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La mente
il sogno
il viaggio

Nel testo di un’altra canzone dei Beatles, Tomorrow Never Knows, Lennon invita a riappropriarsi di quella parte di sé nuova ed ignota, sconosciuta come il domani:

Turn off your mind relax and float downstream,
It is not dying, it is not dying,
Lay down all thoughts, surrender to the void,
It is shining, it is shining.
That you may see the meaning of within,
It is being, it is being.
That love is all and love is everyone,
It is knowing, it is knowing.
When ignorance and haste may mourn the dead,
It is believing, it is believing.
But listen to the colour of your dreams,
It is not living, it is not living.
Or play the game existence to the end,
Of the beginning, of the beginning.

Il primo verso è tratto dal libro di Timothy Leary e dei suoi collaboratori Alpert e Metzner, The Psychedelic Experience, a sua volta riscrittura del Libro tibetano dei morti: il testo di Lennon rimanda al testo di Leary che rimanda al testo filosofico del Tibet.
Tomorrow Never Knows differisce dai testi ripresi, non presenta alcun riferimento esplicito né all’esperienza psichedelica con l’LSD né all’esperienza mistica della meditazione né alla reincarnazione, pur alludendovi: essa si riscrive come testo che trascende ognuna di esse.
Per tutta la canzone non compare l’ “I” in cui identificare l’autore, il quale sfugge ogni qualvolta gli si riconosca una voce: il mistico, il drogato, il propagandista dell’amore universale si rilanciano l’un l’altro il ruolo di “colui che parla”.
Il testo inizia con una perdita, la perdita dell’io cosciente, quasi una morte - “It is not dying”. I primi versi invitano l’ascoltatore a “disattivare” la propria coscienza, eluderne la sorveglianza, liberarsi da ogni condizionamento mentale - “Lay down all thoughts” - per abbandonarsi allo “splendore” dell’inconscio, alla sconosciuta frammentarietà dell’essere che si sottrae alla totalità della coscienza: l’ “altrove” censurato, “the void” in cui si è ciò che non si sa di essere.
I versi successivi - “That you may see the meaning of within/It is being” - si caricano di ambiguità, offrendo il pronome “it” varie possibilità interpretative. Se leggiamo it (=the meaning of within) is being, avanziamo l’ipotesi che Lennon stia dando al termine “within” il significato di “being”, per cui l’io interiore nascosto, inconscio, è l’ “essere” dell’uomo.
Se, invece, interpretiamo it (=that you may see the meaning of within) is being, consideriamo che Lennon conferisca al “poter capire il significato del ‘within’ ” il valore di “being”, per cui poter vedere ciò che è stato ricacciato dentro è il percorso dell’esistenza, la possibilità per “essere”.
I versi centrali consistono in ciò che potremmo definire il “mantra” della controcultura: “l’amore è tutto, l’amore è tutti”, è questa la conoscenza, il sapere “altro”, disinteressato, che si distacca dalla ragione. Una deviazione, proprio come la morte, spreco di tempo per la fretta che, insieme all’ignoranza, al non-sapere, rim-piange i morti: “It is believing”, un credere senza soffermarsi, senza conoscere, che versa lacrime per mettere a tacere la morte.
Come messo a tacere è pure l’inconscio, il quale riesce a sottrarsi in parte al controllo della coscienza affiorando nei sogni, dove “parla” con un suo linguaggio: “But listen to the colour of your dreams” è l’invito dei versi finali, in cui Lennon usa il verbo “ascoltare” anziché “guardare” o “osservare”; il colore dei sogni è, dunque, un linguaggio da comprendere ed interpretare mettendosi in ascolto. Un ascolto libero “che disgrega, con la sua mobilità, la rete rigida dei ruoli di parola”, poiché proprio il colore ha un modo di significare “difficilmente inquadrabile secondo la semiotica dei codici e delle corrispondenze tra significante e significato”.
Il colore non ha una “realtà”, è un “effetto” prodotto in noi che si realizza richiedendo un’attività immaginativa: è “l’essenziale invisibile agli occhi”, l’effimero che non può essere visto, il fugace che sfugge alla comprensione.
Ascoltare il colore dei sogni vuol forse dire captare le parole “It is not living”, le quali sembrano voler fare emergere
dall’interno dell’inconscio che il senso di “vivere” non è legato al significato che di esso dà la coscienza. Il senso di “living” è forse nel “surrender to the unconscious”, “the void” dei versi iniziali, il vuoto frammentario che spreca i significanti e ci gioca, che lascia sospesa ogni certezza sull’esistenza facendo di essa “the game existence”: un gioco che non arriva a niente e che anzi ricomincia da capo quando si raggiunge un traguardo - “play the game existence to the end of the beginning”.
Il linguaggio di Lennon, metaforico, oscuro, poco si addice a quel pubblico “conosciuto” cui si rivolgevano le prime canzoni dei Beatles, quel gruppo solidale, adulato e vezzeggiato, che si identificava con “You”.

2. Il superamento dei confini fra reale e immaginario

Durante un incontro tra John Lennon e Marshall McLuhan, quest’ultimo, esposte le sue teorie sulla pace, la musica e circa il linguaggio inteso come “a form of organized stutter”, fece a Lennon la domanda “How do you think about language in songs?”. John rispose: Language and song is to me, apart from being pure vibrations, just like trying to describe a dream. And because we don’t have telepathy or whatever it is, we try and describe the dream to each other, to verify to each other what we know, what we believe is inside each other. And the stuttering is right - because we can’t say it. No matter how you say it, it’s never how you want to say it.
Il tentativo di dare espressione alle proprie visioni aveva fatto sentire a Lennon il tradimento di cui il linguaggio è capace: cercare di descrivere un sogno non è mai trascrizione fedele ma è ri-scrittura che porta a reinterpretarsi, è scrittura, proprio come il ricordare, che “se vaga alla ricerca di parole per dirsi, non sempre le trova”.
Nella canzone Strawberry Fields Forever, non c’è un ordine narrativo, una unilinearità, né un punto di vista unico e totale; il testo esordisce con quello che sarà il ritornello dell’intera canzone, un invito a lasciarsi condurre dall’autore ed a condividere con lui “an intriguing journey” in un mondo imprevedibile, dove sogno e realtà si con-fondono:

Let me take you down,
‘Cos I’m going to Strawberry Fields,
Nothing is real
And nothing to get hungabout.
Strawberry Fields forever.

I “campi di fragole” di cui parla Lennon sono un’immagine, il doppio di un posto reale chiamato, appunto, Strawberry Fields, legato ai ricordi di John. Luogo concreto e ideale nello stesso tempo, Strawberry Fields rappresenta l’altra parte del reale, dove “nothing is real and nothing to get hungabout”, fissata per sempre - “Strawberry Fields forever”.
“Non si dà realtà senza una non-realtà” ha scritto Valéry; complementari e contrastanti, la non-realtà e la realtà sono difficilmente discernibili l’una dall’altra. Basta chiudere gli occhi per sabotare ogni certezza alla percezione visiva e modificare l’interpretazione di ciò che ci circonda:

Living is easy with eyes closed
Misunderstanding all you see.
It’s getting hard to be someone
But it all works out,
It doesn’t matter much to me.
No one I think is in my tree
I mean it must be high or low
That is you can’t you know tune in
But it’s all right
That is I think it’s not too bad.

I primi due versi, ambigui, quindi ricchi di varie possibilità interpretative, rimandano ad un altro testo, nel quale Lennon fornisce il suo interpretante:
The second verse goes, “No one I think is in my tree”. Well, I was too shy and self-doubting. Nobody seems to be as hip as me is what I was saying. Therefore, I must be crazy or a genius - “I mean it must be high or low”, the next line.
Genio o pazzo, “high or low”, l’autore sente e vede il mondo in modo differente da chiunque altro: nessuno riesce a salire sul suo albero, simbolo di vita e propulsore d’energia, quasi fosse un’antenna sulle cui frequenze nessuno riesce a sintonizzarsi - “you can’t you know tune in”.
L’autore sembra non avere alcun controllo sulle parole e su ciò che vorrebbe esprimere e comunicare: ripete “that is” -“cioè”- come a voler spiegare quel che intende dire, qualcosa che, però, si chiarisce sempre meno, anzi, si contraddice - “It’s all right/that is I think it’s not too bad”.
Ha scritto in proposito Ponzio che “nella parola del parlante restano intenzioni a lui estranee, che non sempre riesce a padroneggiare, che non sempre coincidono con le proprie intenzioni”.
Nell’ultima strofa l’autore, incoerente ed illogico, parla seguendo i suoi processi mentali, senza lasciarsi limitare dai significati a cui il linguaggio costringe:

Always, no sometimes, think it’s me
but you know I know when it’s a dream,
I think a “No” I mean a “Yes”
But it’s all wrong
That is I think I disagree.

Un linguaggio disgiunto ed esitante tradisce un’identità incerta in ogni sua decisione, un soggetto che inciampa nei suoi pensieri e nelle sue intenzioni, confondendo un “sì” con un “no”.
Sospeso al di là di ogni limite tra realtà e sogno - “But you know I know when it’s a dream” - l’autore è come intorpidito e perso, è estraneo a se stesso, è “l’altro” con le sue opinioni frammentarie, opposte, ambivalenti: alterità, identità, sogno e realtà sono contemporaneamente.
Ha osservato Rose che le canzoni di John Lennon “don’t reveal but suggest”: alludere diviene una caratteristica dei testi dei Beatles, insieme a ciò che Soffritti definisce “quel gusto tipicamente beatlesiano di saper cogliere l’ambiguità della realtà sfumando i confini che dividono il mondo della coscienza da svegli e quello del sogno”. continua>>>

 
Copyright ©Marta Miccoli
La Solitudine



 

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