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Lewis Carroll
nel paese delle meraviglie |
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Capitolo
I I
Mi sono soffermata volutamente sulla vita di John, Paul,
George e Ringo antecedente l’uscita di “Love
Me Do”, perché mi piace notare come quattro
semplici ragazzi, venuti dal nulla, siano stati capaci
di sconvolgere il mondo come nessuno aveva mai fatto precedentemente
e come nessuno avrebbe fatto in futuro.
Quello che avvenne tra il 1962 ed il 1970, anno in cui
il gruppo si sciolse, è stato scritto, filmato
e raccontato in tutti i modi, anche se il fascino che
emana resta immortale.
L’analisi che mi accingo ad affrontare, invece,
si baserà su uno studio più meticoloso di
determinati testi beatlesiani confrontati con dei versi
di famose opere di Lewis Carroll, Alice Adventures in
Wonderland e Alice Through the Looking Glass. Mostrerò,
inoltre, come John Lennon sia stato profondamente influenzato
da quest’autore durante la composizione dei suoi
due libri In His Own Write e A Spaniard in the Works,
testi ricchi di storie imperniate da quel nonsense tanto
tipico di Carroll.
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E’
un nuovo modo di guardare l’opera Beatles, un nuovo
aspetto di un gruppo pop che non deve essere semplicemente
considerato tale, che va al di là degli schemi
imposti dalla tradizione della musica leggera. Spero di
poter dimostrare come i FabFour abbiano basato la loro
produzione musicale non solamente sull’ispirazione
del momento, ma anche su una base culturale che, seppur
non approfondita (considerando lo scarso esito scolastico
di questi ragazzi!) ha regalato loro, e soprattutto a
noi, non soltanto delle stupende emozioni, ma anche un
patrimonio di musica “leggera” che ha posto
le basi per tutti gli altri gruppi dopo di loro. I Beatles
sono considerati, ancora oggi, dei maestri, degli innovatori
nel loro campo, che hanno saputo creare, da sette semplici
note, un mondo fatto di musica e magia.
Lewis
Carroll nel paese delle meraviglie
Il titolo di questo capitolo non vuole essere
un semplice riferimento all’opera che rese famoso
Charles Lutwidge Dodgson, il vero nome di Lewis Carroll,
ma una dimostrazione di come si debba vivere in un paese
di favole per poterne parlare.
Non a caso, Dodgson, nei decenni che seguirono la sua
morte, fu accusato di essere stato uno scrittore un po’
fuori dai ranghi.
Meglio conosciuto con lo pseudonimo Lewis Carroll , quest’autore
inglese, vissuto in piena epoca vittoriana, riempì
la sua vita di molteplici interessi, tra cui la fotografia.
In verità non può essere considerato un
vero e proprio “man of letters”, in quanto
dedicò i suoi studi alla matematica. Insegnò
tale disciplina all’Università di Oxford
e solo successivamente dedicò il suo tempo libero
alla scrittura.
Conservatore e anglicano, la maggior parte dei suoi antenati
fecero parte di due degli ambienti più importanti
dell’”upper-middle class”: l’arma
e la chiesa.
Il giovane Charles dimostrò, fin dall’infanzia,
di possedere particolari attitudini: la sua lista di letture
comprendeva testi impegnativi come The Pilgrim’s
Progress.
Mentre durante la sua prima fanciullezza fu istruito a
casa, all’età di dodici anni cominciò
a frequentare una scuola privata, vicino Richmond, dove
parve essere felice. Nel 1845, però, fu trasferito
alla Rugby School, dove non si trovò altrettanto
bene, come egli stesso attestò anni dopo, lasciando
quel luogo: “I cannot say ... that any earthly considerations
would induce me to go through my three years again ...
I can honestly say that if I could have been ... secure
from annoyance at night, the hardships of the daily life
would have been comparative trifles to bear”.
Non fu mai chiaro a cosa fu dovuta la sua “annoyance”,
ma si sospetta fosse riferita a qualche molestia sessuale;
ma tutto ciò non fu mai appurato.
Lasciò la Rugby alla fine del 1850, per poi entrare,
nel gennaio 1851, ad Oxford. Non trascorsero due giorni,
che dovette prendere un permesso straordinario per assentarsi
un paio di giorni, a causa della prematura scomparsa della
madre, deceduta a soli quarantasette anni a causa di una
probabile meningite.
Il dolore per la perdita della cara madre non lo fece
distrarre dagli studi; considerando come fosse portato
per tale scopo, non dovette impegnarsi più di tanto
per raggiungere onorificenze che lo distinsero dal resto
degli studenti.
La sua bravura nella matematica gli permise di vincere
il tanto ambito “Christ Church Mathematical Lectureship”,
che continuò a vincere per altri ventisei anni
consecutivi; ma il lavoro che conseguì grazie a
tale premio non fu molto edificante: insegnare matematica
a studenti più grandi e più ricchi di lui,
non era la sua massima ambizione. A peggiorare la situazione,
il suo carattere introverso e la sua incipiente balbuzie.
Nel 1856, Carroll si dedicò ad una nuova forma
d’arte: la fotografia. Aveva sempre eccelso in tutti
i tipi di arte, ma nella fotografia trovò l’espressione
perfetta del suo pensiero filosofico, la realizzazione
del suo ideale di bellezza che aveva cercato nel teatro,
nella poesia, perfino nelle formule matematiche; fotografando
riuscì a combinare il suo ideale di libertà
e bellezza con l’innocenza dell’Eden, dove
il contatto fra i corpi poteva avvenire senza alcuna vergogna.
Questo suo modo di concepire la fotografia e l’arte
in generale, lo portò a scontrarsi più volte
con la mentalità che vigeva all’epoca.
Con l’avvento del modernismo, le sue fotografie
caddero nel dimenticatoio, nonostante fu riconosciuto
come uno dei migliori fotografi dell’epoca vittoriana.
Questa sua attitudine all’arte lo portò a
scrivere poesie, brevi racconti, alcuni dei quali abbastanza
interessanti, che era solito spedire a dei giornali.
Pubblicò la sua prima opera, “Solitude”,
nel 1856, utilizzando per la prima volta lo pseudonimo
che lo avrebbe reso famoso.
Ma la sua vera fonte di ispirazione fu una bambina, una
certa Alice Liddell, figlia di Henry Liddell, un amico
di famiglia. Più di una volta Carroll preferì
la compagnia infantile rispetto alla compagnia di gente
adulta, probabilmente per la purezza ed innocenza che
risiede in tutti i bambini: “In a sense Dogson’s
youngest sister and brother were his first child friends,
and he was writing nonsense letters to them when the first
became lecturer at Christ Church in 1855 -letters foreshadowing
Wonderland."
con i bambini rifletteva l’amore di Carroll per
la semplicità e per l’amore in se, l’amore
puro.
Carroll trascorreva molto tempo con Alice e le sue sorelle,
le portava a dei pic-nic o a gite sul lago. Durante questi
pomeriggi insieme, raccontava storie di fantasia inventate
al momento: “Ah, cruel Three! In such an hour,/
Beneath such dreamy weather,/ To beg a tale of breath
too weak/ To stir the finest feather!/ Yet what can one
poor voice avail/ Against three tongues together. […]
Thus grew the tale of Wanderland:/ Thus slowly, one by
one,/ It’s quaint events were hammered out-/ And
now the tale is done,/ And home we steer, a merry crew,/
Beneath the setting sun./ Alice! A childish story take,/
and with a gentle hand/ Lay it where Childohood’s
dreams are twined/ In Memory’s mystic band,/ Like
pilgrim’s withered wreath of flowers/ Pluck’d
in a far-off-land.
PLa storia vuole che proprio la piccola Alice abbia spinto
Carroll a scriverle e renderle note. E’ così
che nacquero Alice’s Adventures in Wonderland e,
in un secondo momento, Alice Through the Looking Glass.
Carroll si cimentò anche in altre storie: The Hunting
of the Snark, scritto nel 1876 (ispirato e dedicato ad
un’altra bambina, Gertrude Chataway, che Carroll
considerò “grande amica” dopo la piccola
Alice) e Sylvie and Bruno, due volumi scritti rispettivamente
nel 1889 e nel 1893. Tali opere non ebbero la stessa risonanza
di quelle di Alice, motivo per cui Carroll continua ad
essere ricordato più per i suoi due primi capolavori.
2.1 Logico nonsense nella scrittura
di Carroll
Considerati fin troppo spesso semplici libri di favole,
scritti appositamente per allietare noiosi pomeriggi estivi,
Alice’s Adventures in Wonderland e Alice Through
the Looking Glass nascondono un significato molto più
complesso da ricercare nei meandri della mente di Carroll.
Come ogni scrittore che si rispetti, anche Lewis Carroll
era pienamente influenzato dal periodo in cui visse. Le
restrizioni morali, la mentalità ottusa delle persone,
rendevano più difficile l’esistenza ad un
uomo semplice e possibilmente più sensibile rispetto
ad altri suoi contemporanei.
Alice potrebbe essere considerata come il frutto di un’insoddisfazione
generale, oppure una sorta di fuga dalla realtà,
l’immagine stereotipata della ricerca di se stessi.
In realtà non si tratta di una semplice storia
per bambini. Le certezze vengono stravolte, niente è
regolato dalle leggi della logica: i conigli non possono
parlare, non si può precipitare lentamente sfidando
la gravità e calcolando assurde latitudini, non
è possibile stravolgere la propria statura, peggio
ancora se per ottenere tale risultato si beve una pozione
o si mangia un biscotto, non esistono uomini che abbiano
come corpo una carta da gioco né animali, fiori
o oggetti inanimati parlanti. Eppure…nelle storie
di Alice troviamo tutto questo e anche oltre: “
‘Would it be of any use, now,’ thought Alice
‘to speak to this mouse? Everything is so out-of-the-way
down here, that I should think very likely it can talk:
at any rate, there’s no harm in trying’”.
Il nonsense che impernia tali favole è la peculiarità
che ha permesso ai bambini di amare Alice, e ai critici
di poter studiare e analizzare il pensiero di Carroll.
Ma non esiste una definizione precisa di tale tecnica;
cos’è il nonsense? “[…] their
struggle to convert language into symbolic logic or music
[…] a mere game, of course”. Così lo
definisce Elizabeth Sewell in un suo saggio critico del
1958. Il nonsense è certamente un gioco, ma un
gioco con delle regole molto severe. Lo scopo potrebbe
essere quello di creare un universo logico e controllato,
tramite l’uso della parola, in modo che la mente
possa manipolare i pensieri che ne faranno parte, analizzarli
e separarli. Il poeta si diverte e osserva tutto ciò
che lo circonda, utilizzando ogni forma di astrazione,
immagini e parole di forma artificiale, che celano il
loro vero significato in se stesse. Mente, immaginazione,
sogno: nel linguaggio si trasformano in poesia ed elementi
metaforici. I temi che si susseguono sono molteplici ma
sempre inerenti la bellezza, la fertilità, ogni
forma di amore, che sia sacro o profano. Tutto ciò
che è freddo e razionale non può farne parte.
Ho citato la poesia come prodotto dei pensieri degli scrittori
nonsense, ma bisogna anche sottolineare che può
diventare una pericolosa trappola, perché a volte
può non soddisfare i veri bisogni dell’autore.
Si rischia così di essere incompresi e di etichettare
la poesia nonsense come poesia senza significato, errore
madornale ed imperdonabile. Un po’ quello che potrebbe
succedere nell’episodio del Caterpillar, il saggio
Bruco del V capitolo di Alice’s Adventures in Wonderland,
che impiega il tempo trascorso con Alice parlando di poesia,
ponendo domande inaspettate e quanto mai curiose. Il comportamento
del Bruco, in effetti, potrebbe lasciarci frastornati,
leggermente confusi, probabilmente senza comprendere se
sia successo realmente qualcosa oppure no. Un episodio,
ed una reazione del genere, potremmo trovarlo anche in
Through the Looking Glass, nel VI capitolo dove protagonista
è Humpty Dumpty. Questo strano personaggio a forma
di uovo, propina alla povera Alice una vera e propria
lezione sull’utilizzo delle parole; possono assumere
significato diverso a seconda di chi le pronuncia? L’uomo-uovo
parrebbe affermare proprio ciò. Le spiegazioni
linguistiche che da alla bambina sono alquanto discutibili.
La poesia è vista come un qualcosa di metaforico
e personale, un universo infinito dai risvolti inaspettati.
La stessa Elizabeth Sewell, proponendo uno studio parallelo
delle opere di Carroll con quelle di Eliot (che sembra
aver preso spunto proprio dall’autore di Alice’s
Adventures in Wonderland), affermò che il nonsense
è fine a se stesso, è un’arte della
mente e del linguaggio, che può lasciare spazio
a libere interpretazioni, ma sempre correlate a precisi
riscontri nella realtà.
Quando si parla di nonsense, non può non essere
citato chi fu considerato il primo scrittore ad utilizzare
tale tecnica: Edward Lear. Nato appena vent’anni
prima di Carroll, tale autore scrisse diverse opere in
cui è possibile riscontrare l’utilizzo del
nonsense; è facile perdersi nei meandri di una
poesia senza tempo, senza spazio ma mai senza senso. Ho
avuto modo di leggere diversi componimenti di Lear e di
constatare che, a differenza delle opere di Carroll, tale
autore preferì racchiudere in brevi versi assurdità
che, ad un lettore poco attento, potrebbero sembrare pura
smania di stupire con frasi illogiche. La reazione immediata
alla lettura di queste poesie è la risata, ma attenzione
a non confondere l’umorismo con il nonsense propriamente
detto, poiché trattasi di due cose assolutamente
diverse. Cito a proposito le parole di Carlo Izzo: “L’umorismo
dà luogo al sorriso, più o meno esplicito
o contenuto […] il nonsense, infine, dà luogo
a qualche cosa di simile al grin del gatto del Cheshire
di Lewis Carroll in Alice in Wonderland, il gatto in cima
all’albero, che comincia a sparire dalla punta della
coda, e un po’ alla volta sparisce del tutto, ma
ne rimane in cima all’albero appunto the grin, una
sorta di smorfietta di sorriso senza corpo […] Il
nonsense è, se mai, una sorta di a priori dell’umorismo,
anche se teoricamente rintracciabile, forse, in ogni espressione
che sia, o pretenda di essere, umoristica”. A detta
di Izzo, al nonsense manca ogni parvenza di umanità,
applicato alla realtà del “nostro mondo”
potrebbe rivelarsi anche abbastanza doloroso, in quanto
alcune scene ritraggono personaggi intenti in atti particolarmente
masochistici. Ma se si guarda bene al mero significato
delle parole, possiamo scoprire che il senso si può
celare solo in una di quelle, in un verbo, in un’espressione
particolare. Basta poco eppure è molto impegnativo.
Senza dubbio Lear ha aperto la strada al nonsense a Carroll
come ad altri suoi successori, che hanno poi saputo sfruttare
i suoi insegnamenti personalizzando la propria tecnica.
Si provi per un momento a soffermarsi su Alice, all’inizio
della storia, mentre precipita nelle tana del coniglio
bianco: nessuna paura di ciò che le sta accadendo,
ma tante domande e incertezze riguardo la sua vita, se
mai la sua gattina avrebbe sentito la sua mancanza, strani
quesiti geografici, ragionamenti inusuali per una bambina
che sta precipitando in un buco . Una domanda ricorrente
nella testolina di Alice è “Who am I”,
“Chi sono io”, altro problema non proprio
usuale per una persona della sua età; ma l’arcano
da scoprire sta proprio qui. Gli stravolgimenti che coinvolgono
e sconvolgono Alice, altro non sono che palesi dimostrazioni
di come la vita sia soggetta a continui mutamenti, di
come sia possibile incontrare personaggi più o
meno bizzarri lungo il nostro cammino, senza perdere mai
il contatto con la realtà. In Alice’s Adventures
in Wonderland, il contatto con la realtà si perde,
eccome, ma per poi ritrovarlo alla fine o, perché
no, durante le strane esperienze della bambina: l’arroganza
dei fiori parlanti, la saggezza del bruco, l’assurdo
comportamento della regina, anomale parodie della nostra
società (o meglio, della società di Carroll)?
Prendiamo, ad esempio, l’assurda partita a croquet
tra Alice e la Regina di Cuori: si fa di tutto affinché
la regina vinca, in barba alla bravura della piccola e
alle regole stesse del gioco. Che sia una sottile polemica
contro il modo di governare della regina Vittoria? Questo
non è che un mio personalissimo pensiero, naturalmente.
I capitoli seguenti vedono Alice alle prese con il suo
processo. Altro elemento fondamentale che ci riporta alla
realtà nonostante l’assurdità della
situazione; il mondo dove Alice si trova è governato
da leggi improponibili, leggi non concepibili nel mondo
da cui proviene; essendo una bambina, non ha mai frequentato
un luogo quale la corte: “Alice had never been in
a court of justice before, but she had read of them in
books, and she was quite pleased to find that she knew
the name of nearly everything there. ‘That’s
the judge’- she said to herself- ‘because
of his great wig’” .
Paradossalmente, la corte, nonostante sia il luogo più
reale del racconto, è anche il luogo dove si concentrano
tutti i personaggi assurdi che Alice ha incontrato lungo
il suo cammino, come se Carroll tenesse a sottolineare
l’assurdità dell’intera situazione;
è questo il momento più importante per Alice.
La sua loquacità, che in questo caso, volendo esagerare,
potremmo definire “arte oratoria”, le permette
di constatare di persona come il “suo” mondo
sia in un certo senso migliore di quello in cui si trova,
o almeno dovrebbe, considerando che tale rappresentazione
fantastica del mondo delle meraviglie, altro non è
che una sottile polemica contro la società del
tempo; è ciò che Donald Rackin definisce:
“[…] another illustration of Wonderland’s
incessant attack on humankind’s groundless but persistent
linguistic habits, intensified when the narrator remarks
with sly irony that Alice was rather proud of her ability
to name everything in the court”.
Facendo un passo indietro, come non citare il settimo
capitolo che vede come protagonisti il Mad Hatter, March
Hare e Dormouse ed i loro impossibili indovinelli? Il
dibattito sul tempo è uno dei momenti migliori
della storia intera: “ ‘I think you might
do something better with the time,’ she said, ‘than
wasting it in asking riddles that have no answers’.
‘If you knew Time as well as I do’ said the
Hatter, ‘you wouldn’t talk about wasting it.
It’s him’”
Il tempo di cui parla Alice è il tempo che conosciamo
tutti, il tempo “reale” che scorre inesorabile;
le lancette dell’orologio di Alice si muovono normalmente;
l’orologio del Cappellaio Matto non le ha neanche
le lancette, segna il giorno ma non l’ora. Il tempo
concepito da questi strani personaggi è un tempo
personificato, un tempo che conosce solo il passato e
il futuro, un’azione o è accaduta o sta per
accadere, è sempre l’ora del tea. Ruolo importante
in questo capitolo è giocato dal linguaggio che,
molto spesso, esce dagli schemi “letterari”:
l’ordine sintattico viene stravolto e gli stessi
giochi di parole incrementano il tono scherzoso e “pazzo”.
Questo è il Paese delle Meraviglie, dove tutto
può succedere, dove un orologio ha bisogno di un
po’ di burro per poter funzionare, dove si festeggiano
i “non-compleanni”, dove le palline da croquet
sono porcospini vivi, dove i gatti diventano invisibili
e i conogli bianchi lavorano al cospetto di una regina.
Ma dietro tutte queste meraviglie si nasconde la logica
di una bambina che deve lottare contro la razionalità
a cui il suo mondo l’aveva abituata. A parte un
po’ di incertezze, sembra accettare di buon grado
questa strana esperienza. Ricamate attorno troviamo delle
poesie che recita la stessa Alice e che incrementano la
magia in cui il lettore è immerso. In queste parti
troviamo maggiore l’influsso dello stesso Lear.
Ecco le poesie e le filastrocche all’interno della
storia:
*"How doth the little crocodile..." (Parodia
della filastrocca Vittoriana, "How doth the little
busy bee");
* "You are old, Father William..." (Parodia
di "The Old Man's Comforts and How He Gained Them"
di Robert Southey);
* La ninna nanna della Duchessa "Speak roughly to
your little boy...";
* "Twinkle, twinkle little bat..." –parodia
di 'Twinkle twinkle little star', anche nota in Italia
come 'Brilla Brilla Bianca stella…';
* The Lobster Quadrille;
* " Tis the voice of the lobster, I heard him declare..."
–parodia di ‘Tis the voice of the Sluggard’;
* Turtle Soup;
* "The Queen of Hearts..." – una famosa
filastrocca inglese menzionata anche in Mary Poppins;
* The White Rabbit's evidence;
* The Mouse's Tale.
In Alice Through the Looking Glass, Alice è cresciuta,
ha raggiunto una certa maturità (per quanto concerne
la sua età); bisogna non dimenticare che la stessa
Alice Liddell aveva circa vent’anni al momento della
pubblicazione del seguito di Alice’s Adventures
in Wonderland.
Guardarsi allo specchio può assumere diversi significati.
Può semplicemente mostrare il nostro aspetto esteriore,
oppure può rivelarci come siamo fatti dentro; può
specchiare il presente o tutto il nostro passato.
Il viaggio di Alice attraverso lo specchio è proprio
questo: un altro viaggio simbolico, non solo un passo
in avanti nella sua vita, ma anche uno indietro; Alice
guarda attraverso lo specchio e vede cos’è
diventata, affronta la sua crescita, interiore ed esteriore;
ma allo stesso tempo, attraverso la sua immagine riflessa
allo specchio, scorge cosa si nasconde dietro di lei,
rivive i diversi stadi della sua fanciullezza, del suo
sviluppo.
In questo modo lo specchio può rappresentare un
modo per capire la realtà oppure una via di fuga.
A mio parere, Carroll ha voluto lasciare a noi lettori
la possibilità di dare un’interpretazione
personale di tale oggetto.
Nonostante le differenze tra il primo ed il secondo libro,
la domanda che ricorre in entrambi è sempre la
stessa: “Who am I”… Riflettendoci bene,
questa è una delle domande più frequenti
ed importanti che una persona possa porre a se stessa.
Tramite Alice, Carroll pone tale interrogativo a noi ma
anche al suo subconscio.
La forma ricorda inevitabilmente il primo libro, ma questa
volta l’autore si è dilettato in una struttura
più complicata, quella degli scacchi. Gli stessi
personaggi sono le pedine della scacchiera, il giardino
è diviso così com’è diviso
il tavolo da gioco. La concezione del tempo è completamente
travisata così come accadeva in Alice’s Adventures
in Wonderland. Ritornano immagini già a noi familiari
come quelle dei fiori, degli animali parlanti e dei sogni
infantili. Ma i personaggi ambigui e particolari aumentano:
Tweedledum e Tweedledee, Humpty Dumpty, i fiori parlanti.
Ancora una volta, il tutto è graziosamente decorato
con componimenti sparsi, che regalano alla storia un senso
magico non indifferente. Di seguito i vari componimenti
che troviamo in questo secondo libro:
* Preludio;
* Jabberwocky;
* Tweedledum and Tweedledee;
* The Walrus and the Carpenter;
* "In Winter when the fields are white..";
* Haddocks' Eyes / The Aged Aged Man / Ways and Means
/ A-sitting on a gate (vedi Haddocks eyes), la canzone
ha vari titoli, come dice il Cavaliere Bianco;
* Queen Alice song;
* White Queen's riddle;
Ciò che può essere celato in una semplice
“favola per bambini” potrebbe essere tema
per un dibattito sull’esistenza. Il mondo delle
meraviglie di Alice è a cavallo tra il sense ed
il nonsense di uno scrittore tanto abile nell’inventare
storie quanto pungente nelle sue velate polemiche.
2.2 Lewis Carroll e l’LSD
Durante la mia ricerca riguardante Carroll e l’influenza
del suo stile sugli artisti che lo seguirono, mi sono
imbattuta in un saggio critico scritto da Thomas Fensch
nel 1968: “Lewis Carroll- the First Acidhead”.
Il titolo mi ha subito incuriosita, in quanto ciò
che mi sono proposta di dimostrare con suddetta tesi è
proprio la modernità di Carroll evidente anche
dalle opere dei Beatles. Ciò che ho scoperto leggendo
tale saggio, è che a trovare psichedelico quest’autore
vittoriano, non furono solamente i Beatles, ma anche un
altro gruppo musicale che ebbe fama all’incirca
durante il loro stesso periodo: i Jefferson Airplane.
Una band ricordata per la sua musica tendenzialmente folk;
i componenti, come la maggiorparte degli artisti in quegli
anni, sperimentarono sulla propria pelle le droghe, ogni
tipo di novità che li aiutasse a vivere meglio
l’amore libero e la pace, sperando di vivere in
un mondo migliore, lontano da guerre e orrori. Tipico
comportamento hippie che caratterizzò anche i Beatles
del periodo Sgt. Pepper.
Thomas Fensch comincia il suo saggio con dei versi tratti
dal primo capitolo di Alice’s Adventures in Wonderland,
quando la piccola Alice precipita nella tana del Coniglio
Bianco. Fin dall’inizio è possibile scorgere
un leggero senso di smarrimento che molti artisti trovavano
familiare nell’abbandonarsi all’effetto di
determinate sostanze, come gli acidi per esempio. Il precipitare
lentamente, sempre più in basso, può essere
considerato come il sinonimo dell’abbandono alla
droga, dunque. Le ripetizioni ed il tono ridondante aumentano
questa sensazione.
Le scritte “EAT ME” e “DRINK ME”
che Alice trova rispettivamente su una scatola e su una
bottiglia, sembrano quasi essere delle voci soffuse che
invitano ad unirci in un mondo magico, il mondo delle
meraviglie, appunto, dove tutto sembra più bello,
come i sapori che passano dalla ciliegia, all’ananas
al caramello, sapori ricchi, invitanti, quasi surreali.
Questo è solo l’inizio, eppure sembra tanto
diverso da una semplice favola per bambini. Forse diversa
è solo la chiave di lettura; il contenuto è
sempre lo stesso, ma cambiano gli occhi e la mentalità
di chi lo legge. E’ qui che troviamo la grandezza
del nonsense di Carroll, dimostrando, così, quanto
senso abbia in realtà, anche se un senso diverso
a seconda del lettore.
I Jefferson Airplane scrissero una canzone come tributo
ad questo grande scrittore: “White Rabbit”:
One pill makes you larger
And one pill makes you small,
And the ones that mother gives you
Don't do anything at all.
Go ask Alice
When she's ten feet tall.
And if you go chasing rabbits
And you know you're going to fall,
Tell 'em a hookah smoking caterpillar
Has given you the call.
Call Alice
When she was just small.
When the men on the chessboard
Get up and tell you where to go
And you've just had some kind of mushroom
And your mind is moving low.
Go ask Alice
I think she'll know.
When logic and proportion
Have fallen sloppy dead,
And the White Knight is talking backwards
And the Red Queen's "off with her head!"
Remember what the dormouse said:
"Feed your head. Feed your head. Feed your head"
Come si può evincere dal testo, l’intera
storia di Alice, di entrambi i libri, è racchiusa
in brevissimi versi. Personaggi come il White Rabbit,
il White Knight, la Red Queen, il Caterpillar e il Dormouse
riassumono tutte le avventure della piccola Alice.
Ma la parte che maggiormente interessò Fensch è
proprio l’ultima: “Remember what the dormouse
said:
"Feed your head. Feed your head. Feed your head"
Parole che in realtà il piccolo topino non pronunciò
mai, ma che furono “indotte” dal cantante
dei Jefferson Airplane. Questi versi suonano essere un
invito all’uso dell’LSD, un acido molto comune
negli anni dell’amore libero, conosciuto, come ben
sappiamo, anche dagli stessi Beatles. Non era ancora stato
scoperto, però, all’epoca di Carroll, eppure
i riferimenti di determinati artisti nei confronti di
un ipotetico uso di sostanze allucinogene da parte dello
scrittore vittoriano, sono abbastanza esplicite, anche
se non trovano un fondamento. Anche negli ultimi versi
della canzone, come nel tono generale di certe parti della
storia di Alice, la ridondanza accresce la sensazione
di annullamento, direi, provata dagli stessi autori.
All’interno della tana del coniglio, ogni cosa perde
il suo significato razionale, tutto è un’illusione,
le parole assumono un significato momentaneo che potrebbe
svanire l’attimo dopo. Alla fine ci si sveglia ed
è stato solo un sogno.
Ho riportato il contenuto di questo saggio proprio per
evidenziare come l’associazione tra Carroll ed i
Beatles abbia un suo particolare fondamento. E’
incredibile come un autore, considerato da molti uno scrittore
per bambini, possa essere studiato partendo da un’ottica
completamente diversa. Lewis Carroll, dopotutto, è
anche un nome fittizio, come fittizio è il mondo
di cui ci narra, come i personaggi che ne fanno parte.
Tutto è un mistero e il mistero ha sempre affascinato,
che si tratti di macabre storie o “semplici”
nonsense, come in questo caso.
Alice affronta un viaggio. Anche coloro i quali facevano
uso di LSD dicevano di affrontare un viaggio: Lennon,
i Jefferson Airplain e molti altri. Un viaggio dove tutto
è stravolto e niente è cambiato.
2.3 Conclusione
Come già accennato nel capitolo precedente, lo
scopo di questa tesi è quello di confrontare i
testi di Carroll con alcuni famosi testi dei Beatles.
Due epoche diverse, mestieri (se così vogliamo
definirli) diversi; un unico scopo: quello di rappresentare
la propria realtà; unico mezzo per farlo: l’arte.
E ancora, un ulteriore elemento in comune, una peculiarità
non poco importante: il nonsense, quest’apparente
mancanza di logica che regala una sorta di magia a chi
legge o ascolta, un senso di smarrimento che cela un’inaspettata
realtà. Nel caso di Carroll, sembra quasi di trovarsi
in una sorta di teatro dell’assurdo ante litteram;
così come i drammatisti del dopo guerra utilizzarono
tale forma di teatro per evadere dalla realtà e
allo stesso tempo senza perderla di vista, senza dimenticare
di sottolinearne gli aspetti più importanti e,
purtroppo negativi , così Lewis Carroll utilizzò
la tecnica del nonsense (che peraltro ritroviamo nell’epoca
del post-modernismo) che apparentemente ci trasporta in
un mondo lontano, ma che in realtà ci aiuta a comprendere
che siamo solo “andati dietro l’angolo”,
perché i personaggi che ci presenta, altro non
sono che suoi contemporanei che indossano buffi cappelli
e che affermano assurdità.
Alice rappresenta l’umanità: è una
bambina che vive una meravigliosa avventura in un mondo
di fantasia; è la portavoce di Carroll; è
un’adolescente che non vuole ammettere di avere
paura di crescere ma che è curiosa di sapere cosa
l’attende nel mondo; è un adulto che vuole
evadere. E’ tutto questo ed altro, è una
domanda che attende una risposta, una risposta diversa
per ognuno di noi. continua>>>
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