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Lennon: scrittore ai limiti dell’assurdo


Capitolo IV

Lennon: scrittore ai limiti dell'assurdo.

Il 23 marzo 1964, fu pubblicato il primo libro firmato John Lennon: In His Own Write. Consisteva in una raccolta di curiose storie di fantasia (quindici per l’esattezza), disegni, poesie e note astruse che, una decina d’anni prima, John si divertiva a scrivere durante gli anni di scuola su qualsiasi cosa gli capitasse. Aveva, dunque, ripreso tale passatempo fra una composizione e l’altra delle canzoni dei Beatles.
Durante uno dei numerosi viaggi della band, John mostrò il suo lavoro ad un certo Michael Braun, il quale era in procinto di pubblicare un libro intitolato Love Me Do: The Beatles’ Progress. Braun si mise in contatto con un editore inglese, Jonathan Cape, che propose a Lennon un contratto.
Quello che editori e altri scrittori non sapevano, era che John si dilettò a scrivere tali storie per cercare un modo di evadere dalla realtà, una realtà che gli pesava molto da quando la Beatlesmania imperversava tra i fan di tutto il mondo.


Nonostante, dunque, non si fosse accostato alla letteratura per brama di successo (che sicuramente non gli mancava), Lennon riscosse un immenso consenso, fra i lettori, con il suo primo libro: The Times Literary Supplement scrisse estasiato che gli scritti di John erano degni di nota, mille miglia lontano dal sottosviluppato linguaggio delle canzoni, [sospesi] tra Joyce [e] Lewis Carroll…Il nonsense dilaga, parole e immagini si stimolano le une con le altre in una catena di pura immaginazione…[Il libro] merita l’attenzione di tutti coloro che temono l’impoverimento della lingua inglese e dell’immaginazione britannica”.
Appena un anno dopo, uscì il secondo libro, A Spaniard In the Works, che raccoglieva altre storielle fantasticamente assurde ed ironicamente rivolte alla vita britannica. Altro libro, altra valvola di sfogo che Lennon non trovava nel suo gruppo.
Più volte, durante interviste, John si sentì chiedere se mai avesse letto Joyce, che, comunque, non disdegnava, ma rispondeva che non l’aveva mai studiato come aveva studiato Shakespeare e che non possedeva una cultura particolarmente vasta (fatto parzialmente vero, almeno da un punto di vista scolastico). Ma qualora gli si ponesse la domanda “Che cosa ti ha ispirato?”, John non esitava un attimo a rispondere Alice in Wonderland: “I was determined to be Lewis Carroll […]”. Le analogie, effettivamente, sono molteplici, ma, a differenza di ciò che accadeva nelle canzoni, dove potevamo trovare dei precisi riferimenti a precisi capitoli delle opere di Carroll, ciò che succede con i libri è diverso, in quanto l’influenza dello scrittore vittoriano è generale, si può cogliere nella forma linguistica, nella struttura, nei temi caratterizzati dallo stesso nonsense che aleggia nel mondo di Alice.
4.1 In His Own Write
Come citato precedentemente, In His Own Write è il primo libro scritto da John Lennon e pubblicato nel 1964. Le storielle racchiuse in questa raccolta sono permeate da un senso d’illogicità perenne; John non scrisse con l’intento di divulgare qualche profondo messaggio, ma scrisse affinché potesse trovare un modo per sfogare le sue paure e le sue ansie.
Ecco ciò che disse Paul McCartney (il quale collaborò anche alla realizzazione di una delle storie) all’uscita del libro: “Alcuni capoccioni senza scampo si chiederanno stupiti come mai una
buona metà è del tutto priva di senso e altri vi cercheranno significati reconditi […] Niente di tutto questo deve avere senso, e se sembra divertente allora è sufficiente”.
Ho avuto modo di analizzare tale raccolta e oltre ad un capovolgimento della lingua che denota una certa somiglianza con il linguaggio utilizzato dal Caterpillar, protagonista del V capitolo di Alice’s Adventures in Wonderland, è evidente un riferimento costante alla morte e, in generale, alla violenza. Ciò che intendo dire è che Lennon sembrava nascondersi dietro il nonsense, sembrava utilizzasse tale forma per celare le sue vere paure. Niente di nuovo, dunque, se vogliamo ricondurci alla precedente analisi dei testi che mi aveva portato ad affermare proprio come John fosse interiormente infelice o insoddisfatto.
Fin dalle prime storie, dunque, nonostante non sia stato sempre facile cogliere un minimo di senso, è palese l’allusione all’infelicità e alle preoccupazioni che affliggevano l’autore. Per citare qualche esempio, basterà leggere la storia “No Flies on Frank”, dove le mosche rappresenterebbero la morte in sé, oppure “Randolf’s Party”, dove un uomo, Randolf appunto, solo durante una festività (tema della solitudine) riceve i suoi amici: “Haddy Grimmble, Randoob. And other hearty, and then they all jumbed on him and did smite him with mighty blows about his head crying We never liked you all the years we’ve known you. You were never really one of us you know, soft head. They killed him you know, at least he didn’t die alone did he?”. Tema della solitudine, dunque, della morte, della futilità dell’amicizia, della fragilità delle relazioni umane. John non era mai stato bravo a relazionarsi con gli altri, quella che portava era una maschera di circostanza che doveva rispecchiare ciò che il suo personaggio gli imponeva di essere.
Un altro esempio che, a mio parere racchiude in sé l’essenza del suo carattere, è una poesia, “The Moldy Moldy Man”:
“I’m a moldy moldy man
I’m moldy thru and thru
I’m a moldy moldy man
You would not think it’s true.
I’m moldy till my eyeballs
I’m moldy til my toe
I will not dance I shyballs
I’m such a Humble Joe”.
Artisticamente parlando, tale composizione può essere considerata semplice e piuttosto banale, ma il significato recondito dice ben altra cosa. La persona “mogia mogia” di cui si parla, altro non è che Lennon stesso, il quale, appare chiaro, sembrava avere una scarsa opinione di se. “I’m moldy till my eyeballs/ I’m moldy til my toe”, un senso d’impotenza e tristezza imperversano in questi due versi, dove John sembra quasi commiserare il suo corpo e la sua personalità, quasi volendo sottolineare la nullità del suo essere. Forse sono parole piuttosto pesanti, ma, non appena conclude con “I’m such a Humble Joe”, il messaggio risulta chiaro, ed un atteggiamento vittimistico oscura la versione nota del “John, leader dei Beatles”. Il protagonista di questa poesia non è un leader, è qualcuno che ha bisogno di conferme, di sicurezze, forse anche di protezione.
Siamo stati abituati ad un’immagine sbarazzina e ribelle di Lennon, senza mai cercare di capirne la vera personalità.
“Sad Michael”, per esempio, sembrerebbe un’altra storia di fantasia (ed in sostanza lo è) ma potrebbe rappresentare, ancora una volta, lo stato psicologico di Lennon: “There was no reason for Michael to be sad that morning, (the little wretch); everyone liked him, (the scab) […] It was strange for a man whom have everything and a wife to boot”. Premettendo che i numerosi riferimenti negativi alle donne risultano inquietanti, il protagonista di questo racconto sembrerebbe non poter desiderare altro dalla propria vita, eppure, la tristezza lo affligge. E’ un continuo susseguirsi di immagini bizzarre e preoccupanti allo stesso tempo.
Ma se da un lato esistono questi componimenti che riflettono le debolezze dell’autore, dall’altro possiamo dilettarci nella lettura di brani più leggeri e divertenti, che denotano uno strano utilizzo della lingua inglese, arricchita di neologismi e giochi di parole.
Un esempio è “At the Denis”:
Madam: I have a hallowed tooth that suffer me grately
Sir: Sly down in that legchair Madam and open your gorbie wide- your mouse is all but toothless.
Madam: Alad! I have but eight tooth remaining (eight tooth left).
Sir: Then you have lost eighty three.
Madam: Impossyble.
Sir: Everydobby knows there are foor decisives two canyons and ten grundies, which make thirsty two in all.
Un dialogo all’insegna del nonsense e della leggerezza del tema, anche se alla fine, l’ultima battuta, lascia un dubbio riguardo ciò che realmente il “tendista” volesse dire: “O.K. Gummy” che, considerato ciò che accennai precedentemente, potrebbe ricollegarsi ad un’azione violenta nei confronti della povera paziente.
Ogni storia, dunque, ha il suo lato comico, il suo lato drammatico ed un lato un po’ oscuro. Altro motivo che mi spinge ad accennare, ancora una volta, alla somiglianza con Carroll, il quale, nonostante fosse un semplice scrittore di storie “per bambini”, celava in se uno spirito debole e introverso che non gli facilitava la vita sociale. Naturalmente la somiglianza resta blanda, si tratta di due uomini vissuti in epoche diverse e che reagirono diversamente alle difficoltà della loro vita, accomunati forse dalla passione per le stranezze e dalla voglia di evadere in un mondo surreale.
In mezzo a questi racconti dove si celano aspetti dell’autore stesso, incontriamo storie velate di una certa ironia nei confronti dei media, che non a caso erano uno dei motivi per cui i Beatles provavano tanto fastidio a stare in pubblico.
Di notevole interesse sono anche i disegni ideati dallo stesso John, abbozzi sarebbe meglio dire, di una certa semplicità, una linea tracciata a matita che risalta l’immediatezza del pensiero dell’autore. John affermò più volte che dovette combattere affinché i suoi componimenti non venissero modificati dall’editore. Diceva che scriveva le sue storie di getto, senza mai tornare a correggerle; se le scriveva in quel particolare modo era per un motivo ben preciso, quindi non sopportava doverle modificare. La versione giunta fino a noi testimonia chiaramente che l’ebbe vinta lui.
Più volte, durante interviste, gli fu chiesto se essere un Beatle l’avesse aiutato a pubblicare i suoi libri; John rispose molto francamente che la sua fama aveva suscitato nel lettori grande interesse, ma che, qualora non fosse stato il leader della band più famosa del mondo, avrebbe fatto di tutto, avrebbe superato ogni tipo di ostacoli, per raggiungere il successo come scrittore, magari diventando un “Beat poet”, un poeta tormentato che avrebbe sofferto mille pene prima di riuscire a trovare la propria strada.
Vorrei concludere questo paragrafo, citando proprio l’ultima poesia di In His Own Write, che casualmente si ricollega anche a Lewis Carroll. Ancora una volta torna il tema della morte, ancora una volta la sottile ironia lennoniana che caratterizzò gran parte della sua vita, gran parte delle cose che disse. Il componimento si intitola “I Remember Arnold” e il riferimento a Carroll è doppiamente presente nell’ultima strofa:
And so we growt and bumply
Till the end of time
Humpty dumpty bumply
Son of Harry Lime.
Bumpleydy Hubledy Humbley
Bumdley Tum. (Thank you)
Evidente l’accenno ad Humpty Dumpty, la testa d’uovo che troviamo nel sesto capitolo di Alice Through The Looking Glass, nonché protagonista, in parte, della canzone “I Am a Walrus”. Un personaggio molto particolare, in quanto, oltre la sua immagine goffa e buffa, rifletteva tutta la drammaticità del suo essere diverso dagli altri e dunque rifiutato, in un certo senso, dalla sua stessa società. Errore che peraltro commise la stessa Alice, non rendendosi conto della poca sensibilità con cui stava trattando questo “strano” individuo. Come ho già avuto modo di accennare precedentemente, Humpty Dumpty potrebbe essere considerato la personificazione dell’insoddisfazione degli uomini, del male di vivere, dell’infelicità; non credo sia un caso, infatti, che Lennon avesse scelto proprio questo personaggio per una canzone che è diventata l’emblema del nonsense e, di conseguenza, dei significati reconditi.
Il secondo riferimento, forse meno palese del primo, è al settimo capitolo di Alice’s Adventures in Wonderland, “A Mad Tea-Party”, dove le vicissitudini del Cappellaio Matto, della Lepre Marzolina e del Ghiro, riportano alla luce argomenti, sulla concezione del tempo, apparentemente senza senso, ma che stravolgono le idee razionali di Alice. Il tempo non è che un fattore come tanti altri, soggetto a diverse interpretazioni a seconda della persona e del suo modo di vivere la propria vita. “Till the end of time” potrebbe assumere un’accezione ottimista, nel senso che il tempo è infinito, o pessimista, come nel caso di questa poesia, dove la morte gioca un ruolo fondamentale. L’imprevedibilità della vita, la fugacità della nostra esistenza, sono espresse a chiare lettere in questo primo libro di Lennon; attenzione a non farsi indurre in inganno dalla simpatia del linguaggio utilizzato dall’autore, dai disegni burleschi e dai bizzarri personaggi, dai giochi di parole e dai neologismi simpatici che ci rubano qualche sorriso; d’altronde si sa, i clown più bravi sono anche quelli più infelici.
4.2 A Spaniard In The Works
Q: "Can I ask you about Lewis Carroll?"
JOHN: "Oh, Lewis Carroll. I always admit to that because I love Alice In Wonderland and Alice Through The Looking Glass. But I didn't even know he'd written anything else. I was that ignorant. I just happened to get those for birthday presents as a child and liked them. And I usually read those two about once a year, because I still like them."
Il 24 giugno 1965 fu pubblicato il secondo libro di Lennon: A Spaniard In The Works, e ancora una volta, si fece il nome di Lewis Carroll tra i possibili ispiratori di questa seconda raccolta. La struttura è simile a quella del primo libro: racconti, poesie e disegni bizzarri, caratterizzati da un linguaggio insolito e da un’atmosfera di apparente fantasia.
Quel che rende diverso questo secondo libro da In His Own Write è il (quasi) costante riferimento alla società di John, attaccata tramite le sue storie, sotto diversi punti di vista, che vanno dalla politica alla religione. Non mancano naturalmente, riferimenti alla vita dell’autore stesso.
Vorrei cominciare a proporre qualche esempio partendo da una storia liberamente ispirata a “Sherlock Holmes”; il racconto in questione è “The Singularge Experience of Miss Anne Duffield”. In un’intervista, John affermò di aver trascorso la sua vacanza a Tahiti leggendo alcune storie riguardanti questo personaggio inglese. Si rese conto di come tutte le sue avventure fossero pressappoco le stesse, nonostante fossero state scritte pagine e pagine di parole. Pensò così di creare un personaggio fittizio che si rifacesse al tanto stimato “Sherlock Holmes”, il simpatico Shamrock Womlbs e il suo fedele collaboratore Whopper. Nonostante la brevità della storia, carpire il significato di ciò che Lennon espresse non è semplice cosa. Esilarante parodia di un personaggio molto amato dai lettori inglesi (e non solo), dialoghi degni di un pittoresco teatro dell’assurdo: incomprensioni, nonsense e qualche colpo di scena per giungere ad un finale piatto e monotono (dal punto di vista tematico).
“We must not forget the General Erection” è uno dei primi racconti dov’è palesemente riscontrabile una parodia della situazione politica in Inghilterra: “We must not forget Mr Caravans loving smile on Budgie Day as he raised the price of the Old Age Pests. We must not forget Mr Caravans lovely smile when he raised the price of the M.P.s (Mentals of Parliament) wagers as well also”.Senza considerare per un momento il linguaggio fantasioso che è ormai la peculiarità più importante di entrambi i libri lennoniani, soffermiamoci sul contenuto: è evidente la polemica nei confronti del governo, denota una generale insoddisfazione e allo stesso tempo insofferenza nei riguardi della società inglese. L’intero brano, molto breve fra l’altro, è strutturato secondo un resoconto politico che mette in risalto ironicamente gli insuccessi ottenuti da presunti politici. Il tutto corredato da disegni che, altrettanto palesemente come le parole utilizzate, riflettono il punto di vista dell’autore.
La satira politica continua con il brano “Cassandle”, un testo particolare, in quanto Lennon utilizzò lo schema di una rubrica giornaliera di un quotidiano. I riferimenti politici sono molto più marcati e diretti, come si può evincere dal testo stesso:
“[…] do I have top ut up with? The way I see it, a
good smell in the Army would cure
them, get rid of a few more capitalist
barskets (OOPS!). Not being able to
stand capitalism, I fall to see why
those awful common lads make all
that money, in spite of me and the
government in a society such as ours
where our talent will out.
Il gioco d’astuzia di far parlare un “volto noto” al pubblico (seppur fittizio in realtà) incrementa l’effetto denigratorio che John voleva creare. In questa polemica è coinvolto, oltre il mondo della politica, anche il mondo dello spettacolo, attaccato duramente con parole aspre quali “incredibili dementi reclinabili”, “babbuini incredibili che si credono intrattenitori”; tipico comportamento di Lennon. Non ci sarebbe da stupirsi se la critica fosse rivolta a dei personaggi noti che John considerava antipatici.
Leggermente meno aggressiva (almeno nella prima parte) ma comunque velatamente polemica, è la poesia successiva a “Cassandle”, “The National Health Cow”, dove “National” ha un significato ben preciso: una povera mucca che produce il latte direttamente nelle bottiglie e il commento che ne segue è il seguente:
“That’s handy for the government,
I thought, and in a tick
The cow fell dead all sudden
(I’d smashed it with a brick).”
In questi versi ritorna il tema della morte e della violenza che avevo trovato precedentemente nel primo libro. Mentre nel primo verso il riferimento al governo è evidente, nel verso che Lennon stesso mise tra parentesi, si legge di un gesto irruente nei confronti della mucca; che sia una metafora per colpire il governo stesso, o pura smania di essere ribelle e violento, questo non è dato a sapersi, probabilmente Lennon neanche se ne preoccupò, l’interpretazione può essere considerata libera.
Accennai precedentemente che la polemica in queste storie di A Spaniard In The Works si riferisce anche alla religione; è ciò che si desume dall’ultimo brano della raccolta, intitolato “I Believe, Boot…” in cui si svolge un dialogo tra un reverendo ed un certo Mr Wabooba, di nazionalità chiaramente straniera (se non africana). Lennon utilizza un linguaggio forbito che rispecchia l’assurdità del comportamento di quest’uomo nei confronti degli altri. Il buonismo del reverendo è talmente caricaturale che l’immagine della Chiesa, e degli uomini che la rappresentano, ne esce profondamente ridicolizzata:
Reb. No one has ever called me an imperialist before, Mr Wabooba. (He smiles)
Mr W. Well ah have. (Smiling too)
Reb. You certainly have Mr Wabooba. (He turns other chin and leans forward slowly looking at Mr Wabooba leans forward rather more quickly and they both kiss).
Mr W. Ah forgive you in de name of Fatty Waller de great savious of ma people. (He smiles)
Reb. Ai too am capable of compassion dear Wabooba- and in the name of the Father, Sock and Micky Most, i forgive you sweet brother. (With that they clasp each other in a brotherly way as if forgetting they are still on camera).
Interessante l’utilizzo di un carattere elegante per il discorso pronunciato dal reverendo, mentre di un carattere più semplice, per quello pronunciato da Mr Wabooba. Anche in queste sottigliezze, si denota il disprezzo di Lennon nei confronti di quella gente che reputava superiori gli uomini appartenenti alla Chiesa, solamente per una questione di decoro, mentre, possibilmente, si trattava di persone molto più subdole e meschine di tanti laici.
Chiudendo la parte riguardante i brani più pungenti e polemici, mi piacerebbe accennare, invece, ad altri testi, forse più semplici dal punto di vista tematico, ma mai innocenti.
Per fare un esempio, “The Wumberlog Dog (or The Magic Dog)”che mi ricorda, molto vagamente, episodi del La Divina Commedia di Dante Alighieri. Non volendo assolutamente paragonare tale componimento ad un’opera che non ha eguali, mi basterà semplicemente riferirmi a dei versi in particolare che mi riportano alla mente alcune pene sofferte dai peccatori ne “L’Inferno” di Dante:
“What are you digging all the time?
He asked them like a brother.
Before they answered he could see
They really dug each other.
In fact they took it turns a piece
To lay down in the round
And shove the soil upon the heads
Of all their friends around.”
In questo componimento, possiamo ritrovare anche quell’atmosfera fantastica tanto cara allo stesso Carroll nelle sue opere più importanti. Non a caso il protagonista (che non ha un nome ma che è semplicemente presentato come un bimbo) esce alla ricerca di avventure, nella speranza di incontrare personaggi che sicuramente non appartengono al nostro mondo.
Un racconto che ritengo degno di nota, è anche quello intitolato “Araminta Ditch”, che ci narra la storia di una donna che, senza un motivo ben preciso, trascorse tutta la sua vita ridendo, tormentando chiunque le stesse accanto, non riuscendo, nessuno, a capacitarsi del motivo di tanta ilarità. A mio parere, un insegnamento di vita, quello di Araminta, che riuscì a sopravvivere a tutti coloro spesero la loro vita cercando una spiegazione logica al suo comportamento: “THERE SEEMED NO END TO THE PROBLEM. This went on for eigthy years until Araminta died larfing. This did not help her neighbers much. They had alla died first, -which was one of the many things that Araminta died larfing off”.Forse il lettore potrebbe cogliere una morale in quest’ultima parte del racconto di Araminta; vivere la vita con più serenità, svegliarsi la mattina con un sorriso, non cercare ad ogni costo una spiegazione razionale a tutte le nostre azioni. Non so se John volesse proprio lanciare questo messaggio, forse gli piaceva sbeffeggiare dei poveri stolti che preferivano trascorrere il loro tempo cercando tutti i modi possibili per sminuire la felicità altrui.
L’ultimo brano che mi piacerebbe portare all’attenzione è “Our Dad”, una composizione che, a mio parere, racchiude degli elementi autobiografici. E’ la storia di un padre che viene indiscutibilmente cacciato dalla propria famiglia. Il tono di questo testo è molto cupo, severo, le parole che i figli scagliano al padre sono parole durissime, che celano un odio interiore. John Lennon non ebbe modo di conoscere a fondo il padre, non ebbe mai una vera figura paterna accanto a se, ed è noto come, in certi casi, la sua schiettezza lo portasse a dire cose che realmente non pensava:
“it’s not that we don’t like you dad.
Our eyes were downcast down.
We’ve tried to make a go of it
Yet shrivelled little clown”.
La felicità con cui i figli constatano la partenza del padre è, senza dubbio, la parte più drammatica, come drammatico è l’intero brano, forse il più crudo di tutta la raccolta. Nonostante non sia fatto cenno alla morte o non si faccia ricorso alla violenza, “Our Dad” rappresenta il lato oscuro del libro e, quindi, di John stesso. L’immagine del padre è sempre stata una figura basilare, mentre in questo componimento è screditata e resa quasi insopportabile alla vista del lettore.
Ultimi accorgimenti: in questa seconda opera lennoniana, i disegni sono sempre degli abbozzi, ma molto più “preistorici”; mentre in In His Own Write erano maggiormente delineati, delle semplici linee e curve che costituivano il volto di una donna o un simpatico cane, in A Spaniard In The Works sono molto più rozzi.
Rispetto al primo, questo libro risulta essere più maturo; i testi sono molto più lunghi, forse più studiati, nonostante Lennon affermasse che scriveva di getto; le polemiche sono più pungenti ed evidenti, gli elementi autobiografici, al contrario, sembrerebbero più nascosti. John non aveva intenzione di sfondare come scrittore, ma sicuramente, in questo secondo libro, era molto più consapevole del fatto che in molti si sarebbero lanciati nella sua lettura.
4.3 Conclusione
Questo capitolo ha visto la realizzazione di un’analisi dei libri che John Lennon pubblicò durante due degli anni più proficui della produzione beatlesiana.
Ho ritenuto interessante sottolineare come dei racconti apparentemente assurdi, nascondano in se dei significati ben chiari; stesso discorso vale per le opere di Lewis Carroll e per determinate canzoni dei Beatles che ho analizzato precedentemente. Dunque il nonsense, altro non è che un senso nascosto, ma comunque rintracciabile, all’interno del labirinto mentale di un cantante degli anni ’60 ed uno scrittore vittoriano dalla fervida fantasia.


 
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