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La mente
il sogno
il viaggio

1. “The usual Lennon thing”

In questo paragrafo ci occupiamo in particolare del testo di alcune canzoni di John Lennon, l’autore, tra i quattro Beatles, che più fa riferimento a temi quali la mente, la percezione, l’interpretazione della realtà. Il primo tentativo al riguardo fu la canzone There’s a Place:

There, there’s a place,
Where I can go,
When I feel low,
When I feel blue,
And it’s my mind,
And there’s no time
When I’m alone.

Il termine “place” ed il verbo “to go” dei versi iniziali sembrano preparare l’ascoltatore alla descrizione di un luogo circoscritto, ben definito, per poi sorprendere chi ascolta con un’inaspettata rivelazione: il “posto” di cui l’autore parla è la sua mente.
Gli stati d’animo dovuti alla tristezza, alla depressione sono il pretesto per un movimento verso un mondo interiore, caratterizzato dall’assenza del tempo ed in cui tutto è come fluidamente sospeso.
Secondo l’interpretazione che Mellers dà al testo, la mente “is ultimately inviolable, even by her”, “lei” che compare quale “You” della storia d’amore nella seconda strofa:

I think of you,
And things you do,
Go round my head
The things you said,
Like I love only you.

“You”, “The things you said” sono pensieri su di lei che ruotano intorno alla testa, in continuo movimento: il ricordo del suo “I love only you” è “sfuggente e pressante allo stesso tempo”; anche “lei” sembra un pretesto per una solitaria divagazione mentale, un procedere incessante che non serve a niente.
Il ritornello dice della non esistenza di cose tristi nella mente, come fosse un “luogo” in cui non c’è il “saputo”, il “dato”:

In my mind there’s no sorrow,
Don’t you know that it’s so.
There’ll be no sad tomorrow,
Don’t you know that it’s so.

L’ “andarsene” dell’autore è dunque un viaggio senza lo scopo d’arrivare: il suo non è un ritrarsi in un se stesso compiuto ma un “infinito intrattenimento” in un “posto” indefinibile e in-definire.
A chi gli chiese il significato della canzone, il commento dello stesso John fu: “The usual Lennon thing. It’s all in your mind”, affermazione che in sé rimanda a ciò che è stato definito “un susseguirsi di rinvii da interpretante a interpretante”.
Nel testo di Rain, un’altra delle canzoni dei Beatles la cui paternità è stata riconosciuta a Lennon, si osserva che la comprensione della realtà è uno dei continui spostamenti degli stati mentali, un processo di interpretazione in cui “non c’è nessun punto fermo, nessun interpretante definitivo”:

If the rain comes they run and hide their heads,
They might as well be dead,
If the rain comes, if the rain comes.
When the sun shines they slip into the shade,
And sip their lemonade
When the sun shines, when the sun shines.

In queste prime due strofe la canzone si concentra su “they”, soggetti rappresentati come degli automi: “they” procedono secondo regole preordinate, si comportano meccanicamente; considerano la pioggia ed il sole dei segnali da decodificare, dei “dati” da identificare tramite un unico percorso interpretativo. Come in un circolo chiuso, senza ambiguità, ad ogni fenomeno atmosferico fanno seguire una reazione programmata, un atto “convenzionale” già stabilito; “they” non hanno scelta, non vedono possibilità altre al loro agire prefissato: sono degli automi visti in tutta la loro passività - “they might as well be dead”.
Nel ritornello, all’automatismo dell’orientamento, della regola, della “legge”, l’autore contrappone il disorientamento, la spontaneità di ciò che “capita”, di quel che “viene per sé”, l’automatico come “naturale”:

Rain, I don’t mind
Shine, the weather’s fine.

La pioggia ed il sole sono qui goduti come eventi che seguono la natura, anch’essa “un grande automa” che ubbidisce a delle necessità interne.
Nella terza strofa la pioggia viene riscattata dalla condizione di semplice segnale e, anzi, si rivela come metafora - insieme al sole - della realtà “esterna”:

I can show you that when it starts to rain
Everything’s the same,
I can show you, I can show you.

Quando piove “tutto rimane uguale”, ciò che cambia non è la realtà in sé ma il senso che si dà a quel che si percepisce: la realtà ha una sua oggettività, una “capacità di resistenza alla coscienza interpretante”, non le si può conferire un significato “automatico” senza scarto.
Negli ultimi versi, facendo risuonare l’interrogativo “Can you hear me”, l’autore sembra cercare un ascoltatore sulla sua stessa “lunghezza d’onda”, un pubblico che riesca a captare le sue osservazioni spingendosi al di là del fruire la canzone come mero prodotto commerciale:

Can you hear me that when it rains and shines,
It’s just a state of mind,
Can you hear me, can you hear me.

Lennon usa quindi la parola “rain” come metafora per rappresentare l’idea di “realtà”: viene, così, a “sdoppiarne” l’interpretazione. Da un lato la “pioggia” significa “fenomeno atmosferico”, le si attribuisce il significato già tracciato nella coscienza mentre, dall’altro, la parola “sfrutta la non finitezza” della creatività e dell’inventiva. La “pioggia” come “realtà” non è mai prevedibile né ripetitiva, rinvia ad un percorso interpretativo aperto, senza schemi; è uno “stato mentale”, un dialogo mai identico di ogni mente diversa.
Da parte nostra notiamo una certa analogia tra le affermazioni di Lennon in Rain e le riflessioni sulla realtà del poeta Paul Valéry, che così osserva: “La ‘realtà’, - ciò che è capace di un’infinità di ruoli, interpretazioni, punti di vista”. continua>>>

 
Copyright ©Marta Miccoli


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