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Ma chi erano mai questi Beatles...

Capitolo I

“Ma chi erano mai questi Beatles…”
John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr: quattro nomi che hanno fatto una parte importante della storia della musica, che hanno colorato, con una indimenticabile colonna sonora, un decennio caratterizzato da progresso tecnologico ed emancipazione femminile, macchiato da guerre incomprensibili e lotte razziali estenuanti.
Ma chi erano? Da dove sono venuti questi quattro ragazzi scapestrati che hanno fatto della musica la loro ragione di vita?
Liverpool, anni ’50…

1.1 John Lennon:
Irrequieto, ribelle, trasgressivo, ineducato, ma terribilmente bravo quando si metteva a giocare con le note musicali. Un ciuffo alla Elvis Presley, suo mito incontrastato, l’aria da leader che metteva a tacere chiunque cercasse di scavalcarlo, una camicia a quadri che sottolineava la sua appartenenza alla middle class, ma portata svogliatamente per sottolineare il suo ribrezzo per qualsiasi tipo di classificazione.
John non era mai stato un bravo studente, non era mai stato un figlio modello, forse perché non conosceva suo padre e conobbe pochissimo sua madre. L’unica persona a prendersi cura di lui era stata la zia Mimi. Ma le sue lamentele non bastarono per convincere questo ragazzo a studiare; l’unico interesse di John era quello di suonare e cantare, imitando i suoi idoli e cercando di far colpo sulle ragazze.
Troppo presto conobbe l’euforia dell’alcol; il suo comportamento aggressivo e la sua gelosia nei confronti della fidanzatina Cynthia, celavano una profonda insicurezza e una comprensibile paura della solitudine.
Con altri suoi coetanei fondò una band, i Quarry Men, nata sotto l’influsso dello skiffle, genere musicale caratterizzato dall’utilizzo di chitarre e altri strumenti a percussione artigianale: il loro stile si fondava su blues e folk nordamericano, ma non si lasciavano scappare l’occasione di suonare rock’n’roll; e fu proprio grazie ad un’esibizione di queste che, ad una festa d’estate di Woolton, nel 1957, un ragazzino di nome Paul fece di tutto per farne parte. Fu così che nacque una delle più importanti collaborazioni nella storia della musica.
Poco tempo dopo, si sarebbe unito a loro un timidissimo ragazzo, dall’aria sperduta e dagli occhi malinconici: George Harrison.
Ma torniamo a John.
I professori pensavano che lui non studiasse, ma in fondo non era così: “A scuola ero abbastanza duro, ma riuscivo a far credere che ero un duro; questo mi metteva nei guai”. John era un ragazzo estremamente intelligente ma che aveva scelto di ricoprire il ruolo dello scansafatiche. Sembrava che considerasse la vita una gara, e così sarebbe stato sempre: “Alla scuola materna ero malinconico, ero diverso dagli altri. Sono sempre stato un diverso, tutta la mia vita”.
La profonda amicizia nata con un coetaneo di nome Stuart Sutcliffe, gli regalò momenti intensi, tra cui l’ingaggio di band principale nei club della gioventù. Nel frattempo il loro nome era cambiato da Quarry Men a Silver Beetles, che poi John trasformò in Beatles, dalla musica beat (nonostante Paul McCartney affermò che la scelta di chiamarsi Beatles con la “a” derivasse da uno strano sogno che fece lo stesso John).
Alla ricerca di un batterista, ruolo che in seguito fu ricoperto dal bel Pete Best, la band cominciò a farsi conoscere e riconoscere in diverse zone del Lancashire, per poi sbarcare ad Amburgo nell’agosto del 1960. Quella fu la prima volta che John mise piede in terra straniera. La destinazione non fu scelta a caso. Bruno Koschmider era proprietario di un locale, situato in un quartiere a luci rosse, dov’erano soliti esibirsi gruppi tedeschi i quali, non suscitavano particolare interesse nel pubblico. Tra uno spettacolo ed un altro, ebbe modo di apprendere che vi erano delle bands inglesi, a basso costo, che però promettevano molto più di quelle di Amburgo. Koschmider stesso cercò di tastare con mano quanto aveva sentito dire e si diresse a Soho, il quartiere che più si avvicinava a quelli porno della sua zona. Quando tornò nella sua città, si era assicurato dei cantanti inglesi (come Tony Sheridan) che, grazie alla loro spavalderia, avrebbero ottenuto un rilevante successo.
Poco tempo dopo, anche i Beatles sarebbero entrati nella cerchia di Koshmider, dopo che il pubblico del suo locale aveva cominciato a spazientirsi.
Alle soglie dei vent’anni, insieme ai suoi compagni di avventura Paul, George e Stuart, John entrò in un mondo fatto d’alcol, donne, trasgressioni, risse e pochissimi soldi. Nonostante ciò, “dal punto di vista musicale, arrivarono ad intendersi in maniera quasi extrasensoriale mentre imparavano a leggere il pubblico”.
Ma John non si limitava a strimpellare sopra al palco cercando di attirare più attenzione possibile; spesso il suo esibizionismo sfociava in atteggiamenti razzisti e poco rispettosi, atteggiamenti assolutamente poco apprezzati da Bruno Koschmider. I guai non venivano mai soli. Di lì a poco, George fu rimpatriato in Inghilterra, poiché ancora minorenne (a far la spia fu lo stesso Koschmider, che aveva intenzione di vendicarsi dell’atteggiamento assunto dalla band), Paul e Pete furono accusati d’incendio doloso (accusa infondata) e quindi anch’essi espulsi.
John restò solo con Stuart che di lì a poco decise di restare in Germania per amore della fidanzata tedesca Astrid.
Fu così che ebbe fine la prima vera avventura di John, che da quest’esperienza uscì ancor più motivato e carico, deciso che la musica sarebbe stata il suo futuro.
Il successo non tardò ad arrivare; sebbene i Beatles fossero ingaggiati maggiormente per accompagnare altri artisti ben più noti di loro, seppero sfruttare determinate occasioni per mostrare le loro abilità. Un esempio fu l’arrangiamento della canzone “Ain’t She Sweet”, con John alla voce, o il brano strumentale “Cry For a Shadow”, firmato Harrison-Lennon. I ragazzi aumentarono le loro esibizioni al Cavern Club, un modestissimo locale di Liverpool che in un futuro sarebbe diventato meta di pellegrinaggio per tutti i fan del gruppo.
Inaspettatamente, i Beatles cominciarono a far rumore e mentre la zia Mimi rincorreva John per richiamarlo alle buone maniere, una commossa signora Harrison le aprì gli occhi facendole notare con quanta grinta quei ragazzi fossero riusciti a conquistare il loro pubblico. Forse aveva sottovalutato le potenzialità del nipote.
Fu a questo punto che un personaggio importantissimo entrò a far parte della vita di John e degli altri Beatles: Brian Epstein, un direttore commerciale alla filiale della NEMS -North End Music Store -stufo del proprio lavoro e con un buon occhio per potenziali musicisti. Di lì a poco sarebbe diventato il manager della band più famosa del mondo.
Il rapporto tra John e Brian è stato sempre oggetto di estenuanti discussioni, in quanto si è sospettato un ipotetico interesse del manager nei riguardi del cantante. L’omosessualità di Epstein era un fatto noto e molti vi ricamarono sopra avvenimenti che non ebbero mai luogo. E’ risaputo, infatti, come l’amicizia tra i due fosse solamente professionale; Brian aiutò i quattro ragazzi a creare un’immagine che potesse far breccia nei cuori del pubblico senza scandalizzare troppo, considerando la morale che vigeva in quel periodo in Inghilterra. I Beatles dovevano diventare un gruppo idolatrato dai giovani e amato dagli adulti.
“I Beatles dovettero imparare ad inchinarsi alla fine di ogni canzone e a sfoggiare eleganti sorrisi, non diretti a elementi individuali del pubblico bensì alla sua totalità”.
Naturalmente “educare” John fu un problema tutt’altro che facile da risolvere. Insito nella sua personalità era quella voglia di disubbidire e di fare polemica fino allo sfinimento. Anche Epstein dovette arrendersi e lasciò che John imprecasse, facesse il cafone e assumesse quell’atteggiamento tanto disprezzato dallo stesso manager. Ma non fu tutto vano: John aveva così tanta voglia di farcela che scese a compromessi con Brian, e dovette riconoscergli la capacità di mantenere il controllo rispetto ad altri che avrebbero gettato la spugna molto tempo prima.
L’improvvisa morte di Stuart, nell’aprile del 1962, avvenuta a causa di una paralisi cerebrale, provocò sconforto nell’animo dei quattro ragazzi, ma soprattutto in John, che gli era stato tanto amico, che aveva condiviso con lui gioie e dolori, con il quale aveva instaurato una sorta di complicità che l’aveva aiutato in più di un’occasione. L’ultima volta che lo avevano visto era febbraio, al Cavern, e Paul lo prese in giro per il modo in cui portava la giacca. Stuart non lo seppe mai, ma fu proprio lui ad ispirare quello che poi sarebbe divenuto lo stile dei Beatles: giacca senza risvolti abbottonata fino alla gola.
Oltre l’aspetto esteriore, il gruppo stava per cambiare qualcos’altro: il batterista. Pete non sembrava adattarsi alle novità, rifiutò di cambiare pettinatura ed il suo successo era dovuto più alla sua bellezza che alla sua bravura. John e gli altri ragazzi non sopportavano l’idea di avere un batterista apprezzato più per il suo fascino che per le sue doti di musicista…
Fu così che i Beatles adottarono il loro quarto elemento: Ringo Starr, all’epoca batterista degli Hurricanes. Questo ragazzo, versatile e dallo spirito vivace, si rivelò perfetto per il gruppo.
Di lì a poco John e i suoi amici, incisero il loro primo capolavoro: “Love Me Do”. Ciò che avvene dopo, è cosa ben nota a tutto il mondo.

1.2 Paul McCartney:
Il 18 giugno 1942, al Walton Hospital di Liverpool, la signora Mary McCartney diede alla luce James Paul McCartney, un bambino che nei decenni successivi si sarebbe rivelato un vero genio nel campo musicale.
L’ambiente in cui il piccolo Paul crebbe era completamente diverso da quello in cui visse John. I due ragazzi potevano considerarsi l’uno l’opposto dell’altro, ma anche per questo s’incastravano alla perfezione.
La famiglia McCartney fondava le sue radici nella religione cattolica (almeno da parte di madre) nonostante i bambini Paul e Michael non furono mai mandati in scuole cattoliche. Il padre Jim lavorava nel campo dei trasporti ma aveva un debole per la musica. Il soggiorno di casa McCartney, infatti, esibiva un meraviglioso pianoforte verticale, oggetto di scontri per i bambini e di divertimento per il padre, che negli anni ’20 era solito esibirsi con una band, la Jim Mac’s Jazz Band. Il suo amore per la musica fu inculcato ai figli, di cui Paul sembrava il più interessato.
Questo bambino trascorreva ore aspettando che la televisione trasmettesse il suo programma preferito, dove gruppi musicali dell’epoca lo rallegravano suonando.
A differenza di John, Paul era uno studente diligente e bravo in quasi tutte le materie, soprattutto in musica. Si dilettava, inoltre, a scrivere poesie cercando di tradurre in pensiero ciò che caratterizzava il suo universo interiore.
L’idolo di Paul era un trombettista che proveniva dalla sua stessa regione: Eddie Calvert, un trentenne che appassionò l’Inghilterra con la sua spettacolare musica. Ma Paul, pur volendo imitare Calvert, dovette rinunciarvi, perché con la tromba non poteva cantare e la sua vera passione era proprio il canto. Cantava in chiesa ogni domenica e provò anche a far parte del coro della cattedrale anglicana di Liverpool, ma non vi riuscì.
I genitori si aspettavano da Paul cose strabilianti: in cuor suo Jim sperava che il figlio avrebbe un giorno fatto parte di quel coro della cattedrale, distinguendosi per la sua meravigliosa voce, mentre Mary sperava che il ragazzo sarebbe diventato un insegnante o un dottore.
Purtroppo, però, la donna non visse abbastanza per vedere realizzare il sogno del piccolo Paul.
Il 31 ottobre 1956, Mary si spense all’età di quarantasette anni, a causa di un tumore incurabile. Questa terribile perdita fu fronteggiata a testa alta dalla famiglia McCartney. Jim si ritrovò solo a dover badare a due figli ancora piccoli; Paul e Mike, dal canto loro, contribuirono come poterono affinché i problemi non divenissero più grossi di quanto non lo fossero già.
Inevitabilmente Paul ebbe un’infanzia breve. Continuò a frequentare la scuola, e la prospettiva di entrare al college, per abilitarsi all’insegnamento, si faceva sempre più plausibile.
Ma Paul non aveva perso il suo entusiasmo, la sua voglia di far musica, nonostante sapesse che il lavoro del musicista non era particolarmente proficuo.
Ma la sua passione fu alimentata dall’ascolto di Elvis Presley. Paul non aveva ancora quattordici anni quando ascoltò “Heartbreak Hotel” e, in seguito, tutte le altre hit del re del rock. L’euforia e l’adrenalina che salivano in lui erano tali da creare un mondo inaccessibile agli altri meno che al fratello Mike e al padre, che ne erano entusiasti.
Durante la frequentazione di un corso d’arte, Paul conobbe un certo John Lennon. Non si sa come mai, ma ne fu immediatamente attratto: l’aria da “uomo vissuto” e ribelle che era tipica di John, non poteva non colpire. Ma questo non fu l’unico motivo; in realtà Paul mostrò subito un certo interesse nei riguardi di questo giovanotto per il fatto che era il leader dei Quarry Men.
Il gruppo non stava attraversando un buon periodo, gli ingaggi erano scarsi ed i componenti precari. Paul ha sempre avuto occhio per certe cose, sapeva aspettare il momento giusto. Così, un giorno, durante un concerto a Woolton, suonò a John “Twenty Flight Rock”: “Fui molto colpito da come Paul suonava “Twenty Flight Rock”. Ovviamente sapeva suonare la chitarra. Quasi quasi pensai tra me ‘E’ bravo quanto me’”, avrebbe detto John molti anni dopo.
Circa durante la seconda metà dell’ottobre 1957, Paul divenne la spalla destra di Lennon, dimostrando che la bravura di un musicista non stava solo nel saper suonare bene gli strumenti, ma nel far qualsiasi cosa per migliorarsi continuamente.
Fu Paul che presentò George al gruppo, mettendo in risalto le sue doti con la chitarra. Frutto dell’arrivo di questo nuovo elemento furono certe canzonette, come ad esempio “In Spite of All the Danger”, decisamente notevoli, considerando l’ancor breve esperienza del gruppo.
Un’amicizia che invece non fu sempre apprezzata da McCartney, fu quella tra John e Stuart. Sarà stata per una questione di gelosia, sarà stato perché Stuart suonava il basso, fatto sta che Paul lo ritenesse antipatico, anche se il loro rapporto fu sempre di amore/odio: “Quando si unì al gruppo, intorno al Natale 1959, eravamo un po’ gelosi di lui […] . Siamo sempre stati un po’ gelosi degli amici di John” ha affermato Paul in seguito.
Il tempo passava e Paul era sempre più convinto che il suo futuro fosse la musica. I Quarry Men, che ormai si facevano chiamare Silver Beatles, venivano periodicamente ingaggiati per supportare altri cantanti; i ragazzi cercavano ogni tipo di lavoro, soprattutto (e inaspettatamente) Paul e Stuart.
Jim McCartney rimase alquanto sconvolto dalla notizia che il figlio aveva deciso di abbandonare gli studi per seguire in giro per il mondo la band capitanata da questo Lennon e, in cuor suo, sperava che questo viaggio gli facesse cambiare idea.
Invece Paul, nonostante le condizioni spregevoli in cui vivevano, la scarsa retribuzione e tutto il resto, era entusiasta, perché stava facendo quello che aveva sempre desiderato: scatenarsi su un palco, cantando e suonando col cuore.
Nell’agosto del 1960 arrivò un’offerta che i ragazzi non poterono rifiutare: suonare in un locale di Amburgo, l’Indra. Jim, avendo Paul sostenuto e superato tutti gli esami, non trovò niente di male in questo progetto e lasciò che il figlio seguisse la band.
Le condizioni, come sempre, non erano delle migliori, ma i ragazzi sapevano come sprecare il loro tempo in pericolosi divertimenti. Girarono le voci di una presunta paternità di Paul, che aveva assunto un comportamento molto libertino. Inoltre, questo viaggio, mise in risalto le doti, purtroppo non molto sviluppate, di Stuart al basso. Comprensibile se si pensa che il ragazzo considerava il tutto come un passatempo e non una ragione di vita come per John e Paul.
Tornati a casa (senza Stuart) la band cominciò ad essere ospite fissa del Cavern Club. Il loro debutto avvenne nel febbraio del 1961. Paul comprò il basso “violino” Hofner e divenne il bassista dei Beatles.
Quello stesso anno i Beatles avrebbero ingaggiato Brian Epstein come loro manager e la coppia Lennon-McCartney si sarebbe consolidata maggiormente.
Appena qualche mese dopo, Paul si trovò a piangere per la morte di un ragazzo che non aveva mai capito né conosciuto veramente: Stuart. Nonostante questo, i ragazzi si ritrovarono a suonare la stessa sera e con la grinta che li contraddistingueva sempre.
Poco dopo il gruppo avrebbe perso un altro elemento per guadagnarne uno nuovo: Pete Best per Ringo Starr.
I maligni vogliono che il padre di Paul abbia avuto un ruolo fondamentale nel licenziamento di Pete: pare che Jim avesse aspramente ammonito il giovane che era stato assalito dalle fan, accusandolo di essere stato molto egoista avendo monopolizzato l’intera attenzione su di lui. Che sia stato un elemento chiave nella sostituzione del batterista, questo non può essere confermato…
Nell’ottobre 1962 uscì “Love Me Do”: da questo momento cominciarono gli interminabili tragitti in furgone per cercare di rispettare tutti gli impegni che i Beatles si sarebbero presi da allora in poi. Anche se, il furgone, ben presto, fu sostituito da mezzi molto più comodi.

1.3 George Harrison:
George è sempre stato considerato il Beatle taciturno, introverso e perennemente serio. E’ parzialmente vero, ma la sua adolescenza è stata sicuramente più movimentata di quella di Paul.
Ultimo figlio di una famiglia numerosa, George nacque il 25 febbraio 1943 al numero 12 di Arnold Grove. Il suo destino sembrava segnato: tutti gli Harrison erano nati e morti nel Merseyside, guadagnandosi da vivere con lavori umili ma onesti.
Con il fratello Peter venne iscritto all’unica scuola che aveva ancora posto, la Dovedale Church of England Primary.
Indubbiamente il suo carattere lo portava ad alienarsi, era solito correre per i campi e cercare posti dove potesse godere di un profondo silenzio.
A scuola avrebbe potuto impegnarsi, e così fece i primi tempi, ma poi cominciò ad assumere un’aria di menefreghismo che lo portò ad essere mal sopportato da tutti i professori. Era come se esistesse un patto: lui non doveva seccare loro e loro non avrebbero seccato lui, con l’unico particolare che, non impegnandosi, avrebbe sicuramente perso l’anno.
Ancor prima della musica, per George esistevano altri passatempi: l’automobilismo, per esempio, le gare che era solito vedersi e per cui spendeva i pochi risparmi che aveva.
Ma non trascorreva il tempo libero solo in questo modo. George amava frequentare il Liverpool Empire, un teatro dove si esibivano discreti artisti con spettacoli di varietà e musica. Tutto ciò prima dell’avvento della televisione, quando per ascoltare qualche canzone bisognava accendere la radio…chi ne possedeva una.
La situazione a scuola peggiorò quando George cominciò a vestirsi come un “teddy boy”. I professori lo deridevano e non passava momento in cui non desiderasse di farla finita una volta per tutte con lo studio.
A parte Elvis Presley, George non conosceva molte altre star; ma tanto bastò per avvicinarlo allo skiffle e preso dall’invidia per certi suoi compagni di classe che facevano progressi con questo tipo di musica, decise di fondare una band insieme al fratello Peter, il quale possedeva una chitarra. Ma presto cominciò a desiderarla pure lui e quando la madre decise di accontentarlo, la sua perseveranza lo portò ad essere più bravo del fratello, nonostante le dita doloranti per la scarsa qualità delle corde e il rischio di una punizione a scuola per non aver fatto i compiti.
In breve tempo, mise abbastanza soldi da parte per acquistare la sua prima chitarra elettrica da Hessy, un negozio del centro, e durante la sua prima apparizione in pubblico, la collegò ad un amplificatore per diffonderne meglio il suono. Il suo gruppo si chiamava The Rebels, ne facevano parte altri due ragazzi oltre George e Peter.
Avevano cominciato come passatempo e finirono col partecipare ad un provino in un club della British Legion. Un inaspettato successo dovuto alla loro intraprendenza giovanile, fece letteralmente saltare di gioia i fratelli Harrison, nonostante fossero abbastanza maturi da capire che quello era solo un successo effimero.
Ma le cose non andavano sempre bene…o si? Fatto sta che George fu bocciato a scuola, avrebbe dovuto ripetere l’ultimo anno. Ma non avrebbe potuto sopportare nuovamente quella situazione, addirittura con compagni più piccoli, così decise di abbandonare. Cominciò a cercare lavoro; dopo una serie di fallimenti, il padre gli procurò un posto da apprendista elettricista. Sembrava proprio che il destino degli Harrison si ripercuotesse anche su lui.
In quel periodo George frequentava un ragazzo più grande di un anno, un certo Paul, il quale si sentiva in obbligo perché la signora Harrison gli aveva prestato i soldi per il biglietto dell’autobus.
Grazie a Paul, però, George fu introdotto in un gruppo capitanato da un certo John Lennon ed in poco tempo tutti i componenti si accorsero della bravura di questo ragazzino.
Nel frattempo George non si preoccupava di suonare anche con altri ragazzi. Aveva stretto amicizia con Pete Best, la cui madre aveva aperto un coffee club nel suo scantinato. Era solita organizzare serate allietate da gruppi musicali ed in una di queste occasioni, George porto Paul e John, che avrebbero dovuto rimpiazzare dei ragazzi che avevano dato forfait.
Quella sera i Quarry Men suonarono davanti ad un discreto pubblico e divennero assidui frequentatori del club.
Nonostante tutto, il “piccolo” George era subordinato a John e Paul, in quanto il sodalizio stretto dai due era troppo forte. Dunque a George spettavano poche canzoni e di poco conto rispetto alle altre. Ma John non nascondeva il suo entusiasmo per questo chitarrista dalle grandi qualità.
Durante l’avventura ad Amburgo (grazie alla quale Pete entrò a far parte del gruppo come batterista) George ebbe particolarmente successo, soprattutto con le ragazze. Inoltre, lo stretto contatto tra i ragazzi, rafforzò la loro unione: “Imparammo a vivere e lavorare insieme”-ricordava George-“scoprimmo come adeguarci ai desideri del pubblico e sviluppammo uno stile che era solo nostro”.
Come abbiamo avuto modo di constatare, i Beatles tornarono in patria dopo qualche mese appena, prima della fine del 1960. Avrebbero ricordato l’esperienza a lungo.
In questo periodo erano tanti i posti dove si organizzavano serate beat, dai teatri parrocchiali alle sale pubbliche. I Beatles (ormai avevano abbandonato i nomi Quarry Men e Silver Beatles) erano occupatissimi a Liverpool, così impegnati che non avevano tempo per andare in tour in Inghilterra. Sarebbero tornati in Germania altre volte, ma mai avrebbero eguagliato la prima.
George aveva scritto a quattro mani con John la canzone strumentale “Cry For a Shadow”, che divenne la prima composizione dei Beatles ad essere incisa su disco, nel 1962 apparve su My Bonnie, l’LP di Tony Sheridan, il cantante che il gruppo accompagnava in tournee.
Durante le esibizioni dei Beatles, George era quello più serio, giustificandosi di essere il chitarrista. Eppure l’avrebbero chiamato “la gamba di Liverpool”, a causa di una torsione ritmata della sua gamba, appunto, come se stesse spegnendo una sigaretta.
Il 1961 fu l’anno in cui Brian Epstein divenne il manager del gruppo. Epstein era pure giovane, aveva ventisette anni ed era attratto dal gruppo per la loro energia, sicuro che avrebbero raggiunto il successo. Cominciò ad organizzare audizioni, per la maggiorparte a vuoto.
Le esibizioni al Cavern Club aumentarono. All’epoca George aveva un po’ di canzonette all’attivo, come ad esempio “Take Good Care of My Baby”, “The Sheik of Araby” e “Three Cool Cats”. Per alcuni era lui la vera spinta motrice del gruppo, colui il quale avrebbe potuto guidarlo. A breve, avrebbe aggiunto al suo repertorio (che si avvicinava, dal punto di vista numerico, a quello di John) canzoni come “Roll Over Beethoven” di Chuck Berry e “Devil in Her Heart” dei Donays.
Seguirono il cambiamento strategico del batterista, e l’incontro con George Martin, un produttore della EMI, che ascoltò le quattro canzoni che il gruppo aveva registrato confermando la teoria di Epstein sulla grandezza dei Beatles.
Tra scazzottate al Cavern per colpa di fidanzati furiosi, che procurarono un occhio nero al povero George, e proteste per l’arrivo di Ringo nel gruppo, venne registrato il loro primo successo, “Love Me Do”.
Quando venne trasmessa per la prima volta alla radio, era notte, George e la madre avevano atteso a lungo e all’echeggiare della prima nota, il ragazzo lanciò un urlo che svegliò la signora Harrison e che fece brontolare il padre. Di lì a poco tutto sarebbe cambiato e la storia dei Beatles si sarebbe trasformata in una splendida favola.

1.4 Ringo Starr:
Ringo Starr, Richard Starkey all’anagrafe, non si sarebbe mai immaginato di entrare a far parte, forse un po’ per caso, del gruppo più famoso del mondo.
La sua storia è simile a quella di tanti altri ragazzi, ma caratterizzata da una forza di volontà che ben pochi avrebbero avuto.
Ringo nacque il 7 luglio 1940. Suo padre (che era solito farsi chiamare Big Richie per distinguersi dal figlio) lo abbandonò quando ancora aveva tre anni, a causa dei continui litigi con mamma Elsie. Ringo crebbe con la convinzione che Big Richie fosse una persona orribile, probabilmente in seguito ai continui commenti velenosi della madre. Nonostante Elsie dovesse crescere da sola un figlio, tentò in tutti i modi di non fargli mancare nulla: Little Richie era sempre curato e coccolato, mentre la madre cercava di svolgere qualsiasi lavoro potesse aiutarla a far star bene il bambino.
Non appena Richie cominciò ad andare a scuola, la sua salute cagionevole cominciò a provocargli disturbi. Fu colpito da una peritonite; entrò in coma e solo per miracolo riuscì a riprendersi. La convalescenza fu più lunga del solito e non appena Richie tornò a scuola, gli fu comunicato che sarebbe stato inserito in una classe di allievi un anno più piccoli. Il suo umore era perennemente nero, sia per questa retrocessione, sia per il suo aspetto fisico: un po’ goffo, non troppo alto e con lineamenti pesanti. Era considerato buffo. E si sentiva a disagio.
A scuola, comunque, era solito starsene in silenzio, nascondendo quello che era il suo vero carattere; i professori, infatti, non potevano immaginare che la maggiorparte delle assenze che Richie faceva non erano per questioni di salute, ma perché bighellonava in giro, fumando sigarette e ubriacandosi con gli amici.

Quando la madre si risposò con un certo Harry Graves, la loro condizione economica migliorò, per non parlare del fatto che lo stesso Richie ebbe finalmente accanto a sé, una figura paterna.
La salute precaria non permetteva al giovane Richie di poter frequentare assiduamente la scuola, così decise, nel 1955, di abbandonarla e cercarsi un lavoro: fu un fattorino alle ferrovie inglesi, barman cameriere a bordo di un battello a vapore nel Mersey, finché il patrigno non gli procurò un impiego alla Harry Hunt & Sons, una ditta specializzata in attrezzature per palestre e piscine, e lì vi restò per ben sette anni, incoraggiato anche dalla presenza di uno dei suoi più cari amici, Eddie Miles.
Proprio con quest’ultimo, Richie fondò l’Eddie Clayton Skiffle Group, a cui si unirono altri tre elementi. Il suo compito era quello di suonare la batteria, e proprio per questo Harry gli regalò una batteria di seconda mano con cui Richie si allenava ogni volta che la madre gli dava il permesso. Quando non poteva suonarla, si divertiva con i mobili della casa.
Suonare davanti ad un pubblico, anche piccolo, gli permetteva di migliorare le sue performance, correggendo rapidamente gli errori che commetteva…i molti errori che commetteva.
Dopo aver acquistato una batteria Premier nuova di zecca e dopo l’abbandono di Eddie Miles, causa matrimonio imminente, Richie cominciò a ricevere offerte da altri gruppi; era un tipo che si poneva pochi problemi, tanto che arrivò a suonare con tre gruppi diversi la stessa sera. Nel 1959 entrò stabilmente nel gruppo Rory Storm and the Hurricanes. I ragazzi che ne facevano parte si scatenavano sul palco, eseguendo in maniera rocambolesca molte canzoni. Raggiunsero un discreto successo, ma il loro limite stava proprio nel non rinnovarsi e lo scioglimento (che, comunque, sarebbe avvenuto da lì a tre anni) era la loro inevitabile fine.
In seguito all’impegno che Richie aveva preso, decise di lincenziarsi dalla Harry Hunt & Sons; fu in questo periodo che cambiò il suo nome: Richard divenne Ringo (da ring, anello, che portava in più di un dito), Starkey, Starr.
Gli Hurricanes partirono per Amburgo, dove si esibivano al Kaiserkeller insieme ad un altro gruppo di Liverpool, i Beatles. Le due band si influenzarono a vicenda, non era strano che Rory Storm sostituisse John quando questi aveva una laringite, o che Ringo prendesse il posto di Pete, colpito da una bronchite. Proprio Pete Best sostiene che questo fu il periodo in cui Starr legò con John, Paul e George.
Ringo partecipò anche all’avventura di Tony Sheridan, che poi lui stesso considerò un provocatore, e alla fine decise di tornare a casa dalla madre e dal suo gruppo. Per un momento gli balenò in testa l’idea di sposare la sua fidanzata di allora e di emigrare in America, ma fu scoraggiato dalla complessità delle pratiche burocratiche necessarie. Ricevette diverse proposte di suonare in gruppi, ma la più conveniente e proficua fu quella fatta una sera d’agosto, da John Lennon e Paul McCartney. Quel giorno Ringo diventò un Beatle…o quasi. In effetti, il produttore George Martin, che si giustificò dicendo che ancora non conosceva abbastanza il batterista, non permise a Ringo di suonare durante la registrazione del loro primo successo, “Love Me Do”. Il debutto ufficiale avvenne il 18 agosto 1962, ad un ballo della Horticultural Society di Birkenhead.
La reazione del pubblico al cambio Pete/Ringo non fu del tutto positiva. Indubbiamente Best affascinava maggiormente le ragazze, Ringo poteva, al massimo, essere amato come un fratello! Ma bastò poco affinché cambiassero idea. Fu solo quando cominciò a ricevere lettere dai fan che Ringo prese fiducia e quell’inferiorità che sentiva i primi tempi si tramutò in simpatia e auto-ironia. In un certo senso aveva assunto il ruolo di buffone e amava particolarmente trascorrere gli interminabili viaggi in furgone ridendo e scherzando con gli altri. Provava una profonda stima nei riguardi di John, sia come cantante che come insolito autore di versi nonsense, che Ringo trovava fantastici.
continua>>>


 
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