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La mente
il sogno
il viaggio

A proposito del reale e dell’immaginario, Kristeva nota che “sia l’uno che l’altro hanno una uguale realtà discorsiva”; nel testo di un’altra canzone dei Beatles, A Day in the Life, la descrizione di accadimenti apparentemente “esterni”, “reali”, si trasforma impercettibilmente, dandosi nel contempo come racconto di un incubo:

Turn I read the news today oh boy
About a lucky man who made the grade
And though the news was rather sad
Well I just had to laugh
I saw the photograph
He blew his mind out in a car
He didn’t notice that the lights had changed
A crowd of people stood and stared
They’d seen his face before
Nobody was really sure
If he was from the House of Lords.

I versi iniziali sembrano un’informazione su un’informazione, un discorso riportante un discorso riportato: l’autore commenta un articolo di giornale che dice di aver letto in giornata - il linguaggio inteso come strumento di comunicazione diviene, così, pre-testo per un altro testo.
La notizia riguarda “un uomo fortunato che è riuscito a raggiungere la meta”: l’aggettivo “lucky” e l’eufemistico giro di parole per evitare il verbo “morire” fanno entrare l’ascoltatore in una strana dimensione, dove il tragico si mescola al comico, fino allo scoppio di una risata inattesa, inspiegabile - “I saw the photograph”, si giustifica chi parla.
Alla drammaticità del fatto (“and though the news was rather sad”) si affianca la ridicolezza della foto che, da riproduzione inerte del pezzo scritto, diviene sua ombra grottesca, immagine “lontana dalla sua posizione di testimone, (...) non più schiava del messaggio, (...) e più vicina alla debolezza della suggestione”.
Nelle parole con cui l’autore descrive il decesso del “lucky man” - “He blew his mind out” - riecheggia l’espressione “to blow your mind”, il cui significato “non ufficiale” si rinviene nel nebuloso linguaggio pop e allude all’uso delle droghe
.

Secondo questo “nuovo codice”, spiega ancora Melly, “to blow your mind” significa “to behave in an exaggerated manner due to the effect of music, drugs or any other extreme stimuli”.
Trascendendo l’ “obiettività dei fatti”, l’autore riscrive la notizia, riproponendola come scena assurda: la morte è raffigurata come uno spettacolo - l’automobile potrebbe essere il palcoscenico e le luci del semaforo i riflettori - in cui l’unica preoccupazione degli “spettatori” è di partecipare all’evento cercando di sapere se il morto fosse un membro della Camera dei Lords.
Il riconoscimento di un defunto celebre diviene nell’immaginario collettivo quasi una riappropriazione cannibalistica del cadavere: “gli incidenti soddisfano, d’altronde, il sadismo collettivo appagato dalla restituzione simbolica della morte, alla collettività”.
La strofa successiva riprende il tema della morte come spettacolo, stavolta l’immagine è quella di un film di guerra.
Accettata ogni punizione per il suo andare controcorrente, l’autore si dilegua come se fosse stato una proiezione onirica; lascia, però, un’impronta, quel “I’d love to turn you on”, quale possibilità contro tutto ciò che “abitua”, contro il “turn away” della maggioranza, “contro il massacro del pensiero”.
L’ambigua espressione “to turn on” è davvero uno stimolo all’immaginazione: ai vari significati “accendere”, “avviare”, compresa l’allusiva implicazione di natura sessuale “eccitare”, si affianca il significato che di essa dà il linguaggio pop, secondo il quale “to turn on” vuol dire “to use a drug in order to ‘blow your mind’ ”.
I riferimenti al “mind-blowing” ed al “turning-on” delle droghe psichedeliche rinviano alla ricerca di una possibile espansione mentale: l’uso degli allucinogeni, di cui la controcultura fa la propria colonna portante, coincide con il tentativo di liberare la mente da ogni miopia.
Gli orrori della realtà di tutti i giorni - il cadavere che la gente fissa incuriosita, la violenza delle immagini del film sulla guerra - non si distinguono dalle deformi persecuzioni dell’incubo; nella sezione centrale della canzone sembra infatti che l’autore si svegli da questa “strana” dimensione:

Woke up, got out of bed,
Dragged a comb across my head
Found my way downstairs and drank a cup,
And looking up I noticed I was late.
Found my coat and grabbed my hat
Made the bus in seconds flat
Found my way upstairs and had a smoke,
And somebody spoke and I went into a dream.

Il rituale quotidiano viene a mescolarsi con l’immaginario: slittando fra le chiacchiere di qualcuno, tra il gioco dei suoni smoke/spoke, l’autore si rifugia “fumando” nella sua mente, fluttuando nella medesima ambivalente “realtà-sogno”.
L’assurda realtà delle allucinanti notizie ritorna nell’ultima strofa:

I read the news today oh boy
Four thousand holes in Blackburn, Lancashire
And though the holes were rather small
They had to count them all
Now they know how many holes it takes
To fill the Albert Hall.
I’d love to turn you on.

Nei primi versi l’autore riporta il caso della scoperta di quattromila buchi a Blackburn nel Lancashire, indicando con esattezza la posizione geografica del luogo interessato. La sua apparente precisione giornalistica sfocia nell’ironico commento sullo zelo degli addetti ai lavori, che si sono messi a contare buco per buco con tanta dedizione “nonostante i buchi fossero piuttosto piccoli”.
Numerarli tutti servirà loro a sapere “how many holes it takes to fill the Albert Hall”, un derisorio nonsense, giocato sull’assonanza hole/hall, che sbeffeggia il significato e l’efficienza produttiva a tutti i costi.
L’immagine surreale dell’Albert Hall riempito di buchi infrange ulteriormente la divisione realtà/sogno, classificazione mentale riduttiva laddove l’esistenza di una elimina l’altro.
Il testo termina con la ripetizione di “I’d love to turn you on”, reiterato invito alla scintilla vitale contro ogni barriera mentale. continua>>>

 


La Solitudine

 
Copyright ©Marta Miccoli

 

 

 

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