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La parodia

1. La satira dei ruoli sociali

In questo paragrafo ci occupiamo di alcune fra le canzoni dei Beatles che presentano testi volti a parodiare determinate figure della società.
Una sferzante ironia ricade su simbolici personaggi “eminenti”, immaginari VIP di spicco ed autorevoli funzionari dello stato; a quest’ultima categoria è ispirata la canzone Taxman.

Let me tell you how it will be,
There’s one for you, nineteen for me,
‘Cos I’m the Taxman,
Yeah, I’m the Taxman.
Should five per cent appear too small,
Be thankful I don’t take it all,
‘Cos I’m the Taxman,
Yeah, I’m the Taxman.

L’io del discorso non combacia con l’io di colui che scrive, il quale viene così a disubbidire al linguaggio ed alle sue imposizioni: l’autore interpreta il ruolo dell’ “esattore” assumendone “la posa”, facendo il verso al suo stile.
L’intonazione del “taxman”, visibilmente appesantita dal ricorrente ed esclusivo uso di imperativi, risuona autoritaria e dittatoriale; nel suo rivolgersi a “You” traspare un certo sprezzante sarcasmo - “Should five per cent appear too small/ Be thankful I don’t take it all”: viene, così, subitamente tratteggiata una sorta di relazione bilaterale padrone-schiavo, che porta ad odiare la figura dell’esattore.
Nella frase breve, secca, che riecheggia in qualità di ritornello, il “taxman” ricorda all’ascoltatore il proprio ruolo di dominatore, la sua posizione che legalizza e giustifica ogni manovra fiscale, anche la più assurda.
I soprusi con cui il sadico “economo” del sistema statale si diverte ad incutere terrore cascano nel ridicolo nella sezione centrale della canzone:

If you drive a car, I’ll tax the street,
If you try to sit, I’ll tax your seat,
If you get too cold, I’ll tax the heat,
If you take a walk, I’ll tax your feet.
Taxman!

Serietà e comicità si mescolano nelle folli minacce del “taxman”, stravolto in maniera esagerata dal maniacale delirio di tassare ogni cosa; persecutore ma nello stesso tempo perseguitato, l’alienazione del “taxman” si esterna nel continuo, ossessivo ripetere “I’ll tax”, in situazioni estremizzate fino all’inverosimile - “If you take a walk, I’ll tax your feet”.
Nella strofa successiva, il tono del “taxman” si fa sempre più aspro; le sue decisioni non concedono diritto di replica:

Don’t ask me what I want it for,
(Ah-ha-Mister Wilson)
If you don’t want to pay some more,
(Ah-ha-Mister Heath),
‘Cos I’m the Taxman.
Yeah, I’m the Taxman.

La posizione gerarchica fra chi parla e chi deve ascoltare e subire in silenzio si acuisce ulteriormente; l’“esattore” sa di essere più potente persino degli stessi ministri, dei quali si prende gioco spudoratamente - “Ah-ha-Mister Wilson”, “Ah-ha-Mister Heath”.
Nell’ultima strofa l’esasperante febbricitare del “taxman” è portato dalla ridicolezza ad una surreale assurdità, nel suo consiglio, rivolto a chi sta per morire, di dichiarare le monetine che gli saranno applicate sulle palpebre:

Now my advice for those who die,
Declare the pennies on your eyes,
‘Cos I’m the Taxman,
Yeah, I’m the Taxman.
And you’re working for no-one but me,
Taxman.

L’intero sistema economico sembra essere basato su di lui, l’unico beneficiario per cui il popolo-suddito lavora. In un certo senso, il “taxman” viene raffigurato come un crudele usuraio, legittimato dalla giustizia e dalla legislazione.
In Taxman, la satira si concentra sul modo in cui il funzionario parla, sulle sue “nevrosi verbali” circa tasse e sanzioni.
continua>>>


 
Copyright ©Marta Miccoli


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