Capitolo
IV
Lennon:
scrittore ai limiti dell'assurdo.
Il
23 marzo 1964, fu pubblicato il
primo libro firmato John Lennon:
In His Own Write. Consisteva in
una raccolta di curiose storie di
fantasia (quindici per l’esattezza),
disegni, poesie e note astruse che,
una decina d’anni prima, John
si divertiva a scrivere durante
gli anni di scuola su qualsiasi
cosa gli capitasse. Aveva, dunque,
ripreso tale passatempo fra una
composizione e l’altra delle
canzoni dei Beatles.
Durante uno dei numerosi viaggi
della band, John mostrò il
suo lavoro ad un certo Michael Braun,
il quale era in procinto di pubblicare
un libro intitolato Love Me Do:
The Beatles’ Progress. Braun
si mise in contatto con un editore
inglese, Jonathan Cape, che propose
a Lennon un contratto.
Quello che editori e altri scrittori
non sapevano, era che John si dilettò
a scrivere tali storie per cercare
un modo di evadere dalla realtà,
una realtà che gli pesava
molto da quando la Beatlesmania
imperversava tra i fan di tutto
il mondo.
Nonostante, dunque, non si fosse
accostato alla letteratura per brama
di successo (che sicuramente non
gli mancava), Lennon riscosse un
immenso consenso, fra i lettori,
con il suo primo libro: The Times
Literary Supplement scrisse estasiato
che gli scritti di John erano degni
di nota, mille miglia lontano dal
sottosviluppato linguaggio delle
canzoni, [sospesi] tra Joyce [e]
Lewis Carroll…Il nonsense
dilaga, parole e immagini si stimolano
le une con le altre in una catena
di pura immaginazione…[Il
libro] merita l’attenzione
di tutti coloro che temono l’impoverimento
della lingua inglese e dell’immaginazione
britannica”.
Appena un anno dopo, uscì
il secondo libro, A Spaniard In
the Works, che raccoglieva altre
storielle fantasticamente assurde
ed ironicamente rivolte alla vita
britannica. Altro libro, altra valvola
di sfogo che Lennon non trovava
nel suo gruppo.
Più volte, durante interviste,
John si sentì chiedere se
mai avesse letto Joyce, che, comunque,
non disdegnava, ma rispondeva che
non l’aveva mai studiato come
aveva studiato Shakespeare e che
non possedeva una cultura particolarmente
vasta (fatto parzialmente vero,
almeno da un punto di vista scolastico).
Ma qualora gli si ponesse la domanda
“Che cosa ti ha ispirato?”,
John non esitava un attimo a rispondere
Alice in Wonderland: “I was
determined to be Lewis Carroll […]”.
Le analogie, effettivamente, sono
molteplici, ma, a differenza di
ciò che accadeva nelle canzoni,
dove potevamo trovare dei precisi
riferimenti a precisi capitoli delle
opere di Carroll, ciò che
succede con i libri è diverso,
in quanto l’influenza dello
scrittore vittoriano è generale,
si può cogliere nella forma
linguistica, nella struttura, nei
temi caratterizzati dallo stesso
nonsense che aleggia nel mondo di
Alice.
4.1 In His Own Write
Come citato precedentemente, In
His Own Write è il primo
libro scritto da John Lennon e pubblicato
nel 1964. Le storielle racchiuse
in questa raccolta sono permeate
da un senso d’illogicità
perenne; John non scrisse con l’intento
di divulgare qualche profondo messaggio,
ma scrisse affinché potesse
trovare un modo per sfogare le sue
paure e le sue ansie.
Ecco ciò che disse Paul McCartney
(il quale collaborò anche
alla realizzazione di una delle
storie) all’uscita del libro:
“Alcuni capoccioni senza scampo
si chiederanno stupiti come mai
una
buona metà è del tutto
priva di senso e altri vi cercheranno
significati reconditi […]
Niente di tutto questo deve avere
senso, e se sembra divertente allora
è sufficiente”.
Ho avuto modo di analizzare tale
raccolta e oltre ad un capovolgimento
della lingua che denota una certa
somiglianza con il linguaggio utilizzato
dal Caterpillar, protagonista del
V capitolo di Alice’s Adventures
in Wonderland, è evidente
un riferimento costante alla morte
e, in generale, alla violenza. Ciò
che intendo dire è che Lennon
sembrava nascondersi dietro il nonsense,
sembrava utilizzasse tale forma
per celare le sue vere paure. Niente
di nuovo, dunque, se vogliamo ricondurci
alla precedente analisi dei testi
che mi aveva portato ad affermare
proprio come John fosse interiormente
infelice o insoddisfatto.
Fin dalle prime storie, dunque,
nonostante non sia stato sempre
facile cogliere un minimo di senso,
è palese l’allusione
all’infelicità e alle
preoccupazioni che affliggevano
l’autore. Per citare qualche
esempio, basterà leggere
la storia “No Flies on Frank”,
dove le mosche rappresenterebbero
la morte in sé, oppure “Randolf’s
Party”, dove un uomo, Randolf
appunto, solo durante una festività
(tema della solitudine) riceve i
suoi amici: “Haddy Grimmble,
Randoob. And other hearty, and then
they all jumbed on him and did smite
him with mighty blows about his
head crying We never liked you all
the years we’ve known you.
You were never really one of us
you know, soft head. They killed
him you know, at least he didn’t
die alone did he?”. Tema della
solitudine, dunque, della morte,
della futilità dell’amicizia,
della fragilità delle relazioni
umane. John non era mai stato bravo
a relazionarsi con gli altri, quella
che portava era una maschera di
circostanza che doveva rispecchiare
ciò che il suo personaggio
gli imponeva di essere.
Un altro esempio che, a mio parere
racchiude in sé l’essenza
del suo carattere, è una
poesia, “The Moldy Moldy Man”:
“I’m a moldy moldy man
I’m moldy thru and thru
I’m a moldy moldy man
You would not think it’s true.
I’m moldy till my eyeballs
I’m moldy til my toe
I will not dance I shyballs
I’m such a Humble Joe”.
Artisticamente parlando, tale composizione
può essere considerata semplice
e piuttosto banale, ma il significato
recondito dice ben altra cosa. La
persona “mogia mogia”
di cui si parla, altro non è
che Lennon stesso, il quale, appare
chiaro, sembrava avere una scarsa
opinione di se. “I’m
moldy till my eyeballs/ I’m
moldy til my toe”, un senso
d’impotenza e tristezza imperversano
in questi due versi, dove John sembra
quasi commiserare il suo corpo e
la sua personalità, quasi
volendo sottolineare la nullità
del suo essere. Forse sono parole
piuttosto pesanti, ma, non appena
conclude con “I’m such
a Humble Joe”, il messaggio
risulta chiaro, ed un atteggiamento
vittimistico oscura la versione
nota del “John, leader dei
Beatles”. Il protagonista
di questa poesia non è un
leader, è qualcuno che ha
bisogno di conferme, di sicurezze,
forse anche di protezione.
Siamo
stati abituati ad un’immagine
sbarazzina e ribelle di Lennon,
senza mai cercare di capirne la
vera personalità.
“Sad Michael”, per esempio,
sembrerebbe un’altra storia
di fantasia (ed in sostanza lo è)
ma potrebbe rappresentare, ancora
una volta, lo stato psicologico
di Lennon: “There was no reason
for Michael to be sad that morning,
(the little wretch); everyone liked
him, (the scab) […] It was
strange for a man whom have everything
and a wife to boot”. Premettendo
che i numerosi riferimenti negativi
alle donne risultano inquietanti,
il protagonista di questo racconto
sembrerebbe non poter desiderare
altro dalla propria vita, eppure,
la tristezza lo affligge. E’
un continuo susseguirsi di immagini
bizzarre e preoccupanti allo stesso
tempo.
Ma se da un lato esistono questi
componimenti che riflettono le debolezze
dell’autore, dall’altro
possiamo dilettarci nella lettura
di brani più leggeri e divertenti,
che denotano uno strano utilizzo
della lingua inglese, arricchita
di neologismi e giochi di parole.
Un esempio è “At the
Denis”:
Madam: I have a hallowed tooth that
suffer me grately
Sir: Sly down in that legchair Madam
and open your gorbie wide- your
mouse is all but toothless.
Madam: Alad! I have but eight tooth
remaining (eight tooth left).
Sir: Then you have lost eighty three.
Madam: Impossyble.
Sir: Everydobby knows there are
foor decisives two canyons and ten
grundies, which make thirsty two
in all.
Un dialogo all’insegna del
nonsense e della leggerezza del
tema, anche se alla fine, l’ultima
battuta, lascia un dubbio riguardo
ciò che realmente il “tendista”
volesse dire: “O.K. Gummy”
che, considerato ciò che
accennai precedentemente, potrebbe
ricollegarsi ad un’azione
violenta nei confronti della povera
paziente.
Ogni storia, dunque, ha il suo lato
comico, il suo lato drammatico ed
un lato un po’ oscuro. Altro
motivo che mi spinge ad accennare,
ancora una volta, alla somiglianza
con Carroll, il quale, nonostante
fosse un semplice scrittore di storie
“per bambini”, celava
in se uno spirito debole e introverso
che non gli facilitava la vita sociale.
Naturalmente la somiglianza resta
blanda, si tratta di due uomini
vissuti in epoche diverse e che
reagirono diversamente alle difficoltà
della loro vita, accomunati forse
dalla passione per le stranezze
e dalla voglia di evadere in un
mondo surreale.
In mezzo a questi racconti dove
si celano aspetti dell’autore
stesso, incontriamo storie velate
di una certa ironia nei confronti
dei media, che non a caso erano
uno dei motivi per cui i Beatles
provavano tanto fastidio a stare
in pubblico.
Di notevole interesse sono anche
i disegni ideati dallo stesso John,
abbozzi sarebbe meglio dire, di
una certa semplicità, una
linea tracciata a matita che risalta
l’immediatezza del pensiero
dell’autore. John affermò
più volte che dovette combattere
affinché i suoi componimenti
non venissero modificati dall’editore.
Diceva che scriveva le sue storie
di getto, senza mai tornare a correggerle;
se le scriveva in quel particolare
modo era per un motivo ben preciso,
quindi non sopportava doverle modificare.
La versione giunta fino a noi testimonia
chiaramente che l’ebbe vinta
lui.
Più volte, durante interviste,
gli fu chiesto se essere un Beatle
l’avesse aiutato a pubblicare
i suoi libri; John rispose molto
francamente che la sua fama aveva
suscitato nel lettori grande interesse,
ma che, qualora non fosse stato
il leader della band più
famosa del mondo, avrebbe fatto
di tutto, avrebbe superato ogni
tipo di ostacoli, per raggiungere
il successo come scrittore, magari
diventando un “Beat poet”,
un poeta tormentato che avrebbe
sofferto mille pene prima di riuscire
a trovare la propria strada.
Vorrei concludere questo paragrafo,
citando proprio l’ultima poesia
di In His Own Write, che casualmente
si ricollega anche a Lewis Carroll.
Ancora una volta torna il tema della
morte, ancora una volta la sottile
ironia lennoniana che caratterizzò
gran parte della sua vita, gran
parte delle cose che disse. Il componimento
si intitola “I Remember Arnold”
e il riferimento a Carroll è
doppiamente presente nell’ultima
strofa:
And so we growt and bumply
Till the end of time
Humpty dumpty bumply
Son of Harry Lime.
Bumpleydy Hubledy Humbley
Bumdley Tum. (Thank you)
Evidente
l’accenno ad Humpty Dumpty,
la testa d’uovo che troviamo
nel sesto capitolo di Alice Through
The Looking Glass, nonché
protagonista, in parte, della canzone
“I Am a Walrus”. Un
personaggio molto particolare, in
quanto, oltre la sua immagine goffa
e buffa, rifletteva tutta la drammaticità
del suo essere diverso dagli altri
e dunque rifiutato, in un certo
senso, dalla sua stessa società.
Errore che peraltro commise la stessa
Alice, non rendendosi conto della
poca sensibilità con cui
stava trattando questo “strano”
individuo. Come ho già avuto
modo di accennare precedentemente,
Humpty Dumpty potrebbe essere considerato
la personificazione dell’insoddisfazione
degli uomini, del male di vivere,
dell’infelicità; non
credo sia un caso, infatti, che
Lennon avesse scelto proprio questo
personaggio per una canzone che
è diventata l’emblema
del nonsense e, di conseguenza,
dei significati reconditi.
Il secondo riferimento, forse meno
palese del primo, è al settimo
capitolo di Alice’s Adventures
in Wonderland, “A Mad Tea-Party”,
dove le vicissitudini del Cappellaio
Matto, della Lepre Marzolina e del
Ghiro, riportano alla luce argomenti,
sulla concezione del tempo, apparentemente
senza senso, ma che stravolgono
le idee razionali di Alice. Il tempo
non è che un fattore come
tanti altri, soggetto a diverse
interpretazioni a seconda della
persona e del suo modo di vivere
la propria vita. “Till the
end of time” potrebbe assumere
un’accezione ottimista, nel
senso che il tempo è infinito,
o pessimista, come nel caso di questa
poesia, dove la morte gioca un ruolo
fondamentale. L’imprevedibilità
della vita, la fugacità della
nostra esistenza, sono espresse
a chiare lettere in questo primo
libro di Lennon; attenzione a non
farsi indurre in inganno dalla simpatia
del linguaggio utilizzato dall’autore,
dai disegni burleschi e dai bizzarri
personaggi, dai giochi di parole
e dai neologismi simpatici che ci
rubano qualche sorriso; d’altronde
si sa, i clown più bravi
sono anche quelli più infelici.
4.2 A Spaniard In The Works
Q: "Can I ask you about Lewis
Carroll?"
JOHN: "Oh, Lewis Carroll. I
always admit to that because I love
Alice In Wonderland and Alice Through
The Looking Glass. But I didn't
even know he'd written anything
else. I was that ignorant. I just
happened to get those for birthday
presents as a child and liked them.
And I usually read those two about
once a year, because I still like
them."
Il 24 giugno 1965 fu pubblicato
il secondo libro di Lennon: A Spaniard
In The Works, e ancora una volta,
si fece il nome di Lewis Carroll
tra i possibili ispiratori di questa
seconda raccolta. La struttura è
simile a quella del primo libro:
racconti, poesie e disegni bizzarri,
caratterizzati da un linguaggio
insolito e da un’atmosfera
di apparente fantasia.
Quel che rende diverso questo secondo
libro da In His Own Write è
il (quasi) costante riferimento
alla società di John, attaccata
tramite le sue storie, sotto diversi
punti di vista, che vanno dalla
politica alla religione. Non mancano
naturalmente, riferimenti alla vita
dell’autore stesso.
Vorrei cominciare a proporre qualche
esempio partendo da una storia liberamente
ispirata a “Sherlock Holmes”;
il racconto in questione è
“The Singularge Experience
of Miss Anne Duffield”. In
un’intervista, John affermò
di aver trascorso la sua vacanza
a Tahiti leggendo alcune storie
riguardanti questo personaggio inglese.
Si rese conto di come tutte le sue
avventure fossero pressappoco le
stesse, nonostante fossero state
scritte pagine e pagine di parole.
Pensò così di creare
un personaggio fittizio che si rifacesse
al tanto stimato “Sherlock
Holmes”, il simpatico Shamrock
Womlbs e il suo fedele collaboratore
Whopper. Nonostante la brevità
della storia, carpire il significato
di ciò che Lennon espresse
non è semplice cosa. Esilarante
parodia di un personaggio molto
amato dai lettori inglesi (e non
solo), dialoghi degni di un pittoresco
teatro dell’assurdo: incomprensioni,
nonsense e qualche colpo di scena
per giungere ad un finale piatto
e monotono (dal punto di vista tematico).
“We must not forget the General
Erection” è uno dei
primi racconti dov’è
palesemente riscontrabile una parodia
della situazione politica in Inghilterra:
“We must not forget Mr Caravans
loving smile on Budgie Day as he
raised the price of the Old Age
Pests. We must not forget Mr Caravans
lovely smile when he raised the
price of the M.P.s (Mentals of Parliament)
wagers as well also”.Senza
considerare per un momento il linguaggio
fantasioso che è ormai la
peculiarità più importante
di entrambi i libri lennoniani,
soffermiamoci sul contenuto: è
evidente la polemica nei confronti
del governo, denota una generale
insoddisfazione e allo stesso tempo
insofferenza nei riguardi della
società inglese. L’intero
brano, molto breve fra l’altro,
è strutturato secondo un
resoconto politico che mette in
risalto ironicamente gli insuccessi
ottenuti da presunti politici. Il
tutto corredato da disegni che,
altrettanto palesemente come le
parole utilizzate, riflettono il
punto di vista dell’autore.
La satira politica continua con
il brano “Cassandle”,
un testo particolare, in quanto
Lennon utilizzò lo schema
di una rubrica giornaliera di un
quotidiano. I riferimenti politici
sono molto più marcati e
diretti, come si può evincere
dal testo stesso:
“[…] do I have top ut
up with? The way I see it, a
good smell in the Army would cure
them, get rid of a few more capitalist
barskets (OOPS!). Not being able
to
stand capitalism, I fall to see
why
those awful common lads make all
that money, in spite of me and the
government in a society such as
ours
where our talent will out.
Il gioco d’astuzia di far
parlare un “volto noto”
al pubblico (seppur fittizio in
realtà) incrementa l’effetto
denigratorio che John voleva creare.
In questa polemica è coinvolto,
oltre il mondo della politica, anche
il mondo dello spettacolo, attaccato
duramente con parole aspre quali
“incredibili dementi reclinabili”,
“babbuini incredibili che
si credono intrattenitori”;
tipico comportamento di Lennon.
Non ci sarebbe da stupirsi se la
critica fosse rivolta a dei personaggi
noti che John considerava antipatici.
Leggermente meno aggressiva (almeno
nella prima parte) ma comunque velatamente
polemica, è la poesia successiva
a “Cassandle”, “The
National Health Cow”, dove
“National” ha un significato
ben preciso: una povera mucca che
produce il latte direttamente nelle
bottiglie e il commento che ne segue
è il seguente:
“That’s
handy for the government,
I thought, and in a tick
The cow fell dead all sudden
(I’d smashed it with a brick).”
In questi versi ritorna il tema
della morte e della violenza che
avevo trovato precedentemente nel
primo libro. Mentre nel primo verso
il riferimento al governo è
evidente, nel verso che Lennon stesso
mise tra parentesi, si legge di
un gesto irruente nei confronti
della mucca; che sia una metafora
per colpire il governo stesso, o
pura smania di essere ribelle e
violento, questo non è dato
a sapersi, probabilmente Lennon
neanche se ne preoccupò,
l’interpretazione può
essere considerata libera.
Accennai precedentemente che la
polemica in queste storie di A Spaniard
In The Works si riferisce anche
alla religione; è ciò
che si desume dall’ultimo
brano della raccolta, intitolato
“I Believe, Boot…”
in cui si svolge un dialogo tra
un reverendo ed un certo Mr Wabooba,
di nazionalità chiaramente
straniera (se non africana). Lennon
utilizza un linguaggio forbito che
rispecchia l’assurdità
del comportamento di quest’uomo
nei confronti degli altri. Il buonismo
del reverendo è talmente
caricaturale che l’immagine
della Chiesa, e degli uomini che
la rappresentano, ne esce profondamente
ridicolizzata:
Reb. No one has ever called me an
imperialist before, Mr Wabooba.
(He smiles)
Mr W. Well ah have. (Smiling too)
Reb. You certainly have Mr Wabooba.
(He turns other chin and leans forward
slowly looking at Mr Wabooba leans
forward rather more quickly and
they both kiss).
Mr W. Ah forgive you in de name
of Fatty Waller de great savious
of ma people. (He smiles)
Reb. Ai too am capable of compassion
dear Wabooba- and in the name of
the Father, Sock and Micky Most,
i forgive you sweet brother. (With
that they clasp each other in a
brotherly way as if forgetting they
are still on camera).
Interessante l’utilizzo di
un carattere elegante per il discorso
pronunciato dal reverendo, mentre
di un carattere più semplice,
per quello pronunciato da Mr Wabooba.
Anche in queste sottigliezze, si
denota il disprezzo di Lennon nei
confronti di quella gente che reputava
superiori gli uomini appartenenti
alla Chiesa, solamente per una questione
di decoro, mentre, possibilmente,
si trattava di persone molto più
subdole e meschine di tanti laici.
Chiudendo la parte riguardante i
brani più pungenti e polemici,
mi piacerebbe accennare, invece,
ad altri testi, forse più
semplici dal punto di vista tematico,
ma mai innocenti.
Per fare un esempio, “The
Wumberlog Dog (or The Magic Dog)”che
mi ricorda, molto vagamente, episodi
del La Divina Commedia di Dante
Alighieri. Non volendo assolutamente
paragonare tale componimento ad
un’opera che non ha eguali,
mi basterà semplicemente
riferirmi a dei versi in particolare
che mi riportano alla mente alcune
pene sofferte dai peccatori ne “L’Inferno”
di Dante:
“What are you digging all
the time?
He asked them like a brother.
Before they answered he could see
They really dug each other.
In fact they took it turns a piece
To lay down in the round
And shove the soil upon the heads
Of all their friends around.”
In questo componimento, possiamo
ritrovare anche quell’atmosfera
fantastica tanto cara allo stesso
Carroll nelle sue opere più
importanti. Non a caso il protagonista
(che non ha un nome ma che è
semplicemente presentato come un
bimbo) esce alla ricerca di avventure,
nella speranza di incontrare personaggi
che sicuramente non appartengono
al nostro mondo.
Un racconto che ritengo degno di
nota, è anche quello intitolato
“Araminta Ditch”, che
ci narra la storia di una donna
che, senza un motivo ben preciso,
trascorse tutta la sua vita ridendo,
tormentando chiunque le stesse accanto,
non riuscendo, nessuno, a capacitarsi
del motivo di tanta ilarità.
A mio parere, un insegnamento di
vita, quello di Araminta, che riuscì
a sopravvivere a tutti coloro spesero
la loro vita cercando una spiegazione
logica al suo comportamento: “THERE
SEEMED NO END TO THE PROBLEM. This
went on for eigthy years until Araminta
died larfing. This did not help
her neighbers much. They had alla
died first, -which was one of the
many things that Araminta died larfing
off”.Forse il lettore potrebbe
cogliere una morale in quest’ultima
parte del racconto di Araminta;
vivere la vita con più serenità,
svegliarsi la mattina con un sorriso,
non cercare ad ogni costo una spiegazione
razionale a tutte le nostre azioni.
Non so se John volesse proprio lanciare
questo messaggio, forse gli piaceva
sbeffeggiare dei poveri stolti che
preferivano trascorrere il loro
tempo cercando tutti i modi possibili
per sminuire la felicità
altrui.
L’ultimo brano che mi piacerebbe
portare all’attenzione è
“Our Dad”, una composizione
che, a mio parere, racchiude degli
elementi autobiografici. E’
la storia di un padre che viene
indiscutibilmente cacciato dalla
propria famiglia. Il tono di questo
testo è molto cupo, severo,
le parole che i figli scagliano
al padre sono parole durissime,
che celano un odio interiore. John
Lennon non ebbe modo di conoscere
a fondo il padre, non ebbe mai una
vera figura paterna accanto a se,
ed è noto come, in certi
casi, la sua schiettezza lo portasse
a dire cose che realmente non pensava:
“it’s not that we don’t
like you dad.
Our eyes were downcast down.
We’ve tried to make a go of
it
Yet shrivelled little clown”.
La felicità con cui i figli
constatano la partenza del padre
è, senza dubbio, la parte
più drammatica, come drammatico
è l’intero brano, forse
il più crudo di tutta la
raccolta. Nonostante non sia fatto
cenno alla morte o non si faccia
ricorso alla violenza, “Our
Dad” rappresenta il lato oscuro
del libro e, quindi, di John stesso.
L’immagine del padre è
sempre stata una figura basilare,
mentre in questo componimento è
screditata e resa quasi insopportabile
alla vista del lettore.
Ultimi accorgimenti: in questa seconda
opera lennoniana, i disegni sono
sempre degli abbozzi, ma molto più
“preistorici”; mentre
in In His Own Write erano maggiormente
delineati, delle semplici linee
e curve che costituivano il volto
di una donna o un simpatico cane,
in A Spaniard In The Works sono
molto più rozzi.
Rispetto al primo, questo libro
risulta essere più maturo;
i testi sono molto più lunghi,
forse più studiati, nonostante
Lennon affermasse che scriveva di
getto; le polemiche sono più
pungenti ed evidenti, gli elementi
autobiografici, al contrario, sembrerebbero
più nascosti. John non aveva
intenzione di sfondare come scrittore,
ma sicuramente, in questo secondo
libro, era molto più consapevole
del fatto che in molti si sarebbero
lanciati nella sua lettura.
4.3 Conclusione
Questo capitolo ha visto la realizzazione
di un’analisi dei libri che
John Lennon pubblicò durante
due degli anni più proficui
della produzione beatlesiana.
Ho ritenuto interessante sottolineare
come dei racconti apparentemente
assurdi, nascondano in se dei significati
ben chiari; stesso discorso vale
per le opere di Lewis Carroll e
per determinate canzoni dei Beatles
che ho analizzato precedentemente.
Dunque il nonsense, altro non è
che un senso nascosto, ma comunque
rintracciabile, all’interno
del labirinto mentale di un cantante
degli anni ’60 ed uno scrittore
vittoriano dalla fervida fantasia.