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Lewis Carroll
nel paese delle meraviglie |
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Capitolo I I
Mi sono soffermata volutamente sulla vita
di John, Paul, George e Ringo antecedente
l’uscita di “Love Me Do”,
perché mi piace notare come quattro
semplici ragazzi, venuti dal nulla, siano
stati capaci di sconvolgere il mondo come
nessuno aveva mai fatto precedentemente e
come nessuno avrebbe fatto in futuro.
Quello che avvenne tra il 1962 ed il 1970,
anno in cui il gruppo si sciolse, è
stato scritto, filmato e raccontato in tutti
i modi, anche se il fascino che emana resta
immortale.
L’analisi che mi accingo ad affrontare,
invece, si baserà su uno studio più
meticoloso di determinati testi beatlesiani
confrontati con dei versi di famose opere
di Lewis Carroll, Alice Adventures in Wonderland
e Alice Through the Looking Glass. Mostrerò,
inoltre, come John Lennon sia stato profondamente
influenzato da quest’autore durante
la composizione dei suoi due libri In His
Own Write e A Spaniard in the Works, testi
ricchi di storie imperniate da quel nonsense
tanto tipico di Carroll.
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E’ un nuovo modo di guardare l’opera
Beatles, un nuovo aspetto di un gruppo pop
che non deve essere semplicemente considerato
tale, che va al di là degli schemi
imposti dalla tradizione della musica leggera.
Spero di poter dimostrare come i FabFour abbiano
basato la loro produzione musicale non solamente
sull’ispirazione del momento, ma anche
su una base culturale che, seppur non approfondita
(considerando lo scarso esito scolastico di
questi ragazzi!) ha regalato loro, e soprattutto
a noi, non soltanto delle stupende emozioni,
ma anche un patrimonio di musica “leggera”
che ha posto le basi per tutti gli altri gruppi
dopo di loro. I Beatles sono considerati,
ancora oggi, dei maestri, degli innovatori
nel loro campo, che hanno saputo creare, da
sette semplici note, un mondo fatto di musica
e magia.
Lewis
Carroll nel paese delle meraviglie
Il titolo di questo capitolo non vuole
essere un semplice riferimento all’opera
che rese famoso Charles Lutwidge Dodgson,
il vero nome di Lewis Carroll, ma una dimostrazione
di come si debba vivere in un paese di favole
per poterne parlare.
Non a caso, Dodgson, nei decenni che seguirono
la sua morte, fu accusato di essere stato
uno scrittore un po’ fuori dai ranghi.
Meglio conosciuto con lo pseudonimo Lewis
Carroll , quest’autore inglese, vissuto
in piena epoca vittoriana, riempì la
sua vita di molteplici interessi, tra cui
la fotografia.
In verità non può essere considerato
un vero e proprio “man of letters”,
in quanto dedicò i suoi studi alla
matematica. Insegnò tale disciplina
all’Università di Oxford e solo
successivamente dedicò il suo tempo
libero alla scrittura.
Conservatore e anglicano, la maggior parte
dei suoi antenati fecero parte di due degli
ambienti più importanti dell’”upper-middle
class”: l’arma e la chiesa.
Il giovane Charles dimostrò, fin dall’infanzia,
di possedere particolari attitudini: la sua
lista di letture comprendeva testi impegnativi
come The Pilgrim’s Progress.
Mentre durante la sua prima fanciullezza fu
istruito a casa, all’età di dodici
anni cominciò a frequentare una scuola
privata, vicino Richmond, dove parve essere
felice. Nel 1845, però, fu trasferito
alla Rugby School, dove non si trovò
altrettanto bene, come egli stesso attestò
anni dopo, lasciando quel luogo: “I
cannot say ... that any earthly considerations
would induce me to go through my three years
again ... I can honestly say that if I could
have been ... secure from annoyance at night,
the hardships of the daily life would have
been comparative trifles to bear”.
Non fu mai chiaro a cosa fu dovuta la sua
“annoyance”, ma si sospetta fosse
riferita a qualche molestia sessuale; ma tutto
ciò non fu mai appurato.
Lasciò la Rugby alla fine del 1850,
per poi entrare, nel gennaio 1851, ad Oxford.
Non trascorsero due giorni, che dovette prendere
un permesso straordinario per assentarsi un
paio di giorni, a causa della prematura scomparsa
della madre, deceduta a soli quarantasette
anni a causa di una probabile meningite.
Il dolore per la perdita della cara madre
non lo fece distrarre dagli studi; considerando
come fosse portato per tale scopo, non dovette
impegnarsi più di tanto per raggiungere
onorificenze che lo distinsero dal resto degli
studenti.
La sua bravura nella matematica gli permise
di vincere il tanto ambito “Christ Church
Mathematical Lectureship”, che continuò
a vincere per altri ventisei anni consecutivi;
ma il lavoro che conseguì grazie a
tale premio non fu molto edificante: insegnare
matematica a studenti più grandi e
più ricchi di lui, non era la sua massima
ambizione. A peggiorare la situazione, il
suo carattere introverso e la sua incipiente
balbuzie.
Nel 1856, Carroll si dedicò ad una
nuova forma d’arte: la fotografia. Aveva
sempre eccelso in tutti i tipi di arte, ma
nella fotografia trovò l’espressione
perfetta del suo pensiero filosofico, la realizzazione
del suo ideale di bellezza che aveva cercato
nel teatro, nella poesia, perfino nelle formule
matematiche; fotografando riuscì a
combinare il suo ideale di libertà
e bellezza con l’innocenza dell’Eden,
dove il contatto fra i corpi poteva avvenire
senza alcuna vergogna. Questo suo modo di
concepire la fotografia e l’arte in
generale, lo portò a scontrarsi più
volte con la mentalità che vigeva all’epoca.
Con l’avvento del modernismo, le sue
fotografie caddero nel dimenticatoio, nonostante
fu riconosciuto come uno dei migliori fotografi
dell’epoca vittoriana.
Questa sua attitudine all’arte lo portò
a scrivere poesie, brevi racconti, alcuni
dei quali abbastanza interessanti, che era
solito spedire a dei giornali.
Pubblicò la sua prima opera, “Solitude”,
nel 1856, utilizzando per la prima volta lo
pseudonimo che lo avrebbe reso famoso.
Ma la sua vera fonte di ispirazione fu una
bambina, una certa Alice Liddell, figlia di
Henry Liddell, un amico di famiglia. Più
di una volta Carroll preferì la compagnia
infantile rispetto alla compagnia di gente
adulta, probabilmente per la purezza ed innocenza
che risiede in tutti i bambini: “In
a sense Dogson’s youngest sister and
brother were his first child friends, and
he was writing nonsense letters to them when
the first became lecturer at Christ Church
in 1855 -letters foreshadowing Wonderland."
con i bambini rifletteva l’amore di
Carroll per la semplicità e per l’amore
in se, l’amore puro.
Carroll trascorreva molto tempo con Alice
e le sue sorelle, le portava a dei pic-nic
o a gite sul lago. Durante questi pomeriggi
insieme, raccontava storie di fantasia inventate
al momento: “Ah, cruel Three! In such
an hour,/ Beneath such dreamy weather,/ To
beg a tale of breath too weak/ To stir the
finest feather!/ Yet what can one poor voice
avail/ Against three tongues together. […]
Thus grew the tale of Wanderland:/ Thus slowly,
one by one,/ It’s quaint events were
hammered out-/ And now the tale is done,/
And home we steer, a merry crew,/ Beneath
the setting sun./ Alice! A childish story
take,/ and with a gentle hand/ Lay it where
Childohood’s dreams are twined/ In Memory’s
mystic band,/ Like pilgrim’s withered
wreath of flowers/ Pluck’d in a far-off-land.
PLa storia vuole che proprio la piccola Alice
abbia spinto Carroll a scriverle e renderle
note. E’ così che nacquero Alice’s
Adventures in Wonderland e, in un secondo
momento, Alice Through the Looking Glass.
Carroll si cimentò anche in altre storie:
The Hunting of the Snark, scritto nel 1876
(ispirato e dedicato ad un’altra bambina,
Gertrude Chataway, che Carroll considerò
“grande amica” dopo la piccola
Alice) e Sylvie and Bruno, due volumi scritti
rispettivamente nel 1889 e nel 1893. Tali
opere non ebbero la stessa risonanza di quelle
di Alice, motivo per cui Carroll continua
ad essere ricordato più per i suoi
due primi capolavori.
2.1 Logico nonsense
nella scrittura di Carroll
Considerati fin troppo spesso semplici libri
di favole, scritti appositamente per allietare
noiosi pomeriggi estivi, Alice’s Adventures
in Wonderland e Alice Through the Looking
Glass nascondono un significato molto più
complesso da ricercare nei meandri della mente
di Carroll.
Come ogni scrittore che si rispetti, anche
Lewis Carroll era pienamente influenzato dal
periodo in cui visse. Le restrizioni morali,
la mentalità ottusa delle persone,
rendevano più difficile l’esistenza
ad un uomo semplice e possibilmente più
sensibile rispetto ad altri suoi contemporanei.
Alice potrebbe essere considerata come il
frutto di un’insoddisfazione generale,
oppure una sorta di fuga dalla realtà,
l’immagine stereotipata della ricerca
di se stessi. In realtà non si tratta
di una semplice storia per bambini. Le certezze
vengono stravolte, niente è regolato
dalle leggi della logica: i conigli non possono
parlare, non si può precipitare lentamente
sfidando la gravità e calcolando assurde
latitudini, non è possibile stravolgere
la propria statura, peggio ancora se per ottenere
tale risultato si beve una pozione o si mangia
un biscotto, non esistono uomini che abbiano
come corpo una carta da gioco né animali,
fiori o oggetti inanimati parlanti. Eppure…nelle
storie di Alice troviamo tutto questo e anche
oltre: “ ‘Would it be of any use,
now,’ thought Alice ‘to speak
to this mouse? Everything is so out-of-the-way
down here, that I should think very likely
it can talk: at any rate, there’s no
harm in trying’”.
Il nonsense che impernia tali favole è
la peculiarità che ha permesso ai bambini
di amare Alice, e ai critici di poter studiare
e analizzare il pensiero di Carroll. Ma non
esiste una definizione precisa di tale tecnica;
cos’è il nonsense? “[…]
their struggle to convert language into symbolic
logic or music […] a mere game, of course”.
Così lo definisce Elizabeth Sewell
in un suo saggio critico del 1958. Il nonsense
è certamente un gioco, ma un gioco
con delle regole molto severe. Lo scopo potrebbe
essere quello di creare un universo logico
e controllato, tramite l’uso della parola,
in modo che la mente possa manipolare i pensieri
che ne faranno parte, analizzarli e separarli.
Il poeta si diverte e osserva tutto ciò
che lo circonda, utilizzando ogni forma di
astrazione, immagini e parole di forma artificiale,
che celano il loro vero significato in se
stesse. Mente, immaginazione, sogno: nel linguaggio
si trasformano in poesia ed elementi metaforici.
I temi che si susseguono sono molteplici ma
sempre inerenti la bellezza, la fertilità,
ogni forma di amore, che sia sacro o profano.
Tutto ciò che è freddo e razionale
non può farne parte. Ho citato la poesia
come prodotto dei pensieri degli scrittori
nonsense, ma bisogna anche sottolineare che
può diventare una pericolosa trappola,
perché a volte può non soddisfare
i veri bisogni dell’autore. Si rischia
così di essere incompresi e di etichettare
la poesia nonsense come poesia senza significato,
errore madornale ed imperdonabile. Un po’
quello che potrebbe succedere nell’episodio
del Caterpillar, il saggio Bruco del V capitolo
di Alice’s Adventures in Wonderland,
che impiega il tempo trascorso con Alice parlando
di poesia, ponendo domande inaspettate e quanto
mai curiose. Il comportamento del Bruco, in
effetti, potrebbe lasciarci frastornati, leggermente
confusi, probabilmente senza comprendere se
sia successo realmente qualcosa oppure no.
Un episodio, ed una reazione del genere, potremmo
trovarlo anche in Through the Looking Glass,
nel VI capitolo dove protagonista è
Humpty Dumpty. Questo strano personaggio a
forma di uovo, propina alla povera Alice una
vera e propria lezione sull’utilizzo
delle parole; possono assumere significato
diverso a seconda di chi le pronuncia? L’uomo-uovo
parrebbe affermare proprio ciò. Le
spiegazioni linguistiche che da alla bambina
sono alquanto discutibili. La poesia è
vista come un qualcosa di metaforico e personale,
un universo infinito dai risvolti inaspettati.
La stessa Elizabeth Sewell, proponendo uno
studio parallelo delle opere di Carroll con
quelle di Eliot (che sembra aver preso spunto
proprio dall’autore di Alice’s
Adventures in Wonderland), affermò
che il nonsense è fine a se stesso,
è un’arte della mente e del linguaggio,
che può lasciare spazio a libere interpretazioni,
ma sempre correlate a precisi riscontri nella
realtà.
Quando si parla di nonsense, non può
non essere citato chi fu considerato il primo
scrittore ad utilizzare tale tecnica: Edward
Lear. Nato appena vent’anni prima di
Carroll, tale autore scrisse diverse opere
in cui è possibile riscontrare l’utilizzo
del nonsense; è facile perdersi nei
meandri di una poesia senza tempo, senza spazio
ma mai senza senso. Ho avuto modo di leggere
diversi componimenti di Lear e di constatare
che, a differenza delle opere di Carroll,
tale autore preferì racchiudere in
brevi versi assurdità che, ad un lettore
poco attento, potrebbero sembrare pura smania
di stupire con frasi illogiche. La reazione
immediata alla lettura di queste poesie è
la risata, ma attenzione a non confondere
l’umorismo con il nonsense propriamente
detto, poiché trattasi di due cose
assolutamente diverse. Cito a proposito le
parole di Carlo Izzo: “L’umorismo
dà luogo al sorriso, più o meno
esplicito o contenuto […] il nonsense,
infine, dà luogo a qualche cosa di
simile al grin del gatto del Cheshire di Lewis
Carroll in Alice in Wonderland, il gatto in
cima all’albero, che comincia a sparire
dalla punta della coda, e un po’ alla
volta sparisce del tutto, ma ne rimane in
cima all’albero appunto the grin, una
sorta di smorfietta di sorriso senza corpo
[…] Il nonsense è, se mai, una
sorta di a priori dell’umorismo, anche
se teoricamente rintracciabile, forse, in
ogni espressione che sia, o pretenda di essere,
umoristica”. A detta di Izzo, al nonsense
manca ogni parvenza di umanità, applicato
alla realtà del “nostro mondo”
potrebbe rivelarsi anche abbastanza doloroso,
in quanto alcune scene ritraggono personaggi
intenti in atti particolarmente masochistici.
Ma se si guarda bene al mero significato delle
parole, possiamo scoprire che il senso si
può celare solo in una di quelle, in
un verbo, in un’espressione particolare.
Basta poco eppure è molto impegnativo.
Senza dubbio Lear ha aperto la strada al nonsense
a Carroll come ad altri suoi successori, che
hanno poi saputo sfruttare i suoi insegnamenti
personalizzando la propria tecnica.
Si provi per un momento a soffermarsi su Alice,
all’inizio della storia, mentre precipita
nelle tana del coniglio bianco: nessuna paura
di ciò che le sta accadendo, ma tante
domande e incertezze riguardo la sua vita,
se mai la sua gattina avrebbe sentito la sua
mancanza, strani quesiti geografici, ragionamenti
inusuali per una bambina che sta precipitando
in un buco . Una domanda ricorrente nella
testolina di Alice è “Who am
I”, “Chi sono io”, altro
problema non proprio usuale per una persona
della sua età; ma l’arcano da
scoprire sta proprio qui. Gli stravolgimenti
che coinvolgono e sconvolgono Alice, altro
non sono che palesi dimostrazioni di come
la vita sia soggetta a continui mutamenti,
di come sia possibile incontrare personaggi
più o meno bizzarri lungo il nostro
cammino, senza perdere mai il contatto con
la realtà. In Alice’s Adventures
in Wonderland, il contatto con la realtà
si perde, eccome, ma per poi ritrovarlo alla
fine o, perché no, durante le strane
esperienze della bambina: l’arroganza
dei fiori parlanti, la saggezza del bruco,
l’assurdo comportamento della regina,
anomale parodie della nostra società
(o meglio, della società di Carroll)?
Prendiamo, ad esempio, l’assurda partita
a croquet tra Alice e la Regina di Cuori:
si fa di tutto affinché la regina vinca,
in barba alla bravura della piccola e alle
regole stesse del gioco. Che sia una sottile
polemica contro il modo di governare della
regina Vittoria? Questo non è che un
mio personalissimo pensiero, naturalmente.
I capitoli seguenti vedono Alice alle prese
con il suo processo. Altro elemento fondamentale
che ci riporta alla realtà nonostante
l’assurdità della situazione;
il mondo dove Alice si trova è governato
da leggi improponibili, leggi non concepibili
nel mondo da cui proviene; essendo una bambina,
non ha mai frequentato un luogo quale la corte:
“Alice had never been in a court of
justice before, but she had read of them in
books, and she was quite pleased to find that
she knew the name of nearly everything there.
‘That’s the judge’- she
said to herself- ‘because of his great
wig’” .
Paradossalmente, la corte, nonostante sia
il luogo più reale del racconto, è
anche il luogo dove si concentrano tutti i
personaggi assurdi che Alice ha incontrato
lungo il suo cammino, come se Carroll tenesse
a sottolineare l’assurdità dell’intera
situazione; è questo il momento più
importante per Alice. La sua loquacità,
che in questo caso, volendo esagerare, potremmo
definire “arte oratoria”, le permette
di constatare di persona come il “suo”
mondo sia in un certo senso migliore di quello
in cui si trova, o almeno dovrebbe, considerando
che tale rappresentazione fantastica del mondo
delle meraviglie, altro non è che una
sottile polemica contro la società
del tempo; è ciò che Donald
Rackin definisce: “[…] another
illustration of Wonderland’s incessant
attack on humankind’s groundless but
persistent linguistic habits, intensified
when the narrator remarks with sly irony that
Alice was rather proud of her ability to name
everything in the court”.
Facendo un passo indietro, come non citare
il settimo capitolo che vede come protagonisti
il Mad Hatter, March Hare e Dormouse ed i
loro impossibili indovinelli? Il dibattito
sul tempo è uno dei momenti migliori
della storia intera: “ ‘I think
you might do something better with the time,’
she said, ‘than wasting it in asking
riddles that have no answers’. ‘If
you knew Time as well as I do’ said
the Hatter, ‘you wouldn’t talk
about wasting it. It’s him’”
Il tempo di cui parla Alice è il tempo
che conosciamo tutti, il tempo “reale”
che scorre inesorabile; le lancette dell’orologio
di Alice si muovono normalmente; l’orologio
del Cappellaio Matto non le ha neanche le
lancette, segna il giorno ma non l’ora.
Il tempo concepito da questi strani personaggi
è un tempo personificato, un tempo
che conosce solo il passato e il futuro, un’azione
o è accaduta o sta per accadere, è
sempre l’ora del tea. Ruolo importante
in questo capitolo è giocato dal linguaggio
che, molto spesso, esce dagli schemi “letterari”:
l’ordine sintattico viene stravolto
e gli stessi giochi di parole incrementano
il tono scherzoso e “pazzo”. Questo
è il Paese delle Meraviglie, dove tutto
può succedere, dove un orologio ha
bisogno di un po’ di burro per poter
funzionare, dove si festeggiano i “non-compleanni”,
dove le palline da croquet sono porcospini
vivi, dove i gatti diventano invisibili e
i conogli bianchi lavorano al cospetto di
una regina. Ma dietro tutte queste meraviglie
si nasconde la logica di una bambina che deve
lottare contro la razionalità a cui
il suo mondo l’aveva abituata. A parte
un po’ di incertezze, sembra accettare
di buon grado questa strana esperienza. Ricamate
attorno troviamo delle poesie che recita la
stessa Alice e che incrementano la magia in
cui il lettore è immerso. In queste
parti troviamo maggiore l’influsso dello
stesso Lear. Ecco le poesie e le filastrocche
all’interno della storia:
*"How doth the little crocodile..."
(Parodia della filastrocca Vittoriana, "How
doth the little busy bee");
* "You are old, Father William..."
(Parodia di "The Old Man's Comforts and
How He Gained Them" di Robert Southey);
* La ninna nanna della Duchessa "Speak
roughly to your little boy...";
* "Twinkle, twinkle little bat..."
–parodia di 'Twinkle twinkle little
star', anche nota in Italia come 'Brilla Brilla
Bianca stella…';
* The Lobster Quadrille;
* " Tis the voice of the lobster, I heard
him declare..." –parodia di ‘Tis
the voice of the Sluggard’;
* Turtle Soup;
* "The Queen of Hearts..." –
una famosa filastrocca inglese menzionata
anche in Mary Poppins;
* The White Rabbit's evidence;
* The Mouse's Tale.
In Alice Through the Looking Glass, Alice
è cresciuta, ha raggiunto una certa
maturità (per quanto concerne la sua
età); bisogna non dimenticare che la
stessa Alice Liddell aveva circa vent’anni
al momento della pubblicazione del seguito
di Alice’s Adventures in Wonderland.
Guardarsi allo specchio può assumere
diversi significati. Può semplicemente
mostrare il nostro aspetto esteriore, oppure
può rivelarci come siamo fatti dentro;
può specchiare il presente o tutto
il nostro passato.
Il viaggio di Alice attraverso lo specchio
è proprio questo: un altro viaggio
simbolico, non solo un passo in avanti nella
sua vita, ma anche uno indietro; Alice guarda
attraverso lo specchio e vede cos’è
diventata, affronta la sua crescita, interiore
ed esteriore; ma allo stesso tempo, attraverso
la sua immagine riflessa allo specchio, scorge
cosa si nasconde dietro di lei, rivive i diversi
stadi della sua fanciullezza, del suo sviluppo.
In questo modo lo specchio può rappresentare
un modo per capire la realtà oppure
una via di fuga. A mio parere, Carroll ha
voluto lasciare a noi lettori la possibilità
di dare un’interpretazione personale
di tale oggetto.
Nonostante le differenze tra il primo ed il
secondo libro, la domanda che ricorre in entrambi
è sempre la stessa: “Who am I”…
Riflettendoci bene, questa è una delle
domande più frequenti ed importanti
che una persona possa porre a se stessa. Tramite
Alice, Carroll pone tale interrogativo a noi
ma anche al suo subconscio.
La forma ricorda inevitabilmente il primo
libro, ma questa volta l’autore si è
dilettato in una struttura più complicata,
quella degli scacchi. Gli stessi personaggi
sono le pedine della scacchiera, il giardino
è diviso così com’è
diviso il tavolo da gioco. La concezione del
tempo è completamente travisata così
come accadeva in Alice’s Adventures
in Wonderland. Ritornano immagini già
a noi familiari come quelle dei fiori, degli
animali parlanti e dei sogni infantili. Ma
i personaggi ambigui e particolari aumentano:
Tweedledum e Tweedledee, Humpty Dumpty, i
fiori parlanti. Ancora una volta, il tutto
è graziosamente decorato con componimenti
sparsi, che regalano alla storia un senso
magico non indifferente. Di seguito i vari
componimenti che troviamo in questo secondo
libro:
* Preludio;
* Jabberwocky;
* Tweedledum and Tweedledee;
* The Walrus and the Carpenter;
* "In Winter when the fields are white..";
* Haddocks' Eyes / The Aged Aged Man / Ways
and Means / A-sitting on a gate (vedi Haddocks
eyes), la canzone ha vari titoli, come dice
il Cavaliere Bianco;
* Queen Alice song;
* White Queen's riddle;
Ciò che può essere celato in
una semplice “favola per bambini”
potrebbe essere tema per un dibattito sull’esistenza.
Il mondo delle meraviglie di Alice è
a cavallo tra il sense ed il nonsense di uno
scrittore tanto abile nell’inventare
storie quanto pungente nelle sue velate polemiche.
2.2 Lewis Carroll e l’LSD
Durante la mia ricerca riguardante Carroll
e l’influenza del suo stile sugli artisti
che lo seguirono, mi sono imbattuta in un
saggio critico scritto da Thomas Fensch nel
1968: “Lewis Carroll- the First Acidhead”.
Il titolo mi ha subito incuriosita, in quanto
ciò che mi sono proposta di dimostrare
con suddetta tesi è proprio la modernità
di Carroll evidente anche dalle opere dei
Beatles. Ciò che ho scoperto leggendo
tale saggio, è che a trovare psichedelico
quest’autore vittoriano, non furono
solamente i Beatles, ma anche un altro gruppo
musicale che ebbe fama all’incirca durante
il loro stesso periodo: i Jefferson Airplane.
Una band ricordata per la sua musica tendenzialmente
folk; i componenti, come la maggiorparte degli
artisti in quegli anni, sperimentarono sulla
propria pelle le droghe, ogni tipo di novità
che li aiutasse a vivere meglio l’amore
libero e la pace, sperando di vivere in un
mondo migliore, lontano da guerre e orrori.
Tipico comportamento hippie che caratterizzò
anche i Beatles del periodo Sgt. Pepper.
Thomas Fensch comincia il suo saggio con dei
versi tratti dal primo capitolo di Alice’s
Adventures in Wonderland, quando la piccola
Alice precipita nella tana del Coniglio Bianco.
Fin dall’inizio è possibile scorgere
un leggero senso di smarrimento che molti
artisti trovavano familiare nell’abbandonarsi
all’effetto di determinate sostanze,
come gli acidi per esempio. Il precipitare
lentamente, sempre più in basso, può
essere considerato come il sinonimo dell’abbandono
alla droga, dunque. Le ripetizioni ed il tono
ridondante aumentano questa sensazione.
Le scritte “EAT ME” e “DRINK
ME” che Alice trova rispettivamente
su una scatola e su una bottiglia, sembrano
quasi essere delle voci soffuse che invitano
ad unirci in un mondo magico, il mondo delle
meraviglie, appunto, dove tutto sembra più
bello, come i sapori che passano dalla ciliegia,
all’ananas al caramello, sapori ricchi,
invitanti, quasi surreali. Questo è
solo l’inizio, eppure sembra tanto diverso
da una semplice favola per bambini. Forse
diversa è solo la chiave di lettura;
il contenuto è sempre lo stesso, ma
cambiano gli occhi e la mentalità di
chi lo legge. E’ qui che troviamo la
grandezza del nonsense di Carroll, dimostrando,
così, quanto senso abbia in realtà,
anche se un senso diverso a seconda del lettore.
I Jefferson Airplane scrissero una canzone
come tributo ad questo grande scrittore: “White
Rabbit”:
One pill makes you larger
And one pill makes you small,
And the ones that mother gives you
Don't do anything at all.
Go ask Alice
When she's ten feet tall.
And if you go chasing rabbits
And you know you're going to fall,
Tell 'em a hookah smoking caterpillar
Has given you the call.
Call Alice
When she was just small.
When the men on the chessboard
Get up and tell you where to go
And you've just had some kind of mushroom
And your mind is moving low.
Go ask Alice
I think she'll know.
When logic and proportion
Have fallen sloppy dead,
And the White Knight is talking backwards
And the Red Queen's "off with her head!"
Remember what the dormouse said:
"Feed your head. Feed your head. Feed
your head"
Come si può evincere dal testo, l’intera
storia di Alice, di entrambi i libri, è
racchiusa in brevissimi versi. Personaggi
come il White Rabbit, il White Knight, la
Red Queen, il Caterpillar e il Dormouse riassumono
tutte le avventure della piccola Alice.
Ma la parte che maggiormente interessò
Fensch è proprio l’ultima: “Remember
what the dormouse said:
"Feed your head. Feed your head. Feed
your head"
Parole che in realtà il piccolo topino
non pronunciò mai, ma che furono “indotte”
dal cantante dei Jefferson Airplane. Questi
versi suonano essere un invito all’uso
dell’LSD, un acido molto comune negli
anni dell’amore libero, conosciuto,
come ben sappiamo, anche dagli stessi Beatles.
Non era ancora stato scoperto, però,
all’epoca di Carroll, eppure i riferimenti
di determinati artisti nei confronti di un
ipotetico uso di sostanze allucinogene da
parte dello scrittore vittoriano, sono abbastanza
esplicite, anche se non trovano un fondamento.
Anche negli ultimi versi della canzone, come
nel tono generale di certe parti della storia
di Alice, la ridondanza accresce la sensazione
di annullamento, direi, provata dagli stessi
autori.
All’interno della tana del coniglio,
ogni cosa perde il suo significato razionale,
tutto è un’illusione, le parole
assumono un significato momentaneo che potrebbe
svanire l’attimo dopo. Alla fine ci
si sveglia ed è stato solo un sogno.
Ho riportato il contenuto di questo saggio
proprio per evidenziare come l’associazione
tra Carroll ed i Beatles abbia un suo particolare
fondamento. E’ incredibile come un autore,
considerato da molti uno scrittore per bambini,
possa essere studiato partendo da un’ottica
completamente diversa. Lewis Carroll, dopotutto,
è anche un nome fittizio, come fittizio
è il mondo di cui ci narra, come i
personaggi che ne fanno parte. Tutto è
un mistero e il mistero ha sempre affascinato,
che si tratti di macabre storie o “semplici”
nonsense, come in questo caso.
Alice affronta un viaggio. Anche coloro i
quali facevano uso di LSD dicevano di affrontare
un viaggio: Lennon, i Jefferson Airplain e
molti altri. Un viaggio dove tutto è
stravolto e niente è cambiato.
2.3 Conclusione
Come già accennato nel capitolo precedente,
lo scopo di questa tesi è quello di
confrontare i testi di Carroll con alcuni
famosi testi dei Beatles.
Due epoche diverse, mestieri (se così
vogliamo definirli) diversi; un unico scopo:
quello di rappresentare la propria realtà;
unico mezzo per farlo: l’arte. E ancora,
un ulteriore elemento in comune, una peculiarità
non poco importante: il nonsense, quest’apparente
mancanza di logica che regala una sorta di
magia a chi legge o ascolta, un senso di smarrimento
che cela un’inaspettata realtà.
Nel caso di Carroll, sembra quasi di trovarsi
in una sorta di teatro dell’assurdo
ante litteram; così come i drammatisti
del dopo guerra utilizzarono tale forma di
teatro per evadere dalla realtà e allo
stesso tempo senza perderla di vista, senza
dimenticare di sottolinearne gli aspetti più
importanti e, purtroppo negativi , così
Lewis Carroll utilizzò la tecnica del
nonsense (che peraltro ritroviamo nell’epoca
del post-modernismo) che apparentemente ci
trasporta in un mondo lontano, ma che in realtà
ci aiuta a comprendere che siamo solo “andati
dietro l’angolo”, perché
i personaggi che ci presenta, altro non sono
che suoi contemporanei che indossano buffi
cappelli e che affermano assurdità.
Alice rappresenta l’umanità:
è una bambina che vive una meravigliosa
avventura in un mondo di fantasia; è
la portavoce di Carroll; è un’adolescente
che non vuole ammettere di avere paura di
crescere ma che è curiosa di sapere
cosa l’attende nel mondo; è un
adulto che vuole evadere. E’ tutto questo
ed altro, è una domanda che attende
una risposta, una risposta diversa per ognuno
di noi. continua>>>
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