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Ma
chi erano mai questi Beatles...
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Capitolo I
“Ma chi erano mai questi Beatles…”
John Lennon, Paul McCartney, George
Harrison e Ringo Starr: quattro
nomi che hanno fatto una parte importante
della storia della musica, che hanno
colorato, con una indimenticabile
colonna sonora, un decennio caratterizzato
da progresso tecnologico ed emancipazione
femminile, macchiato da guerre incomprensibili
e lotte razziali estenuanti.
Ma chi erano? Da dove sono venuti
questi quattro ragazzi scapestrati
che hanno fatto della musica la
loro ragione di vita?
Liverpool, anni ’50…
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1.1 John Lennon:
Irrequieto, ribelle, trasgressivo,
ineducato, ma terribilmente bravo
quando si metteva a giocare con
le note musicali. Un ciuffo alla
Elvis Presley, suo mito incontrastato,
l’aria da leader che metteva
a tacere chiunque cercasse di scavalcarlo,
una camicia a quadri che sottolineava
la sua appartenenza alla middle
class, ma portata svogliatamente
per sottolineare il suo ribrezzo
per qualsiasi tipo di classificazione.
John non era mai stato un bravo
studente, non era mai stato un figlio
modello, forse perché non
conosceva suo padre e conobbe pochissimo
sua madre. L’unica persona
a prendersi cura di lui era stata
la zia Mimi. Ma le sue lamentele
non bastarono per convincere questo
ragazzo a studiare; l’unico
interesse di John era quello di
suonare e cantare, imitando i suoi
idoli e cercando di far colpo sulle
ragazze.
Troppo presto conobbe l’euforia
dell’alcol; il suo comportamento
aggressivo e la sua gelosia nei
confronti della fidanzatina Cynthia,
celavano una profonda insicurezza
e una comprensibile paura della
solitudine.
Con altri suoi coetanei fondò
una band, i Quarry Men, nata sotto
l’influsso dello skiffle,
genere musicale caratterizzato dall’utilizzo
di chitarre e altri strumenti a
percussione artigianale: il loro
stile si fondava su blues e folk
nordamericano, ma non si lasciavano
scappare l’occasione di suonare
rock’n’roll; e fu proprio
grazie ad un’esibizione di
queste che, ad una festa d’estate
di Woolton, nel 1957, un ragazzino
di nome Paul fece di tutto per farne
parte. Fu così che nacque
una delle più importanti
collaborazioni nella storia della
musica.
Poco tempo dopo, si sarebbe unito
a loro un timidissimo ragazzo, dall’aria
sperduta e dagli occhi malinconici:
George Harrison.
Ma torniamo a John.
I professori pensavano che lui non
studiasse, ma in fondo non era così:
“A scuola ero abbastanza duro,
ma riuscivo a far credere che ero
un duro; questo mi metteva nei guai”.
John era un ragazzo estremamente
intelligente ma che aveva scelto
di ricoprire il ruolo dello scansafatiche.
Sembrava che considerasse la vita
una gara, e così sarebbe
stato sempre: “Alla scuola
materna ero malinconico, ero diverso
dagli altri. Sono sempre stato un
diverso, tutta la mia vita”.
La profonda amicizia nata con un
coetaneo di nome Stuart Sutcliffe,
gli regalò momenti intensi,
tra cui l’ingaggio di band
principale nei club della gioventù.
Nel frattempo il loro nome era cambiato
da Quarry Men a Silver Beetles,
che poi John trasformò in
Beatles, dalla musica beat (nonostante
Paul McCartney affermò che
la scelta di chiamarsi Beatles con
la “a” derivasse da
uno strano sogno che fece lo stesso
John).
Alla ricerca di un batterista, ruolo
che in seguito fu ricoperto dal
bel Pete Best, la band cominciò
a farsi conoscere e riconoscere
in diverse zone del Lancashire,
per poi sbarcare ad Amburgo nell’agosto
del 1960. Quella fu la prima volta
che John mise piede in terra straniera.
La destinazione non fu scelta a
caso. Bruno Koschmider era proprietario
di un locale, situato in un quartiere
a luci rosse, dov’erano soliti
esibirsi gruppi tedeschi i quali,
non suscitavano particolare interesse
nel pubblico. Tra uno spettacolo
ed un altro, ebbe modo di apprendere
che vi erano delle bands inglesi,
a basso costo, che però promettevano
molto più di quelle di Amburgo.
Koschmider stesso cercò di
tastare con mano quanto aveva sentito
dire e si diresse a Soho, il quartiere
che più si avvicinava a quelli
porno della sua zona. Quando tornò
nella sua città, si era assicurato
dei cantanti inglesi (come Tony
Sheridan) che, grazie alla loro
spavalderia, avrebbero ottenuto
un rilevante successo.
Poco tempo dopo, anche i Beatles
sarebbero entrati nella cerchia
di Koshmider, dopo che il pubblico
del suo locale aveva cominciato
a spazientirsi.
Alle soglie dei vent’anni,
insieme ai suoi compagni di avventura
Paul, George e Stuart, John entrò
in un mondo fatto d’alcol,
donne, trasgressioni, risse e pochissimi
soldi. Nonostante ciò, “dal
punto di vista musicale, arrivarono
ad intendersi in maniera quasi extrasensoriale
mentre imparavano a leggere il pubblico”.
Ma John non si limitava a strimpellare
sopra al palco cercando di attirare
più attenzione possibile;
spesso il suo esibizionismo sfociava
in atteggiamenti razzisti e poco
rispettosi, atteggiamenti assolutamente
poco apprezzati da Bruno Koschmider.
I guai non venivano mai soli. Di
lì a poco, George fu rimpatriato
in Inghilterra, poiché ancora
minorenne (a far la spia fu lo stesso
Koschmider, che aveva intenzione
di vendicarsi dell’atteggiamento
assunto dalla band), Paul e Pete
furono accusati d’incendio
doloso (accusa infondata) e quindi
anch’essi espulsi.
John restò solo con Stuart
che di lì a poco decise di
restare in Germania per amore della
fidanzata tedesca Astrid.
Fu così che ebbe fine la
prima vera avventura di John, che
da quest’esperienza uscì
ancor più motivato e carico,
deciso che la musica sarebbe stata
il suo futuro.
Il successo non tardò ad
arrivare; sebbene i Beatles fossero
ingaggiati maggiormente per accompagnare
altri artisti ben più noti
di loro, seppero sfruttare determinate
occasioni per mostrare le loro abilità.
Un esempio fu l’arrangiamento
della canzone “Ain’t
She Sweet”, con John alla
voce, o il brano strumentale “Cry
For a Shadow”, firmato Harrison-Lennon.
I ragazzi aumentarono le loro esibizioni
al Cavern Club, un modestissimo
locale di Liverpool che in un futuro
sarebbe diventato meta di pellegrinaggio
per tutti i fan del gruppo.
Inaspettatamente, i Beatles cominciarono
a far rumore e mentre la zia Mimi
rincorreva John per richiamarlo
alle buone maniere, una commossa
signora Harrison le aprì
gli occhi facendole notare con quanta
grinta quei ragazzi fossero riusciti
a conquistare il loro pubblico.
Forse aveva sottovalutato le potenzialità
del nipote.
Fu a questo punto che un personaggio
importantissimo entrò a far
parte della vita di John e degli
altri Beatles: Brian Epstein, un
direttore commerciale alla filiale
della NEMS -North End Music Store
-stufo del proprio lavoro e con
un buon occhio per potenziali musicisti.
Di lì a poco sarebbe diventato
il manager della band più
famosa del mondo.
Il rapporto tra John e Brian è
stato sempre oggetto di estenuanti
discussioni, in quanto si è
sospettato un ipotetico interesse
del manager nei riguardi del cantante.
L’omosessualità di
Epstein era un fatto noto e molti
vi ricamarono sopra avvenimenti
che non ebbero mai luogo. E’
risaputo, infatti, come l’amicizia
tra i due fosse solamente professionale;
Brian aiutò i quattro ragazzi
a creare un’immagine che potesse
far breccia nei cuori del pubblico
senza scandalizzare troppo, considerando
la morale che vigeva in quel periodo
in Inghilterra. I Beatles dovevano
diventare un gruppo idolatrato dai
giovani e amato dagli adulti.
“I Beatles dovettero imparare
ad inchinarsi alla fine di ogni
canzone e a sfoggiare eleganti sorrisi,
non diretti a elementi individuali
del pubblico bensì alla sua
totalità”.
Naturalmente “educare”
John fu un problema tutt’altro
che facile da risolvere. Insito
nella sua personalità era
quella voglia di disubbidire e di
fare polemica fino allo sfinimento.
Anche Epstein dovette arrendersi
e lasciò che John imprecasse,
facesse il cafone e assumesse quell’atteggiamento
tanto disprezzato dallo stesso manager.
Ma non fu tutto vano: John aveva
così tanta voglia di farcela
che scese a compromessi con Brian,
e dovette riconoscergli la capacità
di mantenere il controllo rispetto
ad altri che avrebbero gettato la
spugna molto tempo prima.
L’improvvisa morte di Stuart,
nell’aprile del 1962, avvenuta
a causa di una paralisi cerebrale,
provocò sconforto nell’animo
dei quattro ragazzi, ma soprattutto
in John, che gli era stato tanto
amico, che aveva condiviso con lui
gioie e dolori, con il quale aveva
instaurato una sorta di complicità
che l’aveva aiutato in più
di un’occasione. L’ultima
volta che lo avevano visto era febbraio,
al Cavern, e Paul lo prese in giro
per il modo in cui portava la giacca.
Stuart non lo seppe mai, ma fu proprio
lui ad ispirare quello che poi sarebbe
divenuto lo stile dei Beatles: giacca
senza risvolti abbottonata fino
alla gola.
Oltre l’aspetto esteriore,
il gruppo stava per cambiare qualcos’altro:
il batterista. Pete non sembrava
adattarsi alle novità, rifiutò
di cambiare pettinatura ed il suo
successo era dovuto più alla
sua bellezza che alla sua bravura.
John e gli altri ragazzi non sopportavano
l’idea di avere un batterista
apprezzato più per il suo
fascino che per le sue doti di musicista…
Fu così che i Beatles adottarono
il loro quarto elemento: Ringo Starr,
all’epoca batterista degli
Hurricanes. Questo ragazzo, versatile
e dallo spirito vivace, si rivelò
perfetto per il gruppo.
Di lì a poco John e i suoi
amici, incisero il loro primo capolavoro:
“Love Me Do”. Ciò
che avvene dopo, è cosa ben
nota a tutto il mondo.
1.2 Paul McCartney:
Il 18 giugno 1942, al Walton Hospital
di Liverpool, la signora Mary McCartney
diede alla luce James Paul McCartney,
un bambino che nei decenni successivi
si sarebbe rivelato un vero genio
nel campo musicale.
L’ambiente in cui il piccolo
Paul crebbe era completamente diverso
da quello in cui visse John. I due
ragazzi potevano considerarsi l’uno
l’opposto dell’altro,
ma anche per questo s’incastravano
alla perfezione.
La famiglia McCartney fondava le
sue radici nella religione cattolica
(almeno da parte di madre) nonostante
i bambini Paul e Michael non furono
mai mandati in scuole cattoliche.
Il padre Jim lavorava nel campo
dei trasporti ma aveva un debole
per la musica. Il soggiorno di casa
McCartney, infatti, esibiva un meraviglioso
pianoforte verticale, oggetto di
scontri per i bambini e di divertimento
per il padre, che negli anni ’20
era solito esibirsi con una band,
la Jim Mac’s Jazz Band. Il
suo amore per la musica fu inculcato
ai figli, di cui Paul sembrava il
più interessato.
Questo bambino trascorreva ore aspettando
che la televisione trasmettesse
il suo programma preferito, dove
gruppi musicali dell’epoca
lo rallegravano suonando.
A differenza di John, Paul era uno
studente diligente e bravo in quasi
tutte le materie, soprattutto in
musica. Si dilettava, inoltre, a
scrivere poesie cercando di tradurre
in pensiero ciò che caratterizzava
il suo universo interiore.
L’idolo di Paul era un trombettista
che proveniva dalla sua stessa regione:
Eddie Calvert, un trentenne che
appassionò l’Inghilterra
con la sua spettacolare musica.
Ma Paul, pur volendo imitare Calvert,
dovette rinunciarvi, perché
con la tromba non poteva cantare
e la sua vera passione era proprio
il canto. Cantava in chiesa ogni
domenica e provò anche a
far parte del coro della cattedrale
anglicana di Liverpool, ma non vi
riuscì.
I genitori si aspettavano da Paul
cose strabilianti: in cuor suo Jim
sperava che il figlio avrebbe un
giorno fatto parte di quel coro
della cattedrale, distinguendosi
per la sua meravigliosa voce, mentre
Mary sperava che il ragazzo sarebbe
diventato un insegnante o un dottore.
Purtroppo, però, la donna
non visse abbastanza per vedere
realizzare il sogno del piccolo
Paul.
Il 31 ottobre 1956, Mary si spense
all’età di quarantasette
anni, a causa di un tumore incurabile.
Questa terribile perdita fu fronteggiata
a testa alta dalla famiglia McCartney.
Jim si ritrovò solo a dover
badare a due figli ancora piccoli;
Paul e Mike, dal canto loro, contribuirono
come poterono affinché i
problemi non divenissero più
grossi di quanto non lo fossero
già.
Inevitabilmente Paul ebbe un’infanzia
breve. Continuò a frequentare
la scuola, e la prospettiva di entrare
al college, per abilitarsi all’insegnamento,
si faceva sempre più plausibile.
Ma Paul non aveva perso il suo entusiasmo,
la sua voglia di far musica, nonostante
sapesse che il lavoro del musicista
non era particolarmente proficuo.
Ma la sua passione fu alimentata
dall’ascolto di Elvis Presley.
Paul non aveva ancora quattordici
anni quando ascoltò “Heartbreak
Hotel” e, in seguito, tutte
le altre hit del re del rock. L’euforia
e l’adrenalina che salivano
in lui erano tali da creare un mondo
inaccessibile agli altri meno che
al fratello Mike e al padre, che
ne erano entusiasti.
Durante la frequentazione di un
corso d’arte, Paul conobbe
un certo John Lennon. Non si sa
come mai, ma ne fu immediatamente
attratto: l’aria da “uomo
vissuto” e ribelle che era
tipica di John, non poteva non colpire.
Ma questo non fu l’unico motivo;
in realtà Paul mostrò
subito un certo interesse nei riguardi
di questo giovanotto per il fatto
che era il leader dei Quarry Men.
Il gruppo non stava attraversando
un buon periodo, gli ingaggi erano
scarsi ed i componenti precari.
Paul ha sempre avuto occhio per
certe cose, sapeva aspettare il
momento giusto. Così, un
giorno, durante un concerto a Woolton,
suonò a John “Twenty
Flight Rock”: “Fui molto
colpito da come Paul suonava “Twenty
Flight Rock”. Ovviamente sapeva
suonare la chitarra. Quasi quasi
pensai tra me ‘E’ bravo
quanto me’”, avrebbe
detto John molti anni dopo.
Circa durante la seconda metà
dell’ottobre 1957, Paul divenne
la spalla destra di Lennon, dimostrando
che la bravura di un musicista non
stava solo nel saper suonare bene
gli strumenti, ma nel far qualsiasi
cosa per migliorarsi continuamente.
Fu Paul che presentò George
al gruppo, mettendo in risalto le
sue doti con la chitarra. Frutto
dell’arrivo di questo nuovo
elemento furono certe canzonette,
come ad esempio “In Spite
of All the Danger”, decisamente
notevoli, considerando l’ancor
breve esperienza del gruppo.
Un’amicizia che invece non
fu sempre apprezzata da McCartney,
fu quella tra John e Stuart. Sarà
stata per una questione di gelosia,
sarà stato perché
Stuart suonava il basso, fatto sta
che Paul lo ritenesse antipatico,
anche se il loro rapporto fu sempre
di amore/odio: “Quando si
unì al gruppo, intorno al
Natale 1959, eravamo un po’
gelosi di lui […] . Siamo
sempre stati un po’ gelosi
degli amici di John” ha affermato
Paul in seguito.
Il tempo passava e Paul era sempre
più convinto che il suo futuro
fosse la musica. I Quarry Men, che
ormai si facevano chiamare Silver
Beatles, venivano periodicamente
ingaggiati per supportare altri
cantanti; i ragazzi cercavano ogni
tipo di lavoro, soprattutto (e inaspettatamente)
Paul e Stuart.
Jim McCartney rimase alquanto sconvolto
dalla notizia che il figlio aveva
deciso di abbandonare gli studi
per seguire in giro per il mondo
la band capitanata da questo Lennon
e, in cuor suo, sperava che questo
viaggio gli facesse cambiare idea.
Invece Paul, nonostante le condizioni
spregevoli in cui vivevano, la scarsa
retribuzione e tutto il resto, era
entusiasta, perché stava
facendo quello che aveva sempre
desiderato: scatenarsi su un palco,
cantando e suonando col cuore.
Nell’agosto del 1960 arrivò
un’offerta che i ragazzi non
poterono rifiutare: suonare in un
locale di Amburgo, l’Indra.
Jim, avendo Paul sostenuto e superato
tutti gli esami, non trovò
niente di male in questo progetto
e lasciò che il figlio seguisse
la band.
Le condizioni, come sempre, non
erano delle migliori, ma i ragazzi
sapevano come sprecare il loro tempo
in pericolosi divertimenti. Girarono
le voci di una presunta paternità
di Paul, che aveva assunto un comportamento
molto libertino. Inoltre, questo
viaggio, mise in risalto le doti,
purtroppo non molto sviluppate,
di Stuart al basso. Comprensibile
se si pensa che il ragazzo considerava
il tutto come un passatempo e non
una ragione di vita come per John
e Paul.
Tornati a casa (senza Stuart) la
band cominciò ad essere ospite
fissa del Cavern Club. Il loro debutto
avvenne nel febbraio del 1961. Paul
comprò il basso “violino”
Hofner e divenne il bassista dei
Beatles.
Quello stesso anno i Beatles avrebbero
ingaggiato Brian Epstein come loro
manager e la coppia Lennon-McCartney
si sarebbe consolidata maggiormente.
Appena qualche mese dopo, Paul si
trovò a piangere per la morte
di un ragazzo che non aveva mai
capito né conosciuto veramente:
Stuart. Nonostante questo, i ragazzi
si ritrovarono a suonare la stessa
sera e con la grinta che li contraddistingueva
sempre.
Poco dopo il gruppo avrebbe perso
un altro elemento per guadagnarne
uno nuovo: Pete Best per Ringo Starr.
I maligni vogliono che il padre
di Paul abbia avuto un ruolo fondamentale
nel licenziamento di Pete: pare
che Jim avesse aspramente ammonito
il giovane che era stato assalito
dalle fan, accusandolo di essere
stato molto egoista avendo monopolizzato
l’intera attenzione su di
lui. Che sia stato un elemento chiave
nella sostituzione del batterista,
questo non può essere confermato…
Nell’ottobre 1962 uscì
“Love Me Do”: da questo
momento cominciarono gli interminabili
tragitti in furgone per cercare
di rispettare tutti gli impegni
che i Beatles si sarebbero presi
da allora in poi. Anche se, il furgone,
ben presto, fu sostituito da mezzi
molto più comodi.
1.3
George Harrison:
George è sempre stato considerato
il Beatle taciturno, introverso
e perennemente serio. E’ parzialmente
vero, ma la sua adolescenza è
stata sicuramente più movimentata
di quella di Paul.
Ultimo figlio di una famiglia numerosa,
George nacque il 25 febbraio 1943
al numero 12 di Arnold Grove. Il
suo destino sembrava segnato: tutti
gli Harrison erano nati e morti
nel Merseyside, guadagnandosi da
vivere con lavori umili ma onesti.
Con il fratello Peter venne iscritto
all’unica scuola che aveva
ancora posto, la Dovedale Church
of England Primary.
Indubbiamente il suo carattere lo
portava ad alienarsi, era solito
correre per i campi e cercare posti
dove potesse godere di un profondo
silenzio.
A scuola avrebbe potuto impegnarsi,
e così fece i primi tempi,
ma poi cominciò ad assumere
un’aria di menefreghismo che
lo portò ad essere mal sopportato
da tutti i professori. Era come
se esistesse un patto: lui non doveva
seccare loro e loro non avrebbero
seccato lui, con l’unico particolare
che, non impegnandosi, avrebbe sicuramente
perso l’anno.
Ancor prima della musica, per George
esistevano altri passatempi: l’automobilismo,
per esempio, le gare che era solito
vedersi e per cui spendeva i pochi
risparmi che aveva.
Ma non trascorreva il tempo libero
solo in questo modo. George amava
frequentare il Liverpool Empire,
un teatro dove si esibivano discreti
artisti con spettacoli di varietà
e musica. Tutto ciò prima
dell’avvento della televisione,
quando per ascoltare qualche canzone
bisognava accendere la radio…chi
ne possedeva una.
La situazione a scuola peggiorò
quando George cominciò a
vestirsi come un “teddy boy”.
I professori lo deridevano e non
passava momento in cui non desiderasse
di farla finita una volta per tutte
con lo studio.
A parte Elvis Presley, George non
conosceva molte altre star; ma tanto
bastò per avvicinarlo allo
skiffle e preso dall’invidia
per certi suoi compagni di classe
che facevano progressi con questo
tipo di musica, decise di fondare
una band insieme al fratello Peter,
il quale possedeva una chitarra.
Ma presto cominciò a desiderarla
pure lui e quando la madre decise
di accontentarlo, la sua perseveranza
lo portò ad essere più
bravo del fratello, nonostante le
dita doloranti per la scarsa qualità
delle corde e il rischio di una
punizione a scuola per non aver
fatto i compiti.
In breve tempo, mise abbastanza
soldi da parte per acquistare la
sua prima chitarra elettrica da
Hessy, un negozio del centro, e
durante la sua prima apparizione
in pubblico, la collegò ad
un amplificatore per diffonderne
meglio il suono. Il suo gruppo si
chiamava The Rebels, ne facevano
parte altri due ragazzi oltre George
e Peter.
Avevano cominciato come passatempo
e finirono col partecipare ad un
provino in un club della British
Legion. Un inaspettato successo
dovuto alla loro intraprendenza
giovanile, fece letteralmente saltare
di gioia i fratelli Harrison, nonostante
fossero abbastanza maturi da capire
che quello era solo un successo
effimero.
Ma le cose non andavano sempre bene…o
si? Fatto sta che George fu bocciato
a scuola, avrebbe dovuto ripetere
l’ultimo anno. Ma non avrebbe
potuto sopportare nuovamente quella
situazione, addirittura con compagni
più piccoli, così
decise di abbandonare. Cominciò
a cercare lavoro; dopo una serie
di fallimenti, il padre gli procurò
un posto da apprendista elettricista.
Sembrava proprio che il destino
degli Harrison si ripercuotesse
anche su lui.
In quel periodo George frequentava
un ragazzo più grande di
un anno, un certo Paul, il quale
si sentiva in obbligo perché
la signora Harrison gli aveva prestato
i soldi per il biglietto dell’autobus.
Grazie a Paul, però, George
fu introdotto in un gruppo capitanato
da un certo John Lennon ed in poco
tempo tutti i componenti si accorsero
della bravura di questo ragazzino.
Nel frattempo George non si preoccupava
di suonare anche con altri ragazzi.
Aveva stretto amicizia con Pete
Best, la cui madre aveva aperto
un coffee club nel suo scantinato.
Era solita organizzare serate allietate
da gruppi musicali ed in una di
queste occasioni, George porto Paul
e John, che avrebbero dovuto rimpiazzare
dei ragazzi che avevano dato forfait.
Quella sera i Quarry Men suonarono
davanti ad un discreto pubblico
e divennero assidui frequentatori
del club.
Nonostante tutto, il “piccolo”
George era subordinato a John e
Paul, in quanto il sodalizio stretto
dai due era troppo forte. Dunque
a George spettavano poche canzoni
e di poco conto rispetto alle altre.
Ma John non nascondeva il suo entusiasmo
per questo chitarrista dalle grandi
qualità.
Durante l’avventura ad Amburgo
(grazie alla quale Pete entrò
a far parte del gruppo come batterista)
George ebbe particolarmente successo,
soprattutto con le ragazze. Inoltre,
lo stretto contatto tra i ragazzi,
rafforzò la loro unione:
“Imparammo a vivere e lavorare
insieme”-ricordava George-“scoprimmo
come adeguarci ai desideri del pubblico
e sviluppammo uno stile che era
solo nostro”.
Come abbiamo avuto modo di constatare,
i Beatles tornarono in patria dopo
qualche mese appena, prima della
fine del 1960. Avrebbero ricordato
l’esperienza a lungo.
In questo periodo erano tanti i
posti dove si organizzavano serate
beat, dai teatri parrocchiali alle
sale pubbliche. I Beatles (ormai
avevano abbandonato i nomi Quarry
Men e Silver Beatles) erano occupatissimi
a Liverpool, così impegnati
che non avevano tempo per andare
in tour in Inghilterra. Sarebbero
tornati in Germania altre volte,
ma mai avrebbero eguagliato la prima.
George aveva scritto a quattro mani
con John la canzone strumentale
“Cry For a Shadow”,
che divenne la prima composizione
dei Beatles ad essere incisa su
disco, nel 1962 apparve su My Bonnie,
l’LP di Tony Sheridan, il
cantante che il gruppo accompagnava
in tournee.
Durante le esibizioni dei Beatles,
George era quello più serio,
giustificandosi di essere il chitarrista.
Eppure l’avrebbero chiamato
“la gamba di Liverpool”,
a causa di una torsione ritmata
della sua gamba, appunto, come se
stesse spegnendo una sigaretta.
Il 1961 fu l’anno in cui Brian
Epstein divenne il manager del gruppo.
Epstein era pure giovane, aveva
ventisette anni ed era attratto
dal gruppo per la loro energia,
sicuro che avrebbero raggiunto il
successo. Cominciò ad organizzare
audizioni, per la maggiorparte a
vuoto.
Le esibizioni al Cavern Club aumentarono.
All’epoca George aveva un
po’ di canzonette all’attivo,
come ad esempio “Take Good
Care of My Baby”, “The
Sheik of Araby” e “Three
Cool Cats”. Per alcuni era
lui la vera spinta motrice del gruppo,
colui il quale avrebbe potuto guidarlo.
A breve, avrebbe aggiunto al suo
repertorio (che si avvicinava, dal
punto di vista numerico, a quello
di John) canzoni come “Roll
Over Beethoven” di Chuck Berry
e “Devil in Her Heart”
dei Donays.
Seguirono il cambiamento strategico
del batterista, e l’incontro
con George Martin, un produttore
della EMI, che ascoltò le
quattro canzoni che il gruppo aveva
registrato confermando la teoria
di Epstein sulla grandezza dei Beatles.
Tra scazzottate al Cavern per colpa
di fidanzati furiosi, che procurarono
un occhio nero al povero George,
e proteste per l’arrivo di
Ringo nel gruppo, venne registrato
il loro primo successo, “Love
Me Do”.
Quando venne trasmessa per la prima
volta alla radio, era notte, George
e la madre avevano atteso a lungo
e all’echeggiare della prima
nota, il ragazzo lanciò un
urlo che svegliò la signora
Harrison e che fece brontolare il
padre. Di lì a poco tutto
sarebbe cambiato e la storia dei
Beatles si sarebbe trasformata in
una splendida favola.
1.4
Ringo Starr:
Ringo Starr, Richard Starkey all’anagrafe,
non si sarebbe mai immaginato di
entrare a far parte, forse un po’
per caso, del gruppo più
famoso del mondo.
La sua storia è simile a
quella di tanti altri ragazzi, ma
caratterizzata da una forza di volontà
che ben pochi avrebbero avuto.
Ringo nacque il 7 luglio 1940. Suo
padre (che era solito farsi chiamare
Big Richie per distinguersi dal
figlio) lo abbandonò quando
ancora aveva tre anni, a causa dei
continui litigi con mamma Elsie.
Ringo crebbe con la convinzione
che Big Richie fosse una persona
orribile, probabilmente in seguito
ai continui commenti velenosi della
madre.Nonostante Elsie dovesse
crescere da sola un figlio, tentò
in tutti i modi di non fargli mancare
nulla: Little Richie era sempre
curato e coccolato, mentre la madre
cercava di svolgere qualsiasi lavoro
potesse aiutarla a far star bene
il bambino.
Non appena Richie cominciò
ad andare a scuola, la sua salute
cagionevole cominciò a provocargli
disturbi. Fu colpito da una peritonite;
entrò in coma e solo per
miracolo riuscì a riprendersi.
La convalescenza fu più lunga
del solito e non appena Richie tornò
a scuola, gli fu comunicato che
sarebbe stato inserito in una classe
di allievi un anno più piccoli.
Il suo umore era perennemente nero,
sia per questa retrocessione, sia
per il suo aspetto fisico: un po’
goffo, non troppo alto e con lineamenti
pesanti. Era considerato buffo.
E si sentiva a disagio.
A scuola, comunque, era solito starsene
in silenzio, nascondendo quello
che era il suo vero carattere; i
professori, infatti, non potevano
immaginare che la maggiorparte delle
assenze che Richie faceva non erano
per questioni di salute, ma perché
bighellonava in giro, fumando sigarette
e ubriacandosi con gli amici.
|
|
Quando la madre si risposò con
un certo Harry Graves, la loro condizione
economica migliorò, per non parlare
del fatto che lo stesso Richie ebbe finalmente
accanto a sé, una figura paterna.
La salute precaria non permetteva al giovane
Richie di poter frequentare assiduamente
la scuola, così decise, nel 1955,
di abbandonarla e cercarsi un lavoro:
fu un fattorino alle ferrovie inglesi,
barman cameriere a bordo di un battello
a vapore nel Mersey, finché il
patrigno non gli procurò un impiego
alla Harry Hunt & Sons, una ditta
specializzata in attrezzature per palestre
e piscine, e lì vi restò
per ben sette anni, incoraggiato anche
dalla presenza di uno dei suoi più
cari amici, Eddie Miles.
Proprio con quest’ultimo, Richie
fondò l’Eddie Clayton Skiffle
Group, a cui si unirono altri tre elementi.
Il suo compito era quello di suonare la
batteria, e proprio per questo Harry gli
regalò una batteria di seconda
mano con cui Richie si allenava ogni volta
che la madre gli dava il permesso. Quando
non poteva suonarla, si divertiva con
i mobili della casa.
Suonare davanti ad un pubblico, anche
piccolo, gli permetteva di migliorare
le sue performance, correggendo rapidamente
gli errori che commetteva…i molti
errori che commetteva.
Dopo aver acquistato una batteria Premier
nuova di zecca e dopo l’abbandono
di Eddie Miles, causa matrimonio imminente,
Richie cominciò a ricevere offerte
da altri gruppi; era un tipo che si poneva
pochi problemi, tanto che arrivò
a suonare con tre gruppi diversi la stessa
sera. Nel 1959 entrò stabilmente
nel gruppo Rory Storm and the Hurricanes.
I ragazzi che ne facevano parte si scatenavano
sul palco, eseguendo in maniera rocambolesca
molte canzoni. Raggiunsero un discreto
successo, ma il loro limite stava proprio
nel non rinnovarsi e lo scioglimento (che,
comunque, sarebbe avvenuto da lì
a tre anni) era la loro inevitabile fine.
In seguito all’impegno che Richie
aveva preso, decise di lincenziarsi dalla
Harry Hunt & Sons; fu in questo periodo
che cambiò il suo nome: Richard
divenne Ringo (da ring, anello, che portava
in più di un dito), Starkey, Starr.
Gli Hurricanes partirono per Amburgo,
dove si esibivano al Kaiserkeller insieme
ad un altro gruppo di Liverpool, i Beatles.
Le due band si influenzarono a vicenda,
non era strano che Rory Storm sostituisse
John quando questi aveva una laringite,
o che Ringo prendesse il posto di Pete,
colpito da una bronchite. Proprio Pete
Best sostiene che questo fu il periodo
in cui Starr legò con John, Paul
e George.
Ringo partecipò anche all’avventura
di Tony Sheridan, che poi lui stesso considerò
un provocatore, e alla fine decise di
tornare a casa dalla madre e dal suo gruppo.
Per un momento gli balenò in testa
l’idea di sposare la sua fidanzata
di allora e di emigrare in America, ma
fu scoraggiato dalla complessità
delle pratiche burocratiche necessarie.
Ricevette diverse proposte di suonare
in gruppi, ma la più conveniente
e proficua fu quella fatta una sera d’agosto,
da John Lennon e Paul McCartney. Quel
giorno Ringo diventò un Beatle…o
quasi. In effetti, il produttore George
Martin, che si giustificò dicendo
che ancora non conosceva abbastanza il
batterista, non permise a Ringo di suonare
durante la registrazione del loro primo
successo, “Love Me Do”. Il
debutto ufficiale avvenne il 18 agosto
1962, ad un ballo della Horticultural
Society di Birkenhead.
La reazione del pubblico al cambio Pete/Ringo
non fu del tutto positiva. Indubbiamente
Best affascinava maggiormente le ragazze,
Ringo poteva, al massimo, essere amato
come un fratello! Ma bastò poco
affinché cambiassero idea. Fu solo
quando cominciò a ricevere lettere
dai fan che Ringo prese fiducia e quell’inferiorità
che sentiva i primi tempi si tramutò
in simpatia e auto-ironia. In un certo
senso aveva assunto il ruolo di buffone
e amava particolarmente trascorrere gli
interminabili viaggi in furgone ridendo
e scherzando con gli altri. Provava una
profonda stima nei riguardi di John, sia
come cantante che come insolito autore
di versi nonsense, che Ringo trovava fantastici.
continua>>>
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