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George
Martin, il “quinto” Beatles
Uomo di formazione classica – aveva
studiato oboe e pianoforte – e di
grande cultura, George Martin è stato
un po’ il Socrate della “filosofia”
beatlesiana: è una dote naturale,
la sua, quella di vedere la statua laddove
tutti non vedono altro che un pezzo di marmo,
e di tirare fuori il meglio, maieuticamente
parlando, da quei talenti grezzi e completamente
a digiuno di teoria musicale, che erano
i quattro ragazzini di Liverpool al loro
esordio, prima di diventare famosi, come
(blasfemo!) dichiarò John Lennon,
“più di Gesù Cristo”.
E, proprio come Gesù, per riprendere
l’analogia della scandalistica affermazione
lennoniana, anche i Beatles ebbero un padre
spirituale, che quasi tutti gli amatori
e gli storici della Beatlemania fanno coincidere
con George Martin: è lui che si cela
dietro i preziosi arrangiamenti di canzoni
senza tempo come Yesterday, Eleanor Rigby
e Penny Lane; fu George Martin che pazientemente,
su insistenza di Brian Epstein, ascoltò
le prime produzioni inedite dei Four, quando
ancora non erano Fab, e seppe leggere, e
poi trascrivere sugli spartiti, tra quei
suoni sporchi e rozzi, melodie destinate
a divenire intramontabili. Considerato a
buon diritto il “quinto beatle”,
George Martin fu l’artefice silente
del successo dei Beatles, al cui servizio
mise tutta la sua esperienza e conoscenza
musicale. E i Beatles, insperatamente –
non si aspettava, George Martin, di poterci
ricavare più di un paio di singoli
prima che i quattro cadessero nel dimenticatoio
– ricambiarono il favore, trasformando
George Martin, da produttore di una piccola
affiliata della EMI, la Parlophone, destinata
all’epoca alla produzione di artisti
minori, in affermato manager del gruppo
più famoso al mondo, che con lui
incise tutti i suoi lavori, compreso Abbey
Road, ultimo album da studio dei mitici
quattro, che all’uopo richiamarono
George Martin (che li aveva abbandonati
dopo il White Album, stanco dei continui
litigi interni alla band), a testimonianza
di quanto il suo apporto fosse fondamentale
in fase di raffinazione e incisione dei,
seppur talentuosi, visionari pezzi ideati
dai Beatles.
Eppure, George Martin fu sempre molto modesto
quando gli fu fatto notare il suo indispensabile
contributo alla nascita della stella beatlesiana:
“I Beatles erano una fantastica band
di quattro elementi che funzionavano magicamente
insieme, molto di più che da soli.
Uno finiva quello che l’altro aveva
iniziato. Erano quattro menti inseparabili
che facevano concerti, televisione, radio
e ogni tanto andavano anche in studio. Dove
c’ero io, che in quel momento ero
parte della squadra. Senz’altro la
mia opinione sui pezzi contava quanto la
loro. Ma ero solo un piccolo ingranaggio
di una grande macchina” ha dichiarato
qualche anno fa il produttore in un’intervista
per Vanity Fair, in occasione dell’uscita
del disco tratto dal musical Love, nato
dall’incontro tra 30 canzoni dei Beatles
e il Circ du Soleil. Forse perché,
ab originem, se fosse stato per lui, George
Martin, non ci sarebbero stati i Beatles.
Al loro primo incontro a Abbey Road, ennesima
audizione per i quattro, già scartati
da numerose altre e più influenti
case discografiche, George Martin li ricorda
come dei performer abbastanza scadenti.
“La maggior parte dei loro pezzi era
spazzatura, la cosa migliore – detto
oggi fa un po’ ridere – era
Love Me Do”. Ma George Martin, con
fiuto infallibile poi rivelatosi estremamente
prolifico, li scritturò ugualmente.
Perché? Perché avevano “carisma,
molto senso dell’umorismo, ed erano
terribilmente affascinanti”. Oggi,
a distanza di quella che sembra un’eternità
dallo scioglimento dei Beatles, dalla morte
di John Lennon e anche da quella più
recente di George Harrison, George Martin,
84enne ancora attivo in ambito musicale,
grazie anche all’aiuto del figlio
Gilles, produttore come lui, è un
po’ la memoria storica, insieme a
Paul e Ringo, un rappresentante vivente
della leggenda dei Beatles. Per i quali,
anche nel ricordo, non smette di avere parole
di affetto e di stima: “Non avevo
preferenze, erano tutti molto diversi. Paul
e John erano bravissimi compositori, si
piacevano, erano come fratelli e contemporaneamente
molto rivali tra loro. Ognuno voleva sempre
superare l’altro. Ringo era una sicurezza,
e George adorabile. Mi manca moltissimo”.
Parole grazie alle quali i Beatles sembrano
rivivere, oggi come allora, come erano all’epoca:
quattro ragazzi con un sogno nel cassetto
e la musica nel cuore.
FONTE
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Summer
of Love
Tradotto
in italiano, a distanza di quindici anni
dall'edizione in lingua inglese, "Summer
of Love" rappresenta un must per chiunque
ami i Beatles. Sir George Martin racconta
la nascita e la realizzazione di Sgt. Pepper's
Lonely Hearts Club Band, considerato una
pietra miliare della musica pop: un'avventura
durata settecento ore e descritta canzone
per canzone, dettaglio per dettaglio. L'autore
svela le tecniche che costruirono la colonna
sonora di un'epoca e conduce, attraverso
aneddoti, nel mondo dei quattro "favolosi"
teenager che ne cambiarono la storia musicale.
Oltre la narrazione dei fatti c'è
qualcosa di più, che ci trascina
a respirare un'altra aria, sui tetti di
una Londra nebbiosa: è lo sguardo
intenso di chi ha partecipato in prima persona
alla straordinaria esplosione creativa dei
Beatles, è la testimonianza diretta
di una stagione nella quale hanno brillato
le migliori stelle, a illuminare le speranze
e le fantasie di quella che la storia conosce
ormai come la Summer of Love. Il volume
è arricchito da una prefazione scritta
nel 2008 da George Martin appositamente
per l'edizione italiana.
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