica, il look,
e gli atteggiamenti, davvero provocatori per la loro
epoca” ; Giulio Brusati, critico rock, “I
45 giri dei Beatles hanno scandito il tempo, stabilendo
mutamenti sociali, mentali e sessuali, come il primo
innamoramento, il primo riff di chitarra imparato
facendosi venire i calli alle dita, l’ammissione
della fragilità, la scoperta delle droghe e
dello spirito di uguaglianza” ; secondo Vince
Packard, sociologo, “I Beatles incarnano una
rivolta dei giovani contro il mondo degli adulti,
li liberano delle inibizioni inconsce e delle convenzioni
sociali” ; infine, per Abbie Hoffman, leader
della controcultura americana la loro musica “[…]
Riassumeva molto di quello che noi andavamo dicendo
in politica, nella cultura, nell’arte ed esprimeva
quello che sentivamo dentro di noi e la nostra Weltanschauung
in modo totalmente rivoluzionario. Era come se Beethoven
fosse entrato in un supermercato! continua>>>
|
|